Regno Unito, il posizionamento diplomatico e la partita degli accordi commerciali

La ‘Global Britain’, criticata ferocemente da alcuni ed esaltata in maniera incondizionata da altri, deve necessariamente nei prossimi mesi gettare le basi per il proprio futuro. Con la recente uscita dall’Unione Europea, Londra dovrà riuscire a raggiungere il numero più alto di accordi commerciali bilaterali in giro per il mondo per sostenere la propria economia. Allo stesso tempo l’allineamento diplomatico e strategico del paese, dopo un periodo di assestamento, è saldamente convergente con l’alleato principale oltreoceano.

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Allineamenti

Nello scacchiere internazionale, in un mondo sempre più polarizzato attorno alle grandi potenze, con da una parte gli Stati Uniti e dall’altra la Cina, il Regno Unito sa che deve allinearsi al suo storico alleato, sacrificando alcuni vantaggi economici derivati da accordi più stretti con Pechino. E’ recente la notizia del dietrofront su Huawei e della sua esclusione dalle forniture per la rete 5G nel Regno Unito dal prossimo gennaio. Il rischio e i dubbi di compromettere la sicurezza informatica del paese, affidandola ad una compagnia straniera e ‘ostile’, ha avuto la meglio. Washington ha dovuto minacciare forti sanzioni e l’ostruzione ai negoziati sull’accordo di libero scambio tra USA e UK per far sì che Boris Johnson rovesciasse l’iniziale apertura britannica nei confronti del colosso cinese.

La Cina è rimasta scottata da questa decisione ma era un risvolto prevedibile e che da Pechino temevano, tanto più dopo la forte presa di posizione di Londra sulla questione di Hong Kong. Il governo Johnson, vista la stretta cinese sui diritti civili e la violazione della dichiarazione sino-britannica, si è detto pronto a favorire, con il passaporto ‘British National Overseas’ e con permessi di soggiorno prolungati, la cittadinanza a circa 3 milioni di abitanti della città asiatica. Una svolta che si può definire storica, anche se non venisse perseguita realmente nei numeri citati.

L’ostilità con la Cina è ormai aperta e Londra dovrà inevitabilmente affrontare il nodo della forte dipendenza strategica che ha accumulato, soprattutto negli ultimi anni, con Pechino. Un report della ‘Henry Jackson Society’ ha sottolineato come per 229 beni, in special modo nel settore tecnologico e farmaceutico, più del 50% delle importazioni provenga dalla Cina, rendendo così il Regno Unito estremamente debole in situazioni di tensione crescente.

Londra inoltre, con le fresche dichiarazioni governative di possibili interferenze russe nelle elezioni del 2019, ha riaperto il fronte con Mosca. Altre accuse alla Russia sono giunte dal Canada, dagli Stati Uniti e proprio dal Regno Unito che sostengono come un gruppo di hacker (APT29), legato ai servizi d’intelligence russi, abbia cercato di rubare informazioni dagli enti e dai ricercatori attualmente al lavoro sul vaccino per il Covid-19. Questi nuovi attacchi dimostrano, come se ce ne fosse bisogno, che i rapporti tra Londra e Mosca non siano esattamente idilliaci.

Accordi commerciali

Come detto in precedenza, ancora non sono del tutto prevedibili le modalità e le conseguenze economiche dell’uscita di Londra dall’Unione Europea, ma il Regno Unito si sta muovendo per assicurarsi accordi, commerciali e no, nel resto del mondo. D’altronde non avere la garanzia di accesso al mercato europeo porta alla necessità di doversi ‘guardare intorno’, a partire dai paesi del Commonwealth, prima area dove si sono già concentrate le attenzioni britanniche. I cosiddetti ‘Brexiteers’, negli ultimi 4 anni, hanno sottolineato l’importanza di stringere in maniera ancora più forte i rapporti con i paesi del Commonwealth, sostenendo come gli assoluti vantaggi economici che ne potrebbero derivare sarebbero ben superiori a quelli avuti finora con i paesi dell’UE. I contrari alla Brexit, invece, reputano una pura illusione sostituire il mercato europeo, primo per quantità e qualità di sbocchi, con i cinquanta e più paesi del vecchio Impero Britannico.

Boris Johnson ha annunciato la volontà di stringere entro la fine del 2020 degli accordi commerciali di libero scambio con Canberra e Wellington, oltre quello con gli Stati Uniti, che si annuncia però più ostico da raggiungere in pochi mesi. In generale, Londra sembra rivolgersi ai paesi dei ‘Five Eyes’, l’alleanza dei servizi di intelligence di Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti, a cui li lega la comune lingua inglese e una cultura storica condivisa.

Altro paese con cui Londra sta negoziando per trovare un accordo bilaterale è il Giappone. I tempi stringono, anche perchè Tokyo ha dato una sorta di ultimatum di poche settimane ai negoziatori britannici per riuscire ad arrivare a una firma. Se si giungesse a una soluzione positiva sarebbe un importante successo per il governo Johnson e per la segretaria al Commercio Liz Truss, mentre la Corea del Sud e Singapore potrebbero rivelarsi partner privilegiati del Regno Unito nel prossimo futuro.


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Ruolo mondiale

A chi accusava il Regno Unito di ‘ritirarsi’ entro i propri confini e isolarsi con l’uscita dall’UE, Londra sta rispondendo con la strategia della ‘Global Britain’ muovendosi in tutto il mondo. A livello economico è ancora difficile prevederne gli esiti, ma a livello diplomatico già si può intendere sia l’indirizzo che il filo rosso delle decisioni prese: rilanciare il ruolo britannico in tutti i continenti, da quello asiatico a quello americano, passando per l’Africa. Non a caso l’ex ministro del commercio britannico Liam Fox si è presentato come candidato alla posizione di Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Da quanto trapela non sono molte le sue possibilità di elezione, ma può essere considerato comunque un segnale forte lanciato da Londra.

Del resto, nonostante la caduta dell’Impero Britannico dello scorso secolo, il Regno Unito ha molti dei fattori essenziali indispensabili nel ‘gioco’ delle grandi potenze: la finanza, l’intelligence, la diplomazia e il nucleare. Ha però alcune debolezze interne che minacciano il suo futuro, in primo luogo gli indipendentismi crescenti in Scozia e in Irlanda del Nord che, tra dinamiche demografiche, sociali e politiche, premono sul governo centrale. Lo scopo principale della Brexit è proprio quello in teoria di rafforzare l’unità delle ‘province’ britanniche più riottose, ma al momento sembra aver peggiorato la situazione.

Luca Sebastiani,
Geopolitica.info