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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaUna relazione transnazionale: Turchia e Israele nell’era Erdogan

Una relazione transnazionale: Turchia e Israele nell’era Erdogan

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Il 17 agosto 2022, a seguito di un colloquio telefonico tra ministri degli Esteri, Israele e Turchia hanno annunciato il pieno ristabilimento delle relazioni diplomatiche. Si tratta di una decisione che ha posto fine alla terza degradazione delle relazioni bilaterali, iniziata nel maggio 2018, quando Ankara aveva deciso di espellere l’ambasciatore israeliano a seguito delle vittime degli scontri tra forze armate israeliane e manifestanti palestinesi al confine di Gaza.

Articolo precedentemente pubblicato come contributo ne “La proiezione esterna della Turchia di Erdogan”, una ricerca del Centro Studi Geopolitica.info per l’Osservatorio Politica Internazionale del Parlamento Italiano.

Il rapprochement turco-israeliano è giunto al termine di un negoziato iniziato alla fine del 2020 – su iniziativa turca e con un’iniziale reticenza da parte israeliana – attraversato nel corso dei mesi da diverse tappe cruciali: la prima telefonata tra ministri degli Esteri in tredici anni; la prima visita dal 2007 di un Presidente della Repubblica israeliano in Turchia; la prima visita di un ministro degli Esteri turco in Israele in quindici anni (Ravid, 2022). Una dinamica che fa sembrare un lontano ricordo le parole al vetriolo pronunciate dal Presidente turco Erdogan nel 2017, quando aveva definito Israele uno «Stato terrorista» (Al Jazeera, 2017), a cui aveva fatto seguito la risposta del Primo Ministro israeliano Netanyahu, il quale aveva definito Erdogan un Presidente «che aiuta i terroristi, inclusi a Gaza, a uccidere persone innocenti. Il segno opposto di queste dichiarazioni rispetto al nuovo slancio cooperativo intrapreso negli ultimi mesi rende bene l’idea di quella che si è andata sviluppando come una relazione “transazionale” nell’era Erdogan, iniziata con la vittoria elettorale del partito AKP nel 2002 . Un rapporto che ha infatti alternato cooperazioni mirate a fasi di crisi, come nel 2010 e nel 2018 . Con tale formulazione si vuole evidenziare come le interazioni turco-israeliane negli ultimi due decenni si siano basate su un approccio contraddistinto dai seguenti caratteri peculiari: la preferenza per le relazioni bilaterali su quelle multilaterali; l’engagement selettivo su singoli dossier, con la logica di breve periodo che prevale sui calcoli di lungo periodo; il rifiuto di un policy-making orientato ai valori; una politica estera influenzata da calcoli di politica interna (Bashirov & Yilmaz, 2020). Applicando questo paradigma all’analisi della relazione tra Turchia e Israele e, in particolare, al rapprochement in corso, è possibile spiegare l’interesse dei due attori ad effettuare “transazioni”, cioè a cooperare in maniera mirata su alcuni dossier, senza tuttavia pretendere di risolvere tutte le divergenze esistenti.

I terreni della cooperazione

L’economia è il settore che con maggiore costanza ha visto cooperare Turchia e Israele negli ultimi anni. Non è un caso, pertanto, che nell’agosto 2022, ancor prima del ritorno dei rispettivi ambasciatori, i due Paesi abbiano nominato dei rappresentanti economici. Tra i due Paesi vige un accordo di libero scambio (FTA), in vigore dal 1997. Guardando ai dati più recenti, nel 2021 la Turchia rappresentava il settimo partner commerciale di Israele, mentre lo Stato ebraico figurava come il nono partner commerciale di Ankara. Tra il 2010 e il 2021 l’export turco verso Israele è cresciuto progressivamente ogni anno, subendo un rallentamento solamente nel 2015, risultando pertanto poco influenzato dall’andamento delle relazioni politiche-diplomatiche tra i due Paesi. In termini assoluti, lo scorso anno è stata superata per la prima volta la soglia dei 6 miliardi di dollari esportati. Al contrario, l’export israeliano verso il Paese anatolico nell’ultimo decennio ha assunto un andamento irregolare, mai superando in termini assoluti i 2,7 miliardi di dollari di volume esportato (2014). Entrando più nello specifico, il settore dell’aviazione civile è quello su cui Ankara e Tel Aviv hanno stabilito una consolidata partnership. Dal punto di vista turco, questa si inserisce nel più ampio tentativo di rendere il Paese anatolico un hub mondiale della connettività, dei trasporti e della logistica. Da qui anche l’iniziale dura opposizione del Presidente turco alla firma degli Accordi di Abramo, la quale non era dettata unicamente da calcoli geopolitici o ideologici ma anche economico-infrastrutturali. Con l’ingresso, su tutte, delle compagnie emiratine nel mercato israeliano, Erdogan ha infatti compreso che la supremazia turca in questo settore sarebbe stata messa in discussione. 

Dal lato israeliano, stabilire dei collegamenti con la Turchia ha significato poter rompere quell’isolamento “geografico” regionale a cui per decenni è stato soggetto lo Stato ebraico . Declinazione in termini infrastrutturali della dottrina strategica della Periferia, coniata già a partire dagli anni ‘50 da David Ben Gurion. Cinque sono le compagnie aeree turche che operano all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv: Corendon Airlines, Onur Air, Free Bird Airlines, Pegasus Airlines, Turkish Airlines . Il traffico aereo tra i due Paesi è interamente servito dalle compagnie turche . Solo nelle ultime settimane si è iniziato a lavorare all’apertura di nuove rotte servite dalle compagnie israeliane. Ipotesi messa su carta in seguito alla firma di un nuovo accordo sull’aviazione civile, il primo dal 1951. A questo settore si collega quello del turismo. La Turchia è una delle principali mete dei turisti israeliani – a cui, a differenza dei turchi, non è richiesto il visto – ma anche uno scalo da cui quest’ultimi possono raggiungere il mercato asiatico e non solo. Ben più limitato è il turismo turco in Israele, anche per questioni legate ai rischi di sicurezza sollevati dagli israeliani. Va infine segnalato che a partire da agosto 2022 è stato lanciato un programma pilota attraverso cui i viaggiatori palestinesi possono usufruire di corridoi turistici operati da Pegasus in partenza dall’aeroporto di Eilat-Ramon, in territorio israeliano.

Sul fronte della sicurezza esistono diversi dossier in cui i due Paesi hanno effettuato nel corso dell’era Erdogan delle proficue “transazioni”. Primo fra tutti la cooperazione tra forze armate e industrie della difesa. All’inizio degli anni duemila Israel Aircfraft Industries (IAI) ha portato a termine l’aggiornamento di 54 cacciabombardieri F-4 Phantom in servizio presso l’aeronautica turca, per un valore di 700 milioni di dollari. Nel 2002 IAI e Turchia hanno iniziato negoziati per l’aggiornamento di sette aerei da trasporto C-130E turchi, poi non andato a buon fine per divergenze sulla spesa. Accordi simili hanno riguardato anche il parco elicotteri turco, con il coinvolgimento di Israel Military Industries e Elbit Systems, i carri armati M-60 turchi e il crescente settore degli unmanned aerial vehicles (UAVs) (Kogan, 2005). La cooperazione in questo settore è stata interrotta nel 2010 a seguito della già richiamata crisi della Mavi Marmara. Se nel settore dell’industria della difesa il recente riavvicinamento non ha ancora rilanciato la cooperazione, transazioni positive si sono viste sul fronte dell’intelligence. Anche qui non si tratta di una collaborazione sistematica e continuativa, ma di singole iniziative. 

È il caso dei presunti attacchi/rapimenti di matrice iraniana contro turisti israeliani in territorio turco. Nel giugno 2022 l’intelligence turca ha dichiarato di aver sventato attacchi di questo tipo, collaborando con le agenzie israeliane (Israel MFA, 2022c). Allargando la prospettiva, le attività iraniane nella regione sono un terreno di tacita cooperazione tra i due Paesi anche in altri teatri, come la Siria, in cui Israele e Turchia si sono ritrovate a condividere parte dei propri obiettivi; su tutti, il comune impegno per evitare la creazione di un arco d’influenza iraniano che avesse la Siria come epicentro. Ancor prima, va ricordato come fino al 2008 Erdogan tentò di mediare dei negoziati di pace tra Israele e Siria, poi naufragati con lo scoppio della guerra civile. Dall’altro lato, tuttavia, un limite alla cooperazione è rappresentato dai rapporti tra Israele e i curdi. Le diverse formazioni curde, siriane, irachene e in parte iraniane, a partire dagli anni ‘60 hanno rappresentato un tassello della già richiamata “dottrina della Periferia” di matrice israeliana. Nel 2014 e nel 2017 il Primo Ministro Netanyahu si spinse a sostenere l’indipendenza curda, ipotesi percepita da Ankara come una minaccia alla propria sicurezza nazionale.

I fattori di contrapposizione

Il settore dell’energia, e in particolare del gas naturale, vede al momento agli antipodi i due Paesi nell’ambito di una competizione che coinvolge l’intero bacino del Mediterraneo orientale. Si tratta di un dossier in cui in futuro potrebbe trovarsi un modus vivendi che tuttavia ancora non sembra all’orizzonte. Con le scoperte dei primi giacimenti offshore israeliani, Tamar nel 2009 e Leviatano nel 2010, lo Stato ebraico è diventato un esportatore netto di energia, traducendosi in un concorrente della Turchia in relazione al sistema di approvvigionamento energetico del continente europeo. A ciò si aggiunga la proficua cooperazione che Israele intrattiene con Grecia e Cipro, due rivali di Ankara anche in termini geopolitici . 

Una materializzazione della competizione nel mercato gasiero che vede Israele e Turchia su fronti opposti è la nascita dell’East Mediterranean Gas Forum, in cui la Turchia non è stata inclusa. Con la crisi energetica legata all’invasione russa dell’Ucraina il Presidente turco ha tentato di rilanciare una possibile partnership israelo-turca per il trasporto tramite gasdotto via Turchia del gas israeliano diretto in Europa, in sostituzione della pipeline EastMed, che se realizzata attraverserebbe il territorio cipriota e greco. Si tratta di un’ipotesi difficilmente realizzabile per gli elevati costi economici e per le già richiamate difficoltà geopolitiche, considerando anche la già rodata rotta che vede il gas israeliano trasportato in Egitto, dove viene liquefatto per poi essere trasportato in Europa come GNL. Nel medio periodo Ankara non immagina un suo ingresso nel EMGF, dove a fianco ad attori dialoganti come l’Egitto incontrerebbe la strenua opposizione di Atene e Nicosia . Pertanto, starebbe pensando di proporre la creazione di un forum allargato che possa comprendere tutti gli attori del bacino e non solo, dove poter negoziare un appeasement sul gas che possa soddisfare tutte le parti in causa. In uno scenario del genere, presupponendo che la riconciliazione israelo-turca dovesse proseguire, Israele potrebbe a quel punto ritagliarsi un ruolo di mediazione tra i due schieramenti.

Nondimeno, la questione palestinese rimarrà il principale elemento di frizione tra Ankara e Tel Aviv nel medio-lungo periodo, come anche accaduto negli ultimi due decenni. Ragioni culturali, ideologiche e religiose, oltre che strategiche, hanno reso la Turchia governata dall’AKP, insieme all’Iran, uno dei principali sostenitori della causa palestinese, anche al netto di una riduzione del supporto proveniente dai Paesi arabi. 

Negli anni di Erdogan proprio la questione palestinese ha rappresentato il terreno da cui sono scaturite le già richiamate crisi diplomatiche con Israele. Nell’ultima fase tuttavia il Presidente turco ha sviluppato una gestione “pratica” delle crisi cicliche – soprattutto le escalation a Gaza – che gli permette di gestire in modo pragmatico le crisi minori, come quelle di Ramadan e di agosto del 2022, senza dover essere costretto a rompere diplomaticamente con lo Stato ebraico. Un cambio che si sta riflettendo in una moderazione dei toni di condanna per le operazioni militari israeliane. Un dossier collegato è quello di Gerusalemme e la gestione dei luoghi santi, sul cui controllo ormai pende una competizione intra-islamica tra tre Paesi: Giordania – che ne detiene legalmente la custodia – Arabia Saudita e appunto Turchia. Ankara sta aumentando la propria influenza nella comunità araba gerosolimitana grazie ai crescenti finanziamenti a istituti d’istruzione, attività culturali e ONG, un’evoluzione che viene monitorata con attenzione da parte israeliana. La relazione tra Turchia e Hamas rappresenta infine il dossier più critico: i membri dell’organizzazione terroristica palestinese per anni hanno beneficiato di una libertà di movimento in territorio turco – grazie anche all’ottenimento di passaporti turchi – dove secondo notizie di stampa Hamas avrebbe installato un quartier generale segreto da cui lanciare operazioni cyber e di counter-intelligence. Inoltre, vari sono stati gli incontri pubblici tra il Presidente turco e i leader di Hamas, intensificati a seguito della presa del potere a Gaza del movimento islamista ai danni dell’Autorità palestinese. Il recente riavvicinamento turco-israeliano ha comportato una limitata restrizione delle attività di Hamas da parte di Ankara. Condizione ritenuta insufficiente da Tel Aviv, che pertanto sul tema continua a rimanere cauta, vista l’improbabile cesura dei rapporti tra il movimento islamista e l’attuale classe dirigente al potere in Turchia. 

Conclusioni

Il recente rapprochement turco-israeliano si inserisce nel quadro di una relazione bilaterale segnata nell’era Erdogan da un approccio “transazionale”. Pertanto, nei prossimi mesi è doveroso attendersi un approfondimento della cooperazione su dossier mirati che, tuttavia, anche nei momenti di maggiore distensione, non porterà alla costruzione di una partnership strategica o di un rapporto di alleanza. Nel medio periodo possono essere individuati alcuni appuntamenti chiave che potranno incidere in maniera contingente sull’andamento ciclico della relazione tra Turchia e Israele. Due di questi sono le elezioni legislative israeliane del novembre 2022 e le elezioni presidenziali turche del 2023. Come affermato in precedenza, la politica domestica rappresenta un constraint dell’approccio di politica estera incardinato sul paradigma transazionale. Pertanto, il risultato delle due tornate elettorali potrebbe condizionare non poco il destino della relazione turco-israeliana. Un’altra variabile da monitorare sarà lo stato dei rapporti israelo-palestinesi. Lo scoppio di una guerra su vasta scala che coinvolga la Striscia di Gaza e/o la Cisgiordania potrebbe costringere Erdogan a rivedere il management pragmatico sviluppato per la gestione delle crisi minori, per far fronte a potenziali pressioni interne a sostegno della causa palestinese. 

Sullo sfondo permangono altre dinamiche strutturali che, andando a incidere sugli equilibri regionali, potrebbero influenzare lo stato dei rapporti tra Israele e Turchia. Tra queste: le prossime elezioni presidenziali americane del 2024 e il conseguente nuovo indirizzo della politica mediorientale americana; il destino del nucleare iraniano e la risposta degli attori regionali; la continuazione o meno del trend distensivo regionale inaugurato alla fine del 2020, il quale coinvolge gli Stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo, Egitto, Iran e Turchia; l’andamento del conflitto in Ucraina e l’impatto che questo avrà nei teatri secondari, a partire dal settore economico, energetico e dell’approvvigionamento alimentare.

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