Regno Unito, le trattative della Brexit continuano tra Coronavirus e lockdown

Vi ricordate quando si parlava continuamente di Brexit, delle conseguenze per l’Unione Europea e per il Regno Unito o delle motivazioni che avevano spinto la popolazione britannica a votare per il ‘leave’? L’emergenza del Covid-19 sembra aver messo tutto in stand by ma in realtà il processo di uscita sta continuando, con alti e bassi e a fari spenti.

Regno Unito, le trattative della Brexit continuano tra Coronavirus e lockdown - Geopolitica.info

Dal 1° febbraio, lo sappiamo, il Regno Unito è formalmente fuori dall’Unione Europea, anche se l’accordo prevede che le parti in causa continuino a dialogare e discutere per risolvere le questioni ancora in piedi, il tutto entro la fine di dicembre 2020. Evidentemente nessuno si aspettava l’arrivo dell’epidemia Covid-19, che ha stravolto gli ordini del giorno di ogni agenda (politica e non) e le stesse negoziazioni si sono trovate davanti diversi ostacoli.

Il Covid-19 ha infatti colpito molti dei protagonisti impegnati nelle trattative: primo in ordine cronologico è stato il capo negoziatore europeo, Michel Barnier, che a marzo è risultato positivo al tampone.  Ha così dovuto ‘scontare’ un periodo di isolamento domiciliare di qualche settimana prima di guarire. Anche il corrispettivo britannico David Frost si è posto in autoisolamento dopo aver mostrato i sintomi di un possibile contagio. In maniera più grave il virus ha colpito il premier Boris Johnson; il leader conservatore è stato infatti prima ricoverato in ospedale e, a seguito di un peggioramento, è stato trasferito in terapia intensiva per essere poi dimesso dopo solo qualche giorno. Ha quindi solo da poco potuto riprendere le redini delle attività governative.

Dopo un periodo di stallo sono così ripresi i negoziati, con gli incontri fissati al 20 aprile, 11 maggio e 1° giugno, tutti in videoconferenza per evitare spostamenti o possibili contagi. Durante la prima sessione di incontri, una delle tematiche su cui le parti si sono scontrate è stata la possibile creazione di un ufficio tecnico o di una sorta di ambasciata (in versione ridotta) targata UE a Belfast. Proposta osteggiata dal governo britannico, ma voluta dall’Unione e appoggiata dalla maggioranza dei parlamentari nordirlandesi a Westminster. Quest’ultimi ritengono sia un modo per garantire i diritti dei cittadini dell’Ulster, che potranno avere sia passaporto britannico che irlandese, mentre secondo gli unionisti del DUP nordirlandese, fortemente contrari, sarebbe invece un elemento divisivo.

Nel frattempo, prevedibilmente, si sono alzate diverse voci per richiedere di posticipare la data finale del periodo dei negoziati. Una su tutte quella della managing director del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, la quale ha richiesto un’estensione del periodo di transizione, per cercare di contrastare l’incertezza economica nel mondo dopo il Covid-19. 

Altra voce da tenere in considerazione, sulla stessa lunghezza d’onda, è quella di Michael Russel, segretario di Gabinetto scozzese, che ha chiesto un prolungamento dei negoziati di due anni, per evitare che gli scozzesi, e la loro economia, si ritrovino a dover affrontare contemporaneamente sia l’emergenza globale sia una possibile hard Brexit. Russell ha poi richiesto all’esecutivo di tener conto maggiormente delle richieste dei governi di tutte le nazioni britanniche, Scozia in primis. Lo scontro tra Edimburgo e Londra si fa sempre più netto ed è molto probabile che nel prossimo futuro avrà un peso importante nella politica al di là del canale della Manica, come anche le istanze indipendentiste della comunità nazionalista cattolica dell’Irlanda del Nord.

Da Londra, però, non sembrano volerne sapere. Come risposta alla direttrice del FMI diversi portavoce britannici hanno confermato l’idea di lasciare definitivamente l’Unione Europea il 31 dicembre, con o senza un accordo. In questadecisione un ruolo può essere attribuito anche all’epidemia attuale; nel governo Johnson, infatti, sono in molti a sostenere la necessità di svincolarsi da determinati dettami UE nel momento in cui dovranno essere decise e adottate le misure economiche per la ripartenza. La richiesta di proroga della transizione può essere richiesta entro il mese di giugno, ma lo stesso Barnier ha confermato l’attuale decisione britannica di non volerla presentare. Quel che appare è che non siano stati fatti molti progressi, mentre il tempo scorre e ci si comincia a preparare per un esito negativo su molte questioni ancora irrisolte.

Intanto nel Regno Unito il coronavirus continua a causare danni enormi, anche per via di un colpevole ritardo del governo nell’intraprendere misure contenitive. In termini di vite umane sono stati registrati più di 29mila decessi, posizionando il Regno Unito come terzo nella triste classifica mondiale delle vittime accertate. Non sono ancora calcolabili i danni provocati al tessuto produttivo ed economico del Paese ma Johnson ha sottolineato come sia la più grande sfida economica dal secondo dopoguerra, utilizzando quello che è ormai un refrain utilizzato da tutti i leader politici. Sarà forse una frase banale ma fa capire come anche a Londra ci si debba aspettare il peggio. La ripresa britannica si intreccerà senza dubbio con l’inizio del percorso del Regno Unito fuori dall’UE, e ciò comporta un’ulteriore difficoltà nelle previsioni economiche del futuro.

Luca Sebastiani,
Geopolitica.info