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Recensione del libro di Pёtr Aven, “L’epoca di Berezovskij. La Russia degli oligarchi?”

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Gli anni Novanta sono stati il periodo più complesso e dinamico della storia della Russia post-sovietica, che ha affrontato una triplice transizione, economica, politica e ideologica, contrassegnata da violenti sconvolgimenti e significativi contraccolpi che hanno profondamente influenzato la classe dirigente e l’opinione pubblica russa. Pёtr Aven, noto economista e impreditore russo alla guida del consiglio di amministrazione di Alfa Bank (la principale banca privata russa) e attualmente sottoposto a sanzioni a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, cerca quindi di ricostruire quegli anni complessi in “L’epoca di Berezovskij. La Russia degli oligarchi?” (Sandro Teti Editore, 2022) pubblicato a Mosca nel 2018 con l’obbiettivo di ricostruire l’evoluzione della Russia attraverso la vita di uno dei protagonisti della sua storia recente, Boris Berezovskij (1946-2013). 

Il volume si compone quindi di una serie di interviste attraverso le quali l’autore analizza con i diversi interlocutori non solo la dimensione pubblica e privata di Berezovskij, ma anche e soprattutto i molteplici cambiamenti intercorsi in Russia dal 1992 ad oggi. Berezovskij, come lo stesso autore del volume, è stata una delle figure di spicco del processo di privatizzazione dell’economia russa, partecipando direttamente alla definizione dei modelli economici impiegati per la riforma del vecchio sistema sovietico. Tale processo ha però portato alla concentrazione del potere economico e politico nelle mani di pochi spregiudicati imprenditori che sarebbero divenuti poi noti come gli oligarchi, tra i quali è opportuno annoverare lo stesso Berezovskij e Petr Aven, che mediante la creazione di banche, holding e fondi sono riusciti a sfruttare le zone grigie delle riforme economiche per accumulare enormi ricchezze. All’apice della sua carriera, alla fine degli anni Novanta, Berezovskij deteneva quote significative di Sibneft, oggi Gazprom Neft, e di ORT TV, la principale emittente privata del tempo, avendo già investito nel settore automobilistico e partecipato alla ristrutturazione di Aereoflot, la principale compagnia aerea russa. Insieme alla grande influenza economica, Berezovskij ebbe inevitabilmente un grande peso politico, in particolare, nel 1996, sostenne attraverso i suoi media la campagna presidenziale di Boris Eltsin e strinse un’intesa con Aleksander Lebed, arrivato terzo al primo turno elettorale, per il sostegno al leader del Cremlino al secondo turno delle presidenziali in cambio della presidenza del Consiglio di sicurezza nazionale. Nei primissimi anni Duemila, Berezovskij favorì inoltre la vittoria di Vladimir Putin alle elezioni presidenziali del 2000 partecipando alla creazione di “Unità”, la piattaforma politica che sostenne la candidatura di Putin e che diventerà poi “Russia Unita”. Nei mesi successivi, l’intesa con il Cremlino venne però meno con l’avvio della campagna antioligarchica di Vladimir Putin, volta ad ostracizzare coloro che non avrebbero sostenuto la sua linea politica. Boris Berezovskij fu quindi accusato di frode e appropriazione indebita e fu costretto a riparare nel Regno Unito dove gli fu riconosciuto lo status di rifugiato politico nel 2003 e dove morirà suicida 10 anni dopo. 

La sua figura è stata paradigmatica di un sistema di relazioni formali e informali che ha assunto un atteggiamento a tratti predatorio nei confronti delle ricchezze dello stato russo, ma che allo stesso tempo ha imposto, non senza una certa dose di spregiudicatezza, un cambiamento radicale all’economia e allo stato russo le cui conseguenze sono chiaramente visibili tutt’oggi. Berezovskij è stato quindi parte attiva del processo di ricostruzione della Russia post-sovietica e il volume ne mette in luce il ruolo di collegamento tra politica, imprenditoria e informazione. In particolare, i legami tra questi tre centri di potere emergono frequentemente nel testo, poiché l’élite russa degli anni Novanta era profondamente integrata in virtù della comune origine politico-culturale. Se è vero che molti venivano dal Komsomol, la sezione giovanile del PCUS, è altrettanto vero che molti condividevano una formazione academica critica del regime sovietico e aperta al confronto con l’occidente relativamente ai modelli politici ed economici da applicare alla transizione russa. Di conseguenza, l’élite politica, economica e culturale della Russia negli anni Novanta era una realtà profondamente dinamica e interconnessa, dove i rapporti personali si sovrapponevano a quelli istituzionali creando un retroterra non favorevole all’affermazione di uno stato di diritto, ma forse inevitabile considerando le fragilità politiche affrontate anche nel volume. 

Ripercorrendo la vita di Berezovskij e la storia della Russia, il testo è articolato in diverse sezioni, le prime quattro dedicate agli anni Settanta e Ottanta e all’esperienza degli anni Novanta (ben 3 sezioni sono infatti dedicate a questo periodo), mentre la quinta e la sesta sezione riguardano lo scontro con il Cremlino e all’esilio di Berezovskij a Londra. Il volume offre quindi un quadro articolato della storia russa recente, non senza alcune fragilità legate alla natura stessa delle interviste effettuate e al coinvolgimento diretto dell’autore e di alcuni degli intervistati nei processi raccontati. Ciononostante, è un testo di grande interesse poiché consente di capire come le figure direttamente coinvolte nella transizione russa hanno affrontato e provato a risolvere gli immensi problemi di un processo senza precedenti tra le esperienze coeve dell’Europa Orientale. 

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