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Recensione volume: Minorities and Diasporas in Turkey: Public Images and Issues in Education

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Il tema delle minoranze e delle diaspore è uno dei temi sociali e politici più attuali e rilevanti in Turchia. La comprensione della storia e dello sviluppo odierno di questi fenomeni è di importanza pivotale per chiunque voglia avvicinarsi allo studio di questo Paese. Il volume “Minorities and Diasporas in Turkey: Public Images and Issues in Education” a cura di Fulvio Bertuccelli, Mihaela Gavrila e Fabio L. Grassi fornisce un interessante spaccato di questo complesso mondo, nonché un’ottima base di partenza per chiunque voglia approfondire ulteriormente queste tematiche.

Il tema delle minoranze e delle diaspore in Turchia è uno dei temi sociali e politici più attuali e rilevanti nel Paese della Mezzaluna fin dalla nascita formale della Repubblica il 29 ottobre del 1923. A seguito dell’avvio di politiche di turchizzazione forzata introdotte e fortemente sostenute durante i primi anni di vita della Repubblica e mantenute nei decenni successivi, i cittadini turchi appartenenti a comunità etniche e religiose minoritarie hanno sperimentato un senso di alienazione e negazione identitaria i cui effetti sono ravvisabili tutt’oggi. Il mosaico rappresentato dal Paese della Mezzaluna agli albori della futura Repubblica era caratterizzato da una profonda stratificazione di etnie, lingue e culture, frutto di decenni di migrazioni, esodi forzati, o veri e propri genocidi, come fu il caso per i circassi provenienti dal Caucaso nord-occidentale o gli armeni.

Oggi, secondo le stime più recenti, le minoranze etniche rappresentano tra il 25% e il 30% della popolazione turca, un dato comunque difficilmente verificabile innanzitutto per la grande difficoltà nel distinguere tra i diversi gruppi linguistici, religiosi e puramente etnici del Paese; in secondo luogo a causa della decisione delle autorità governative turche di non chiedere ai cittadini turchi di dichiarare la propria origine etnica, religiosa o linguistica nei censimenti. A livello normativo, il documento ufficiale di riferimento rimane il Trattato di Losanna del 24 luglio 1923, il quale riconosce come minoranze quelle armene, greco-ortodosse ed ebree. Alle altre comunità di fede prevalentemente islamica (siano esse sunnite, sciite o di altra appartenenza) non viene dunque riconosciuto lo status di minoranza, in particolare ai curdi (stimati essere il 19% della popolazione) così come ad altre comunità numericamente inferiori come gli aleviti, gli assiri, i circassi e molti altri.

Negli ultimi anni, anche il tema delle diaspore e dei rifugiati è divenuto centrale nel dibattito pubblico turco, prevalentemente per effetto dell’enorme afflusso di rifugiati arabi provenienti dalla Siria, fattore che ha reso la Turchia il primo Paese al mondo per numero di migranti ospitati. Si tratta di due temi che evidentemente sottendono dinamiche differenti ma la cui analisi risulta fondamentale per comprendere, almeno in parte, la complessità sociale, politica e culturale dell’odierna Repubblica di Turchia.

Proprio di questi due rilevanti temi si è occupato il libro curato da Fulvio Bertuccelli, Mihaela Gavrila e Fabio L. Grassi Minorities and Diasporas in Turkey: Public Images and Issues in Education. Il lavoro, frutto della raccolta di otto relazioni esposte nel corso di due convegni internazionali, contribuisce a far luce su una delle tematiche più delicate nel panorama socio-politico turco. Il volume si apre con una prefazione curata da Fabio L. Grassi, il quale in poche pagine riesce nel difficile compito di inquadrare storicamente il tema oggetto della trattazione. Il curatore sottolinea come i grandi movimenti  forzati di popolazioni tra il XIX e l’inizio del XX secolo nei Balcani e in Anatolia – all’interno, quindi, dei confini dell’allora Impero Ottomano – siano stati una delle cause del collasso di un sistema che fino ad allora aveva garantito un certo grado di coesistenza fra le diverse anime di un impero multietnico. I repentini e sconvolgenti mutamenti ai quali hanno assistito questi territori tra il 1911 e il 1922 hanno profondamento plasmato il loro panorama sociale, politico, culturale ma anche economico. Il definitivo trionfo delle truppe turche guidate da Mustafa Kemal mise la parola fine ad un periodo storico in cui l’Anatolia intera fu investita da quella che l’autore definisce a pieno titolo come una vera e propria catastrofe demografica. Le successive riforme introdotte dal Presidente turco – il quale percepiva il pluralismo etnico e religioso sul quale si fondava il defunto Impero Ottomano come una fonte di debolezza e instabilità – furono come cemento versato su un cratere vulcanico esploso (Grassi, 2018).

I contributi del volume si aprono con la riflessione da parte di Mihaela Gavrila sul tema dell’indifferenza sociale, dell’alienazione e della necessità da parte del mondo delle università e della ricerca di svolgere un ruolo attivo e di capofila nella lotta a fenomeni che evidentemente toccano in maniera profonda anche il tessuto sociale turco contemporaneo. Il successivo contributo di Baskın Oran sul ruolo delle minoranze e delle diaspore nell’Impero Ottomano e nella Turchia Repubblicana mira a fornire una cornice interpretativa – ma anche giuridica – attraverso la quale analizzare i saggi successivi e senza la quale sarebbe impossibile comprendere l’enorme complessità del tema oggetto del volume. Quanto ai contributi successivi, ciascuno di essi si focalizza su quelle che sono le principali minoranze etniche, linguistiche e religiose nel Paese della Mezzaluna. Particolarmente rilevanti i contributi incentrati su due delle tre comunità etniche ufficialmente riconosciute in Turchia – quelle greche e armene – di cui si sono occupati rispettivamente Samim Akgönül e Arus Yumul. Akgönül, dopo aver fornito uno spaccato di quelle che sono state le due date fondanti della storia recente dei Rum nel Paese – vale a dire il 30 gennaio 1923 con la firma del noto accordo di scambio di popolazioni tra Grecia e Turchia e il 14 marzo 1964 con la decisione di Ankara di espellere buona parte della comunità greca di cittadinanza non turca da Istanbul – si è incentrata sullo stato di salute delle poche scuole greche rimaste nel Paese. Dall’analisi emerge una situazione preoccupante per la futura sopravvivenza di queste istituzioni centenarie, passate dall’avere oltre 16 mila studenti nel 1923 a poco più di un migliaio nel 1978. L’autrice propone a tal riguardo tre possibili scenari, dall’”arabizzazione” di queste scuole, vale a dire l’apertura ai figli delle comunità arabo-ortodosse di lingua araba, alla loro “folklorizzazione”, ossia quel processo di trasformazione degli istituti scolastici in strutture aperte ad iniziative non esclusivamente didattiche volte a favorire eventi culturali come esibizioni, conferenze e concerti; passando infine al capitalizzare il fenomeno dell’immigrazione greca a Istanbul che ha sperimentato un curioso quanto inusuale aumento a partire dalla crisi economica del 2008.

Yumul ha posto invece l’accento sulla singolare condizione in cui versano gli armeni di Turchia, soggetti ad una doppia marginalizzazione tanto in patria quanto dal resto della diaspora armena nel mondo, a lungo definiti come una tribù perduta o come sottomessi o acquiescenti allo Stato turco. Questa classificazione è stata a lungo combattuta e rigettata dal noto giornalista Hrant Dink, ucciso nel 2007 ma le cui battaglie e memorie rappresentano ancora oggi un lascito importante per le nuove generazioni di armeni nel Paese.

Parimenti importanti sono i due contributi incentrati sul ruolo della comunità curda e quella alevita, curati da Clémence Scalbert Yücel e Martin van Bruinessen. Scalbert Yücel rievoca la parabola del processo di apertura verso la componente curda da parte dell’AKP tra il 2002 e il 2015 citando la nota sociologa Zerrin Özlem Biner, la quale ha definito quella fase storica con il termine di “pace violenta”, una fase segnata da momenti di confronto tra il potere centrale turco e le autorità curde – mai pienamente tradottisi in una vera e propria pacificazione – ma indubbiamente caratterizzata da importanti forme di apertura, circolazione di idee e dibattito. Al tempo stesso, l’autore nota come il fallimento del processo di pacificazione post 2015 abbia rappresentato un decisivo passo indietro nella formulazione di un dialogo tra Ankara e la componente curda della società turca, ben rappresentato da una tendenza sempre più evidente alla de-curdizzazione della sfera pubblica. Van Bruinessen affronta invece il tema – molto meno noto al pubblico internazionale – del ruolo della comunità alevita, per lunga parte della sua storia recente percepita come una minoranza religiosa ben distinta dall’Islam sunnita, come minoranza politica di chiara inclinazione socialista, ma talvolta distinta anche da un punto di vista etnico dai curdi e dai turchi.

Sul tema delle diaspore occorre invece una menzione a parte: i due contributi di Emanuela Claudia Del Re e Cahit Aslan rispettivamente sulla diaspora siriana e quella caucasica, aprono un’importante e attualissima parentesi che ha trovato anche ampio spazio nel dibattito politico turco, divenendo elemento centrale di campagna elettorale tanto nelle recenti elezioni locali quanto in quelle parlamentari e presidenziali dello scorso anno. Quanto alla diaspora siriana, essa è di importanza centrale tanto per la sua valenza umanitaria legata alla gestione e all’accoglienza dei rifugiati, ai quali si aggiungono centinaia di migliaia di altri profughi provenienti dall’Afghanistan , dall’Iraq e dall’Iran, quanto per la sua valenza intrinsecamente politica, legata al tema della loro integrazione all’interno del tessuto sociale turco o al suo rigetto. Meno conosciute ma non per questo meno rilevanti sono le diaspore caucasiche, in particolare quella circassa, la quale negli ultimi anni è risultata una delle comunità più attive nel Paese nel richiedere spazi per l’educazione in lingua circassa. Aslan sottolinea come il graduale – seppur incompleto – processo di apertura  verso la componente curda della popolazione abbia avuto ricadute positive anche verso la tolleranza di alcuni corsi di lingua adighè e abcasa e l’apertura di due dipartimenti per la lingua, la cultura e la letteratura circassa a Düzce e Kayseri.

In conclusione, il volume “Minorities and Diasporas in Turkey: Public Images and Issues in Education” rappresenta un ottimo compendio per chiunque voglia avvicinarsi allo studio del complesso e ramificato tema delle minoranze in Turchia, accompagnando l’analisi dei più recenti sviluppi ad una efficace contestualizzazione storica.

Nicolò Rascaglia

Grassi, F.L. (2018). A New Homeland. The Massacre of the Circassians, Their Exodus to the Ottoman Empire, Their Place in Modern Turkey. Istanbul: Istanbul, Aydın University Publications, p. 132.

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