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RubricheIntervisteLe relazioni Nato-Russia: intervista alla Prof.ssa Mara Morini

Le relazioni Nato-Russia: intervista alla Prof.ssa Mara Morini

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Dalla firma del Nato-Russia Founding Act alle tensioni causate dall’invasione dell’Ucraina, passando per gli anni della caduta dell’Unione Sovietica e della cooperazione contro il terrorismo jihadista. Ripercorriamo insieme a Mara Morini – professore associato di Scienza politica presso l’Università di Genova, firma di Domani e autrice del libro La Russia di Putin, edito da Il Mulino – alcuni passaggi salienti delle relazioni tra l’Alleanza Atlantica e la Federazione Russa.

L’intervista è parte dello speciale sull’Alleanza Atlantica “Prossima fermata: #NATO2030”, curato da Danilo Mattera.

Nelle conferenze stampa immediatamente successive all’intervento russo in Ucraina il Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica Jens Stoltenberg ha ribadito che le azioni di Mosca si pongono in netta violazione del nato Russia founding Act del 1997. Come si arrivò alla firma di quel documento e cosa si si attendevano le parti dalla stipula di quel trattato?

Si tratta di un documento sicuramente importante, stipulato in un periodo in cui i rapporti tra la Russia e gli Stati Uniti erano sicuramente più distesi. Ma qui la chiave appunto interpretativa e il ruolo che ha assunto la Presidenza di Boris Yeltsin. Si potrebbe dire che lo stesso Yeltsin si trovò a dover ricostruire politicamente, economicamente e istituzionalmente la Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica e dopo la perestroika promossa da Gorbacev. Quest’ultimo evento ha lasciato sicuramente un ricordo che potremmo definire come post traumatico anche per una generazione più anziana, la stessa che in questi anni ha sostenuto la presidenza di Vladimir Putin. Inoltre bisogna anche tener conto di un particolare rapporto – potremmo dire di simpatia quasi reciproca – tra la presidenza statunitense di Bill Clinton e la presidenza di Yeltsin. È importante ricordare che il Founding Act venne stipulato dopo la rielezione di Yeltsin: elezioni, quelle del 1996, che furono considerate particolarmente critiche poiché si pensava che Gennady Zyuganov, leader del Partito comunista della Federazione Russa, potesse addirittura superare Yeltsin nelle urne. Un’eventualità che avrebbe potuto avviare un percorso di reflusso autoritario rispetto alle riforme volute dallo stesso Yeltsin. La rielezione di quest’ultimo, raggiunta solo al secondo turno, ci fornisce un ulteriore elemento del contesto che portò il leader russo a un accordo di questo tipo.

Nel 2002 l’Italia è stata il teatro di un nuovo momento di incontro ufficiale tra gli esponenti della compagine atlantica e della Federazione. Ritiene che il nuovo documento adottato in quell’occasione, la cosiddetta Dichiarazione di Roma, abbia sancito un avanzamento nelle relazioni bilaterali o sia da considerare come un aggiornamento del Founding Act determinato dai mutamenti internazionali dei primi anni 2000?

A mio avviso si è tratto della seconda ipotesi. Ricordiamo gli attentanti terroristici dell’11 settembre 2001: in quell’occasione, il presidente Putin fu il primo leader mondiale a chiamare il presidente Bush esprimendo tutta la sua solidarietà. In quegli stessi anni anche i cosiddetti concetti di politica estera di difesa russi consideravano il terrorismo islamico come una minaccia alla sicurezza della Russia. Il precedente del 2001 ha sicuramente contribuito a quello che viene definito come lo “spirito di Pratica di Mare”. Da ricordare il ruolo giocato dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e collegato non solo all’amicizia con il presidente Putin ma anche a ottimi rapporti con il presidente Bush. Si può dire che l’obiettivo dell’incontro era quello di chiudere un percorso per riattivarne un altro. Non si deve dimenticare però che il 2002 è solo il secondo anno della presidenza putiniana. Dopo essere arrivato al potere, Putin aveva attuato diverse riforme cercando di sanare quelle che erano le debolezze politiche istituzionali emerse durante la presidenza di Yeltsin: l’incontro, quindi, stava anche nel gioco delle parti. La volontà di collaborazione espressa da Putin è quindi da ricollegare anche allo scarso numero di anni al potere e alla situazione interna della Russia, ancora invischiata in serie difficoltà dal punto di vista economico e di instabilità politica. Questi sono tutti fattori oggettivi che hanno contribuito a tale incontro.

Proprio a Roma, le due parti si accordarono per l’aggiornamento di uno strumento che era già previsto dal trattato del 1997 ovvero il Nato Russia Council. I lavori del Consiglio, interrotti con l’invasione della Crimea, sono ripresi solo recentemente. In che modo la Russia si è approcciata a questo organo? È stato ritenuto uno strumento utile a una piena cooperazione o considerato come un’istituzione vuota priva di ogni capacità di intervento? 

Sicuramente all’inizio c’erano aspettative positive sulla possibilità di sfruttare questo consiglio come un punto di incontro che riuscisse a tenere insieme diverse istanze. Negli anni, però, a fronte del rafforzamento della presidenza putiniana e dei cambiamenti nella presidenza statunitense la situazione è peggiorata: la Russia di Putin si è allontanata sempre di più dagli Stati Uniti, come d’altronde anche dall’Unione Europea, e questo ovviamente si è riverberato anche all’interno del Nato-Russia Council. Lo stesso ministro degli Esteri Sergei Lavrov aveva espresso disappunto rispetto a quelle che erano le aspettative iniziali connesse alla creazione del Consiglio. Le affermazioni dell’allora presidente statunitense Barack Obama riguardo la Russia come potenza regionale, in forte contrasto con la massima aspirazione di Putin di vedere la Federazione come uno stato con un eguale status nell’ordine internazionale, ha oggettivamente allontanato la possibilità che questo Consiglio riuscisse a produrre dei risultati concreti.

In uno dei punti del concetto strategico Nato del 2010 si affermava come la collaborazione tra l’Alleanza e Mosca rappresentasse uno degli elementi fondamentali per la costruzione della pace in Europa. Si può affermare che anche la Russia condividesse questa visione?

Si, assolutamente. Forse però in quel periodo l’Occidente, o meglio i consiglieri della Casa Bianca, non compresero del tutto la volontà russa di cooperare seriamente. Un’eventuale cooperazione avrebbe implicato il riconoscimento internazionale del ruolo della Russia e il rafforzamento dell’immagine di Putin. Sebbene ci fosse ancora un margine – seppur ristretto – per recuperare un tipo di cooperazione, dobbiamo ricordare anche la presenza di segnali di senso contrario: all’epoca, ad esempio, non venne rinnovato l’accordo di cooperazione decennale con l’UE firmato nel 1997. Ci furono, quindi, diversi segnali sia da parte dell’Unione Europea sia dagli Usa di disinteresse nei confronti di quelli che avrebbero potuto essere i rapporti politici internazionali con Russia. Probabilmente ciò fu dovuto al maggiore interesse riguardo i legami commerciali, economici e finanziari. 

Secondo lei, che peso hanno avuto le drammatiche immagine del ritiro alleato dall’Afghanistan nel processo decisionale che ha portato la leadership russa ad avviare l’invasione dell’Ucraina? In quelle settimane molti giornali ripresero la nota citazione del presidente Macron sulla “morte cerebrale” della NATO

Le valutazioni di Putin sono scaturite innanzitutto dalla vulnerabilità socioeconomica dovuta alla pandemia e dal riscontro di una debolezza della politica e della immagine del presidente Biden: una valutazione anche confermata dai sondaggi statunitensi. Ai problemi di natura socioeconomici, si aggiunge la questione delle prossime elezioni di metà mandato dove il presidente statunitense rischia di perdere la maggioranza al Congresso. Queste sono sicuramente valutazioni che hanno influito nell’accelerazione di un attacco che però, come ci insegnano gli strateghi militari, richiedeva un’organizzazione e una premeditazione di almeno un anno e mezzo. Alle valutazioni sulle debolezze statunitense si sono sicuramente aggiunte quelle legate alla situazione europea. Non dimentichiamo, però, che il disimpegno americano dal teatro afghano ha portato il presidente ucraino Zelenski ad accelerare le procedure per l’ingresso nell’Alleanza Atlantica: un’azione che mirava a scongiurare un eventuale disimpegno statunitense nei confronti di Kiev. Anche queste richieste possono aver contribuito all’accelerazione di un’azione già prevista da tempo.

La riproposizione di una politica del “doppio binario” da parte dell’Alleanza, ovvero una posizione in grado di tenere insieme dialogo e fermezza, potrebbe essere la strada giusta per affrontare la crisi?

Sul fronte, ovviamente, non ci si può permettere una partecipazione di Nato e Stati Uniti poiché questa indicherebbe ovviamente una vera e propria dichiarazione di guerra. Anche il discorso sulla no-fly zone è stato in questo senso determinante: si capiscono ovviamente le richieste di Zelenski ma è anche vero che accettarle significherebbe dar vita a un terzo conflitto mondiale. Un conflitto che, come affermato dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, sarebbe anche nucleare. Da questo punto di vista è comprensibile che ci sia cautela. Il “doppio binario” potrebbe essere interessante da un punto di vista di visione politica poiché chiudere definitivamente o andare allo scontro diplomatico contro la Russia, in questa fase, forse non conviene nessuno. Conviene, altresì ove possibile, mantenere sia la fermezza nei confronti dell’azione russa sia tenere aperta una porta per un’auspicata soluzione diplomatica.

Veniamo ora alla percezione della popolazione russa riguardo le relazioni bilaterali tra Mosca e Bruxelles. È una tematica presente nel dibattito mediatico russo?

Sebbene la televisione russa riservi degli approfondimenti di politica estera, non esiste una consapevolezza diffusa rispetto questi rapporti. Al netto di ciò, in tutti questi anni diversi sondaggi – prodotti sia da istituti filogovernativi sia da organizzazioni indipendenti – hanno registrato la presenza nell’opinione pubblica di un forte sentimento antiamericano. Un fattore ampiamente sfruttato dalla presidenza putinina: i sondaggi ci dicono che chi crede all’operazione speciale russa attribuisce la colpa di quanto stia accadendo a un’invasione degli Stati Uniti e della Nato. L’operazione speciale diventa quindi necessaria per salvare un popolo fratello. Ciò ci dà l’idea di quanto la costante antiamericana sia sempre stata presente in una popolazione che ha avuto contatti diretti o indiretti con l’Unione Sovietica e con le narrazioni di quel periodo. Una chiave di politica internazionale che Putin sfrutta per la propria stabilità politica e il proprio consenso.

È possibile rintracciare delle differenze generazionali nell’opinione pubblica rispetto all’invasione dell’Ucraina e alle relazioni con gli Stati Uniti? 

La frattura generazionale ormai è molto evidente. Fino a qualche tempo fa, i giovani hanno avuto modo di accedere ai social media, beneficiando di informazioni alternative a quelle veicolate dalla propaganda mediatica russa. La popolazione più matura, over 55-60, invece utilizza meno i social ed è solita guardare programmi televisivi. Teniamo inoltre presente che la televisione copre il 96% dell’intero territorio della Federazione ed è quindi in grado di raggiungere anche i villaggi più remoti, non solo le grandi città. Da questo punto di vista è chiara – anche dalle immagini che ci sono giunte – la presenza di una forte componente giovanile nei movimenti di protesta contro l’invasione. Le misure repressive messe in campo dal governo ostacolano però la creazione di una mobilitazione dal basso per destituire il presidente della Federazione.

Concludiamo l’intervista ritornando alla fine del confronto bipolare. Si può dire che alla fine di quel periodo si perse un’occasione per instaurare rapporti più forti e più stabili tra l’Alleanza Atlantica e la Russia? Si sarebbe potuto fare di più? 

Eccome se si poteva fare di più. Si poteva fare di più innanzitutto cercando di non ragionare in termini da Guerra fredda, da spettro dell’Unione Sovietica ma comprendendo che in quel periodo la Russia – soprattutto quella di Yeltsin – poteva inaugurare un percorso diverso. Le paure collegate all’ipotesi che l’entrata della Russia nella Nato o nell’Unione Europea avrebbe influenzato – non essendo una democrazia piena e consolidata – le altre democrazie liberali forse è stato un errore di valutazione: basti pensare che poi lo si è fatto con i paesi dell’Europa Centro-orientale.

Danilo Mattera

Geopolitica.info

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