Report e l’Azerbaigian: la situazione è più complessa

La situazione è più complessa…”: questa frase chiosa il lungo duello verbale tra Eugenio Scalfari e Giulio Andreotti raccontato nel film di Paolo Sorrentino Il Divo. L’espressione, diventata celebre anche in rete e usata spesso ironicamente, sta a indicare che non esistono giudizi politici netti e che anche le valutazioni più critiche non possono essere formulate senza tenere conto di più fattori e più sfumature.

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La situazione è più complessa anche per ciò che riguarda l’Azerbaigian, al centro dell’ultima puntata di Report, la principale trasmissione di giornalismo investigativo della televisione italiana. Partendo dall’inchiesta per corruzione e riciclaggio per la quale è indagato l’ex deputato UDC Luca Volontè, Report dipinge un’immagine fortemente negativa del Paese: dall’essere uno Stato aggressore in Nagorno Karabakh, alla necessità disperata di vendere gas (che non è neanche certo che abbia) alla malcapitata Italia, corrompendone i politici. La ricostruzione di Report contiene innumerevoli imprecisioni e posizioni di parte che, a mio parere, è utile mettere in evidenza. Senza entrare nel merito dell’inchiesta Volontè che verrà definito dagli organismi inquirenti colpisce, nel servizio, l’uso di alcune espressioni e testimonianze.

Quando Paolo Mondani intervista il deputato Aldo Di Biagio gli chiede se non trova stupefacente che il cattolico Volonté non sia “automaticamente” schierato con la cristiana Armenia. Al di là della risposta di Di Biagio – credo intervistato perché vicino alle posizioni armene – sono rimasto esterrefatto che proprio da una trasmissione di cultura laica e progressista venga una considerazione che suona più da battaglia di Lepanto che da democrazia avanzata. Intervistare poi una successione di deputati armeni non credo giovi a una ricostruzione equilibrata: nel bene o nel male essi sono parte in causa. Perché non cercare i colleghi di Volontè di paesi terzi? Hanno votato così per disciplina di gruppo o altro? Hanno discusso al loro interno? Di tutto questo, nulla.

La ricostruzione del conflitto in Nagorno Karabakh è ancora più parziale. A partire dalla mappa mostrata alle spalle di Milena Gabanelli. Quelli saranno anche i confini formali della regione del Karabakh ma vengono omessi gli altri territori azerbaigiani (secondo De Waal tra il 13% e il 15% del territorio nazionale) occupati militarmente dalle forze armene e che sono un’unica entità territoriale col Karabakh e la Repubblica armena. Territori dai quali, nel 1992-94, sono fuggiti centinaia di migliaia di rifugiati interni che ancora oggi vivono in Azerbaigian. Secondo i dati UNHCR oggi nel Paese caucasico vi sono circa 700.000 rifugiati interni su una popolazione di meno di 10 milioni di abitanti: la più alta percentuale al mondo. Un dato dimenticato da Milena Gabanelli. Così come la parte di reportage svoltasi in Karabakh è ancora più parziale: è incerto chi abbia iniziato le ostilità nell’aprile del 2016 e in ogni caso i 300 morti tra militari e civili sono equamente distribuiti tra i due contendenti.

La frase del prete combattente intervistato (“questa terra è stata cristiana per secoli”) è certamente vera. Come è altrettanto vero che la stessa terra è stata musulmana per gli stessi secoli. Il nome Nagorno Karabakh (una parola russa e una parola turca) indica un’identità plurima dove sono coesistiti per secoli cristiani e musulmani, gli attuali armeni e gli attuali azerbaigiani. Altrettanto fuorviante è la considerazione di Gabanelli che ci sarebbe una volontà armena di negoziare contro una rigidità azerbaigiana. Semplicemente ci sono due posizioni finora inconciliabili: gli armeni non rinunciano all’indipendenza e gli azerbaigiani sono disposti a concedere livelli di autogoverno (si è parlato a lungo di un modello Sud Tirolo per il Karabakh) purché nel quadro della sovranità statuale azerbaigiana. Non dimentichiamo, inoltre, che il primo presidente democraticamente eletto in Armenia Levon Ter-petrosyan venne costretto a dimettersi nel 1998 proprio per la sua volontà di negoziare con Baku.

Anche la questione della black list, utilizzata da Gabanelli persino nei promo stagionali del programma, è discutibile. La giornalista ha violato le leggi sull’immigrazione della repubblica azerbaigiana e il Karabakh, secondo le risoluzioni Onu, è formalmente parte dell’Azerbaigian come spiegato dal professor Natalino Ronzitti in uno dei suoi ultimi volumi. Il più importante osservatore internazionale sul Caucaso l’olandese Thomas De Waal, che non può essere certo accusato di essere filo-azero, ha visitato il Karabakh senza essere messo in black list, perché lo ha fatto nel quadro di una missione internazionale accettata dalle due parti. Il modo di visitare e raccontare la regione senza incorrere nella commissione di un reato dunque c’è.

Altrettanto fantasiosa se non puerile è la relazione tra il TAP e il voto in Consiglio d’Europa sul rapporto Strasser. In realtà è difficile sostenere che in caso di approvazione del rapporto il TAP avrebbe avuto una diversa sorte. Giusta o sbagliata, la scelta dell’UE di adottare un progetto strategico nasce dall’esigenza di diversificare l’approvvigionamento e promuovere la sicurezza energetica dei Paesi dell’UE, non da considerazioni sugli assetti interni dei paesi fornitori di gas. Anche il racconto della situazione interna azerbaigiana appare opinabile. I dati dell’economia azerbaigiana parlano chiaro. Spinto dal prezzo alto del petrolio si è avuto negli anni Duemila un forte effetto redistributivo.

Secondo lo United Nations Development Program: “The strong economic growth allowed major investments in infrastructure, and a steep decline in poverty rates from 46.7 percent in 2002 to 5 percent in 2014.” Tutti gli altri indicatori internazionali, a partire dalla World Bank, convergono su questi dati. Un beneficio così grande per la società azerbaigiana mal si concilia con l’immagine di un governo corrotto che sottrarrebbe risorse pubbliche, come quella offerta da Report. D’altronde, nella mia esperienza personale, vedo ogni giorno molte decine di studenti azerbaigiani nelle università italiane che non sono certo né parenti del presidente né figli di oligarchi ma persone normali, che studiano all’estero grazie agli strumenti di diritto allo studio promossi dal governo di Baku.

Tutti i Paesi post-sovietici, eccetto quelli entrati nella UE, non si confanno pienamente agli standard occidentali di democrazia, diritti umani e Stato di diritto. Ciascuna delle ex repubbliche sovietiche ha la sua storia e il suo modello di transizione. Uno Stato come la Russia presenta violazioni ben più rilevanti di quelle azerbaigiane, anche se la stampa italiana – inclusa Report – se ne occupa poco o non se ne occupa affatto. E’ giusto ingaggiare i diversi Stati per il rispetto dei diritti umani e la costruzione dello Stato di diritto. Sempre e in ogni caso. Tuttavia una maggiore comprensione dei fenomeni può aiutare il giudizio del pubblico, evitando ricostruzioni semplicistiche e superficiali. Come è stato nel caso della puntata di Report.