Diplomazia del gas e rotte strategiche: le relazioni di Mosca con il Caucaso “rinnovato”

Nell’ultimo mese del 2018, le tornate elettorali in Georgia e Armenia hanno cambiato i volti delle rispettive guide politiche. Leadership che, invece, resta immutata e stabile in Azerbaijan, Paese sempre più strategico per il mercato energetico regionale. Il 2019 del Cremlino si apre, quindi, alla ricerca di conferme e risposte alle novità nel Caucaso.

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GeorgiaSalome Zurabishvili, sostenuta dal partito di governo Sogno Georgiano, ha battuto al ballottaggio lo sfidante Grigol Vashadze, supportato dall’ex-presidente Saakashvili. La vittoria della Zurabishvili sembra garantire una posizione meno partigiana nel dialogo, seppur difficile, con la Russia. Tuttavia, La neoeletta Presidente non ritiene ancora maturi i tempi per ricostruire una relazione diplomatica seria ed efficace (Agenda.ge 2019), soprattutto senza la consulenza degli alleati esterni di Tbilisi (Ue e Nato in primis). Molto pacati anche gli auspici post-voto del Cremlino, che tramite il viceministro degli Esteri Karasin e il portavoce Peškov ha riconosciuto la vicinanza tra i due popoli, ma anche la grande distanza tra i rispettivi governi (InterpressNews 2018). A complicare il percorso di distensione tra i due Stati si inseriscono le ferme opposizioni dei leader di Abcasia e Ossezia del Sud, le cui dichiarazioni si rivolgono unicamente alla protezione di Mosca e al disconoscimento di qualsiasi legame con il passato georgiano. In queste settimane, inoltre, le frontiere tra gli Stati de facto e Tbilisi sono state chiuse, ufficialmente per prevenire la diffusione dell’influenza suina che sta colpendo la Georgia. È chiaro a tutti gli attori in campo come la normalizzazione dei rapporti sia il presupposto per qualsiasi progetto riguardante il futuro della Georgia, Paese segnato dalla forte tensione tra aspirazioni europeiste-atlantiste ed eredità storiche da risolvere. Tra i segnali positivi colti da Mosca figura la continuità dei rapporti equilibrati e pragmatici tra Teheran e Tbilisi che, pur confermando la stretta vicinanza agli USA, non ha sposato la linea dura di Washington contro la Repubblica Islamica (Kucera 2018). Un altro segnale proviene dal Primo ministro georgiano Mamuka Bachtadze, che conferma il ruolo della Georgia come Paese di transito del gas russo verso l’Armenia (RIA Novosti 2019). Pur rifornendosi essenzialmente dal vicino Azerbaijan, Tbilisi non vuole abdicare al suo ruolo di crocevia energetico per la regione, continuando a beneficiare del contratto con Gazprom per il passaggio della materia prima verso Erevan.

Armenia – Nelle elezioni del 9 dicembre 2018, Nikol Pashinyan è stato confermato Primo Ministro dell’Armenia col 70% dei voti. Il leader della Rivoluzione di velluto, che nello scorso maggio portò alle dimissioni del predecessore Serz Sargsyan, ha capitalizzato i consensi del suo movimento riformista. La precedente classe dirigente, tacciata di immobilismo e corruzione, è stata spazzata via con il collasso elettorale del Partito Repubblicano. Finora, i governi di Erevan sono sempre stati alleati sicuri e fedeli per Mosca, che ha puntato sulle debolezze e sui limiti della piccola Repubblica caucasica. Innanzitutto, l’Armenia non ha confini diretti con la Federazione Russa, per cui Erevan non ha dispute territoriali in corso con Mosca (al contrario della Georgia). È fortemente ostile alla Turchia (partner talvolta imprevedibile per Mosca) e all’Azerbaijan (ideale per tenere indirettamente sotto pressione il traffico energetico dal Mar Caspio, nonostante l’Oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan escluda totalmente il territorio armeno). Inoltre, la sua popolazione è a maggioranza cristiano-ortodossa; non risulta quindi essere un potenziale focolaio di attività terroristiche (a differenza dell’Azerbaijan, a maggioranza musulmana sciita, confinante con l’instabile Dagestan e patria del temuto gruppo Azerbaijani Jamaat, vicino all’Emirato del Caucaso ceceno). Tre pregi strategici, se guardiamo la politica estera del Cremlino dell’ultimo ventennio (Baldoni 2018). La trasformazione politica armena, così come tutte le rivoluzioni colorate, ha decisamente aumentato il livello di guardia di Mosca, che ha perso la sua classe dirigente di riferimento. Nikol Pashinyan ha rassicurato la solidità delle relazioni russo-armene, sottolineando subito la ferma intenzione di non aderire alla Nato, pur cercando assistenza in Europa (Vzgljad 2018). Ma il Cremlino vuole chiarire subito i rapporti di forza e, consapevole della forte dipendenza armena dal sostegno economico della Federazione russa, fa leva sui bisogni energetici di Erevan. Per lanciare un chiaro monito a Pashinyan, Gazprom ha imposto un incremento del prezzo del gas russo dal 1° gennaio 2019 del 15%, (VestiKavkaza 2019). La decisione ha allarmato il nuovo Governo armeno, subito mobilitatosi per fronteggiare la situazione e chiedere nuovi accordi con il vicino Iran. Anche in questo caso, la ricerca del sostegno di Teheran non collima con i disegni dell’amministrazione Trump, incrinando il dialogo per una possibile affiliazione occidentale.

Azerbaijan – All’orizzonte di Baku non si delineano grandi cambiamenti. Ilham Aliyev resta saldo al comando, nonostante le proteste degli ultimi giorni contro la detenzione di alcuni dissidenti politici. L’Azerbaijan che entra nel 2019 gode della firma dell’Accordo sullo Status Giuridico del Mar Caspio, firmato dopo venti anni di trattative tra tutti gli Stati rivieraschi. L’estromissione di Stati terzi (principalmente rivolto agli USA) dallo sfruttamento delle risorse e della gestione dello spazio marittimo consente a Baku, tramite la compagnia di Stato SOCAR, di gestire autonomamente le proprie immense riserve di gas naturale. La ricchezza estratta dal giacimento di Shah Deniz viene convogliata nei gasdotti che attraversano Georgia e Turchia. La realizzazione del Southern Gas Corridor renderebbe l’Azerbaijan uno dei principali esportatori di gas verso il mercato europeo, minacciando il ruolo predominante della Russia. Fino ad allora, però, Baku dovrà tener conto dei tempi d’implementazione della seconda fase di sfruttamento di Shah Deniz, la cui produzione è essenzialmente rivolta all’estero, e dell’aumento della domanda globale. Il deficit affrontato nel 2017 ha costretto il Paese a richiedere a Gazprom un contratto triennale per l’import di gas. I dirigenti azeri rassicurano che, dal 2020, l’Azerbaijan non avrà alcun bisogno di questi accordi (Kommersant 2018). Agli altalenanti rapporti energetici si aggiungono quelli politico-militari. Nel dicembre 2018 è saltata la trattativa per la compravendita di missili russi SSC-6, ritenuti dalla Difesa di Mosca troppo pericolosi per lo scenario del Caspio (Kommersant 2018). Al contempo, il Cremlino plaude all’incontro tra i Ministri degli Esteri armeno ed azero tenutosi il 16 gennaio a Parigi, dove i due rappresentanti hanno discusso di una possibile pacificazione della situazione nel Nagorno-Karabakh. Dopo il breve incontro al summit del CSI in Tagikistan nel 2018, Aliyev dovrebbe incontrare nuovamente Pashinyan per discutere le possibili prospettive per la regione contesa. È indubbio l’interesse di Mosca a trarre il maggior vantaggio possibile da un eventuale accordo.

Un tavolo fondamentale per Mosca – Il Caucaso meridionale si conferma una regione verso cui Mosca deve prestare la massima attenzione. Il Cremlino deve riuscire a gestire la propria egemonia o eventuali negoziati che gli consentano, almeno, di non perdere il controllo e l’influenza dell’area. Il crocevia caucasico ha una duplice importanza: nella sua direttrice Est-Ovest, se consideriamo la minaccia eventuale delle risorse energetiche non-russe dirette verso l’Europa; in quella Nord-Sud, se guardiamo al rapporto con l’Iran e, allargando la mappa, agli interessi consolidati nel Mediterraneo siriano (Florian 2018). Per la Russia, il mantenimento del ruolo di protagonista geopolitico riconquistato negli ultimi anni passa anche dalle montagne del Caucaso.