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La Repubblica Islamica traballa: colpa di una ciocca di capelli. Intervista a Tiziana Ciavardini

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L’Iran è ad oggi al centro della cronaca.  Il Paese sta dimostrando di essere al centro di un vortice incontrollabile; la popolazione è in subbuglio, le università vengono chiuse, i manifestanti aumentano di giorno in giorno, le prigioni sono piene di dissidenti del regime, e il resto del mondo si allea con essi. Come se ciò non bastasse, l’Iran continua ad assumere una postura asserviva nella sua politica internazionale, che contribuisce ad un irrigidimento delle posizioni delle controparti occidentali.

Articolo precedentemente pubblicato nel trentatreesimo numero della newsletter “Mezzaluna”. Iscriviti qui.

I rapporti con la Russia sembrano essere molto solidi e proficui per entrambe le parti: Alexander Novak, Vicepresidente del governo della Federazione Russa, durante la 16esima “Iran-Russia Joint Economic Commission” ha dichiarato che le relazioni tra i due paesi si fondano sulla stima e sulla fiducia reciproca, e questo porterà ad un incremento degli investimenti russi nei giacimenti di petrolio iraniani. Inoltre, Riad accusa apertamente l’Iran di essere pronto ad attaccarla militarmente.

Secondo l’intelligence saudita, infatti, il paese vorrebbe attaccare obiettivi nel regno e anche ad Erbil, già teatro di attacchi di droni e missili balistici iraniani lo scorso settembre.

L’Arabia Saudita avrebbe condiviso le informazioni con la Casa Bianca, la quale si è detta molto preoccupata per la probabile escalation ma pronta ad intervenire qualora fosse necessario.

Il Leader Supremo della Repubblica Islamica sembrerebbe invece convinto di poter sfidare la potenza saudita e Washington, dichiarando che gli Stati Uniti d’America sembrano invincibili ai più, ma non lo sono affatto.  L’Iran sembrerebbe dunque voler attuare un piano per eludere l’attenzione degli altri paesi, dei media nazionali e internazionali, ma anche della società civile da ciò che accade al suo interno.

L’uccisione di Mahsa Amini

Mahsa Amini aveva ventidue anni quando è stata arrestata e uccisa, il 13 settembre scorso, dalla polizia morale perché non indossava correttamente il velo.

Delle porzioni di capelli sarebbero fuoriuscite dal copricapo mentre lei passeggiava per le vie di Teheran con alcuni familiari e tanto è bastato per portarla immediatamente in pretura, dove sarebbe svenuta in seguito ai maltrattamenti fisici subiti.

La donna, originaria del Kurdistan, è stata poi portata all’ospedale di Kasra, dove è deceduta il 16 settembre, dopo tre giorni di coma. Il cadavere di Mahsa mostrava chiari segni di percosse, ma la polizia iraniana ha negato tutto e ha pubblicato tramite l’IRNA – l’agenzia di stampa ufficiale – il certificato di decesso, redatto dall’Organizzazione Iraniana di Medicina Legale, nel quale si rende noto che la morte sarebbe avvenuta per ipossia cerebrale, mancanza di sangue al cervello.

Secondo quanto riportato dal certificato, l’ipossia sarebbe stata la conseguenza diretta dell’intervento per l’asportazione di una massa tumorale al cervello subito da Mahsa all’età di otto anni.

Non un’uccisione, dunque, ma un terribile incidente che si sarebbe verificato proprio all’interno degli uffici di polizia. In Iran però nessuno crede più alle dichiarazioni ufficiali, né la famiglia di Amini – contattata telefonicamente alcuni giorni dopo l’accaduto dal Presidente Ebrahim Raisi che ha confortato i genitori assicurando delle investigazioni chiare – né le donne iraniane che si sono riversate nelle piazze dal 16 settembre, giorno in cui l’episodio è emerso a livello mondiale.

Le proteste delle donne iraniane

Donna, Vita e Libertà” è lo slogan che riecheggia durante le proteste a Teheran, mentre le donne danno fuoco all’hijab e si tagliano i capelli, mostrandosi senza veli davanti alla polizia morale ed ai pasdaran che ribadiscono la posizione di vicinanza al regime degli ayatollah tramite l’utilizzo della violenza repressiva.

Dall’inizio delle proteste, secondo quanto riportato dalla tv di stato (IRIB), sarebbero morte quaranta persone, ma i dati che appaiono più veritieri sono quelli della Ong norvegese Iran Human Rights, la quale parla di più di un centinaio di morti e migliaia di arresti. Secondo il leader supremo del paese, l’ayatollah Khamenei, le rivolte sarebbero state organizzate dagli Stati Uniti e da Israele per destabilizzare il paese dall’interno.

“Dietro le proteste che stiamo vivendo c’è il regime sionista e i loro agenti pagati, con l’aiuto di alcuni iraniani traditori che vivono all’estero”, afferma il leader che poi aggiunge “l’Iran è forte e pronto a spazzare via i rivoltosi”. Khamenei sembra inoltre convinto quando afferma che i manifestanti rappresentano un numero esiguo rispetto ai giovani fedeli alla Repubblica Islamica, ciò nonostante, le proteste continuano da più di tre settimane e si allargano a macchia d’olio in tutta la regione.

La propagazione delle proteste deve molto all’utilizzo dei mass media e dei social network; le voci delle donne iraniane sono riuscite ad uscire dai confini nazionali grazie alla condivisione di foto e video sulle principali piattaforme.

I social network hanno aiutato nella creazione di una rete in grado di arrivare nelle maggiori città europee; diverse le manifestazioni di piazza che hanno visto la partecipazione di giovani attivisti, di studenti e studentesse, ma anche di giornalisti ed esponenti politici.

Ovviamente il regime iraniano non ha potuto far altro che chiudere l’accesso ad internet nell’intero paese, impedendo ulteriore propagazione di materiale e violando così anche il diritto della libertà di espressione.

Le risposte politiche

Il taglio dei capelli come forma di protesta contro il regime teocratico è diventato il simbolo più potente e maggiormente replicato; centinaia di video sono stati pubblicati sui maggiori social media, accompagnati dall’hashtag #MahsaAmini che ad oggi continua ad essere uno dei più utilizzati.

La condivisione è arrivata anche all’interno del Parlamento Europeo; martedì 4 ottobre l’eurodeputata Abir Al-Sahlani, durante un suo intervento nell’aula del Parlamento di Strasburgo, ha estratto dalla borsa un paio di forbici con le quali ha tagliato di netto i suoi capelli, affermando che l’Unione Europea rimarrà al fianco delle donne iraniane fin quando non saranno completamente libere.

Josep Borrell, l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, si è detto preoccupato per la situazione iraniana e ha affermato che con gli Stati Membri si stanno vagliando tutte le opportunità, anche quelle inerenti a misure restrittive nei confronti dell’Iran in risposta all’uccisione di Mahsa Amini, ma anche delle violente repressioni nei confronti dei manifestanti. 

In un comunicato stampa del Consiglio dell’UE, pubblicato il 25 settembre, si legge:

l’UE e i suoi Stati membri esortano le autorità iraniane a rispettare rigorosamente i principi sanciti nel Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, di cui l’Iran è parte. Ci aspettiamo pertanto che l’Iran ponga immediatamente fine alla violenta repressione delle proteste e garantisca l’accesso a internet, nonché il libero flusso di informazioni. Ci aspettiamo altresì che l’Iran chiarisca il numero di persone decedute e arrestate, rilasci tutti i manifestanti non violenti e garantisca un giusto processo a tutte le persone detenute. L’uccisione di Mahsa Amini deve inoltre essere oggetto di debita indagine e qualsiasi persona di cui sia comprovata la responsabilità nella sua morte deve essere chiamata a risponderne. Prendiamo atto della dichiarazione del presidente iraniano al riguardo.

In un comunicato più recente, risalente al 17 ottobre, il Consiglio dell’Unione Europea estende ad undici persone e quattro entità le misure restrittive in materia di diritti umani, sanzioni che colpiscono l’Iran già da diversi anni.

Da Rostami Mohammad, Capo della polizia morale, a Zarepour Issa, Ministro iraniano delle Tecnologie dell’informazione e della comunicazione, passando per diversi colonnelli, generali e brigadieri coinvolti direttamente nell’uccisione di Mahsa Amini o nelle brutali repressioni e uccisioni di piazza durante le manifestazioni in suo onore.

Le misure imposte dall’UE consistono in: divieto di viaggio per tali individui, congelamento dei loro beni, divieto per paesi membri dell’Unione Europea e per i loro cittadini di mettere fondi a disposizione delle persone e delle entità presenti nell’elenco, divieto di esportazione in Iran di materiale e attrezzature che potrebbero essere usate per reprimere il popolo. Non sono mancate poi le dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti che si è detto sconvolto da quanto accaduto a Mahsa Amini, aggiungendo che la polizia iraniana e le principali cariche dello stato sono colpevoli di violazioni dei diritti umani.

Il Presidente Biden, durante un intervento all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato di essere al fianco dei cittadini iraniani e delle donne coraggiose che manifestano per un paese più democratico.  Per quanto riguarda l’Italia, c’è molta preoccupazione per una connazionale arrestata durante le proteste.

Alessia Piperno si trovava in Iran già da due mesi e mezzo per esplorare il paese e continuare il suo viaggio – iniziato sette anni fa – in giro per il mondo quando si è trovata nel bel mezzo di una rivoluzione culturale e sociale.

Molto presente sui social, in particolare su Instagram, ha affermato, pochi giorni dopo l’inizio delle proteste, di non essere scesa in piazza per manifestare, ma di essersi ritrovata nel caos di quei momenti e di aver assistito a diverse scene di guerriglia urbana.

Arrestata la sera del 28 settembre scorso, Piperno si troverebbe nel carcere di Evin a Teheran, dedicato esclusivamente a prigionieri politici e ai dissidenti del regime teocratico.

Nella notte del 15 ottobre all’interno del penitenziario è divampato un enorme incendio, partito forse dalla sezione 7 e 8 dove sono rinchiusi i detenuti in attesa di processo; centinaia di persone si sono riversate nelle strade per comprendere la situazione e per avere notizie dei familiari, ma la polizia di stato ha bloccato tutte le vie d’accesso al carcere e ha violentemente ripristinato l’ordine sociale.

L’incendio ha comportato otto vittime e una cinquantina di feriti, ma l’IRNA ha rassicurato sul fatto che i morti fossero ladri e rapinatori e che non si trovavano nella sezione dei dissidenti politici, aggiungendo inoltre che l’incidente non avrebbe alcun collegamento con le rivolte di piazza. La Farnesina, nel comunicato pubblicato il 3 ottobre, ha confermato che Alessia Piperno è viva e che l’Ambasciata d’Italia a Teheran sta seguendo la vicenda in maniera approfondita, cercando di capire le motivazioni alla base dell’arresto e di facilitare le procedure per il suo rilascio. 

Il cambiamento è in atto? L’intervista a Tiziana Ciavardini

Le proteste iniziate con la morte di Mahsa Amini sono sicuramente tra le più imponenti che l’Iran abbia mai visto e sono guidate da donne che richiedono un cambiamento immediato; non si parla soltanto dell’hijab e dell’obbligo nell’indossarlo imposto dalle Legge Islamica, ma ciò che maggiormente preoccupa le donne iraniane è una perpetua condizione di sottomissione in un paese estremamente rigido e patriarcale. Tiziana Ciavardini, antropologa culturale, giornalista ed esperta di religioni, con alle spalle ventiquattro anni passati tra Medio Oriente, Estremo Oriente e Sud-Est Asiatico, trascorrendo gli ultimi dodici anni nella Repubblica Islamica dell’Iran, fornisce di seguito una panoramica dettagliata sul contesto iraniano, sulle condizioni delle donne e su quello che potrebbe essere l’esito finale di questa rivoluzione popolare.

Nella Costituzione Iraniana, in un paragrafo dedicato alla donna, si legge che questa, anche se vista ancora da un punto di vista prettamente patriarcale e legato alla famiglia, ha riconosciuti valore e dignità; ciò nonostante, sono decenni che la Repubblica Islamica non rispetta questo punto. Secondo la sua opinione, le donne che ad oggi si trovano a ricoprire cariche politiche – attualmente nel paese ci sono 17 donne in Parlamento – possono svolgere un ruolo chiave nel rispetto e nella vera attuazione dei diritti civili?

Ci sono state donne nella storia dell’Iran che non hanno fatto parte della politica ma che hanno avuto il coraggio di denunciare le imposizioni del Regime iraniano. Molte sono state poetesse, altre artiste e altre ancora avvocate. Penso al Premio Nobel per la Pace 2003 Shirin Ebadi. Ho conosciuto numerose vice presidenti iraniane che hanno fatto parte dei diversi governi che si sono succeduti durante la mia permanenza in Iran; tra queste ricordo Shahindokht Molaverdi, delegata alle politiche della famiglia e della donna in Iran, che ho conosciuto durante il primo mandato del Governo di Hassan Rouhani (2013-2017). Molaverdi è sempre stata dalla parte delle donne, tentando di far capire che avevano diritto ad essere protette e non discriminate. Si era battuta per il Diritto delle Donne ad entrare allo stadio. Nel 2020 è stata condannata a due anni per avere ‘minato la sicurezza dello Stato’ con il trasferimento di documenti riservati all’estero, nell’ambito di una collaborazione con il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, e a sei mesi per ‘propaganda contro il sistema’. Nel marzo del 2015 Shahindokht Molaverdi aveva incontrato Papa Francesco in Vaticano. Anni fa venne addirittura offesa per aver affermato che l’intera popolazione maschile di un villaggio nell’irrequieta provincia del Sistan-Baluchistan era stata giustiziata per reati legati alla droga. La provincia è ancora oggi utilizzata come rotta dai trafficanti di droga per la sua vicinanza al Pakistan e all’Afghanistan. Molaverdi in quella occasione aveva dichiarato la necessità di supporto per quella popolazione, in quanto anche “i sopravvissuti erano potenziali spacciatori di droga, poiché avrebbero voluto vendicarsi per i loro padri e provvedere anche alle loro famiglie”. Praticamente la Molaverdi avrebbe avuto le credenziali per poter davvero aiutare nel processo di emancipazione e cambiamento nella sfera femminile iraniana ma non le è stato permesso. Molte donne iraniane – anche quelle che ricoprono cariche ad alti livelli istituzionali – sono consapevoli che la loro è una vita senza diritti, eppure, nonostante gli sforzi, la maggior parte delle loro richieste non viene neanche presa in considerazione.

Le proteste di piazza iniziate con l’uccisione di Mahsa Amini stanno raccogliendo sempre più consensi; tra i manifestanti troviamo in prima linea le donne iraniane, ma c’è anche un alto tasso di uomini. Questo significa che non è una rivoluzione femminista, ma che potrebbe essere una rivoluzione culturale a tutto tondo?

È senz’altro una rivoluzione culturale e sociale prima di tutto. Le proteste non sono più circoscritte alla richiesta di abolizione del velo islamico; le donne richiedono a gran voce che vengano riconosciuti i loro diritti basilari, perché quello che per noi è scontato in Iran deve essere ancora conquistato e non è affatto semplice visto il livello di oppressione perpetrato da decenni ai danni del popolo iraniano. Le donne però hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo fondamentale in questa rivoluzione; chi si occupa di Iran ed ha potuto vedere da vicino gli ultimi venti anni della società contemporanea iraniana sa bene che il cambiamento epocale del Paese sarebbe iniziato dalle donne. Questo perché sono loro la fetta più discriminata della società e sono spinte da un desiderio di cambiamento della loro condizione, consapevoli di non avere nulla da perdere ma solo da acquisire. In questi giorni sono tantissime le giovani ragazze che mi contattano scrivendomi “Il tempo è arrivato. Preferisco morire in strada combattendo per la libertà che vivere nella prigione in cui il Regime islamico ci aveva recluse. Io e le mie compagne non vogliamo più essere ostaggio dei Mullah”. Le storie che arrivano sono drammatiche e terrificanti. Molte delle ragazze arrestate in questi giorni durante le proteste vengono violentate in carcere. Alcune ragazze sono arrivate in ospedale con evidenti segni di torture e di stupri e alcune sono morte per emorragie interne. Si sta combattendo una guerra, da una parte il regime e dall’altra il suo stesso popolo, e le prime vittime sono proprio le giovani donne.

L’Iran ha accusato gli Stati Uniti d’America e lo Stato di Israele di muovere i fili dietro le proteste che stanno incendiando le piazze. Questa presa di posizione potrebbe portare ad un periodo di tensione ancora maggiore, soprattutto in relazione alle prese di posizione contro il nucleare iraniano da parte dei due paesi?

Dopo quello che sta accadendo in Iran mi auguro che nessuno Stato voglia intraprendere con il paese alcun accordo sul nucleare; parliamo di uno Stato che uccide bambini e donne inermi soltanto perché chiedono libertà. Non credo che l’Iran possa ottenere alcun accordo, neppure di tipo economico. Per anni ho sostenuto il nucleare iraniano; durante i colloqui a Vienna sono sempre stata dalla parte di Hassan Rohuani e Javad Zarif, l’allora Ministro degli esteri iraniano, perché pensavo che l’accordo significasse la rimozione delle sanzioni e il sollevamento dell’economia iraniana che era scesa a tassi bassissimi. Poi con l’era di Donald Trump, che si era invece tolto dall’accordo sul nucleare, le sanzioni sono state addirittura implementate, andando a colpire le fasce più deboli della popolazione. Mi auguro solo che il nucleare iraniano sia un discorso da accantonare. Dotare di un’arma nucleare un Regime Islamico come quello che vediamo significa mettere a repentaglio la sicurezza mondiale. Qualora dovesse accadere saremo tutti complici delle conseguenze nefaste che si potrebbero attuare.

In un’intervista rilasciata alla RAI, Alberto Bradanini, ex Ambasciatore d’Italia a Teheran, ha affermato che le proteste per Mahsa Amini non riusciranno a rovesciare il regime, ma porteranno dei cambiamenti al suo interno.

Lei sostiene questa tesi o pensa che il cambiamento in atto sia molto più intenso?

In queste settimane molti ‘amici dell’Iran’ stanno mostrando il loro vero volto. Alcuni come la sottoscritta (e non da oggi) si sono schierati decisamente dalla parte del popolo che chiede libertà da quarantaquattro anni, altri ancora, intimoriti forse dalle conseguenze di un eventuale fallimento delle proteste, continuano a mantenere un atteggiamento dubbio, per non dire ambiguo, che a volte fa pensare a un vero e proprio ‘appoggio’ al Regime. Quello che accadrà in Iran nelle prossime settimane o nei prossimi mesi, non può saperlo nessuno, né il sopra citato ambasciatore, né il popolo iraniano, né tanto meno il clero. È ovvio che il regime continuerà con il pugno duro e con la repressione, ma questo non vuol dire che il popolo iraniano farà un passo indietro. Significativo però che le famiglie di alcune autorità e religiosi proprio in questi giorni stiano lasciando il paese. Mai avrei pensato di vedere tanta perseveranza in questi giovani, donne e uomini iraniani, che lottano per i diritti e sono felice – ovviamente nella drammaticità della situazione – di far parte di questo momento storico ed essere partecipe attivamente nel cambiamento dell’Iran.

Qualcuno ha affermato che le proteste non riusciranno a rovesciare il regime? Non ne sarei tanto sicura; questa volta, oltre al popolo coraggioso, c’è una gran parte della società civile mondiale schierata a favore della società iraniana. Quello che vedo è un paese in cambiamento e un regime in bilico che usa proprio la forza e la violenza per mostrare il suo lato più brutale. Un regime che cerca, attraverso le uccisioni e le condanne a morte dei manifestanti previste per le prossime settimane, di intimorire il proprio popolo. Ma quel popolo conosce la paura da ben quattro decenni e non si fermerà. É scritto nello slogan “Donne Vita Libertà” che non rappresenta più soltanto tre parole simbolo per gli iraniani, ma è diventato il motto di tutti coloro che hanno a cuore i diritti umani e le sorti dell’Iran. Sono certa che la morte di Mahsa Amini avvenuta il 16 settembre 2022 molto presto verrà scritta nei libri di scuola e ricordata come il giorno in cui il popolo iraniano ha trovato una grande forza e un incredibile coraggio per poter affrontare a mani nude un regime.

La morte di Mahsa verrà ricordata come l’inizio della fine del sistema dittatoriale iraniano. 

Nel suo libro “Ti racconto l’Iran. I miei anni in terra di Persia” afferma che ogni volta che si recava in Iran la paura si poteva respirare nell’aria, ma anche che la popolazione, sebbene sia in cerca di democrazia e libertà, non sia ancora pronta nella loro gestione.

Ad oggi sostiene sia cambiato qualcosa? I giovani della cosiddetta Generazione Z sarebbero in grado di vivere in un paese democratico, rispettandone le libertà?

Per me la paura è stata sempre una costante in Iran; avevo perennemente paura di sbagliare ad indossare l’hijab, di parlare con persone del regime islamico o anche di essere accusata di contestarlo. La paura faceva parte della mia quotidianità. Alcune cose scritte nel mio libro sono state quasi profetiche; l’ultima frase, riferita proprio alle donne iraniane, afferma che loro avrebbero dato “l’impulso vitale per il cambiamento del paese” e così è stato. Lo stiamo vedendo ora. Probabilmente se Mahsa Amini fosse stata uccisa qualche anno fa le reazioni della popolazione sarebbero state diverse, ma in questi anni l’Iran ha sperimentato delusioni e frustrazioni sempre maggiori. Credo che dopo la sconfitta politica e sociale del Presidente Hassan Rohani, nel quale gran parte della popolazione credeva e aveva riposto speranze, la società civile si sia trovata ancora più sola. A mio avviso, uno dei maggiori errori del regime iraniano è stato quello di aver condannato ed impiccato prigionieri politici, e di non aver tenuto conto di quella parte della popolazione che ciclicamente manifestava chiedendo libertà. Le proteste del 2009 sono state significative, ma il regime non ha fatto altro che reprimere le voci del popolo con la violenza.

Il regime, evidentemente poco lungimirante, non ha fatto i conti in questi anni col crescente malcontento della popolazione, impegnato forse a coltivare quei pochi sostenitori che ora stanno perdendo terreno. Con uno sguardo più attento, tra un’impiccagione e l’altra di gente innocente, avrebbe visto che il nemico lo stava coltivando proprio nella sua stessa casa e le conseguenze sono visibili agli occhi di tutti.

È l’effetto boomerang di chi non vede oltre il proprio pensiero.

Probabilmente sarebbe bastato concedere qualcosa in più in questi anni e forse tutto questo non sarebbe accaduto, ma i politici iraniani hanno pensato solo a reprimere il pensiero di chiunque fosse in disaccordo con le loro imposizioni. Purtroppo, ci saranno altri morti, altre violenze, altre immagini terribili ma tutto questo non sarà vano e servirà al crollo di una dittatura. È solo una questione di tempo.

Credo che i giovani iraniani che ora stanno dimostrando di poter affrontare un regime così cruento, saranno certamente in grado di vivere sotto una democrazia. Sono giovani che non hanno vissuto la Rivoluzione, ma solo le drammatiche conseguenze. Ogni cosa ha il suo ciclo, il mondo è in continua evoluzione; nel 1979 la Rivoluzione Islamica ha dato vita ad un sistema teocratico islamico, questo ha fatto il suo corso, ora è giunto il momento della sua conclusione.

Quel sistema teocratico non è più attuabile nella società contemporanea ed è un’offesa alle conquiste e ai progressi della civiltà.

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