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Recensione a “Madre Patria. Un’idea per una nazione di orfani” di Vittorio Emanuele Parsi, Bompiani, 2023

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Un manifesto che rimette al centro il valore della Patria: un concetto che rappresenta un formidabile moltiplicatore di energie, abnegazione e spirito di sacrificio, in grado di creare quel senso di identità che è il solo punto di partenza possibile, ieri come oggi, per aprirsi agli altri senza paura di esserne invasi e snaturati. Con queste ambizioni Vittorio Emanuele Parsi, Ordinario di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano e direttore dell’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI), indaga nel suo ultimo saggio, l’annosa questione riguardante la scarsa familiarità degli italiani con il senso della Patria

La stessa reticenza che incontriamo spesso quando si affronta la problematica legata all’interesse nazionale. In quel caso una delle ragioni, se non la principale, delle difficoltà ad approcciarsi con la materia è la sua pericolosa associazione al ventennio fascista, periodo nel quale l’interesse nazionale è stato perseguito con scelte di politica estera alquanto discutibili. In Madre Patria, l’autore intende dare un contributo, su un tema ritornato centrale e che prende le mosse dall’interrogativo sorto a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina. Per quali ragioni molti italiani stentano a riconoscere ed apprezzare il senso di sacrificio del popolo ucraino nel difendere i propri confini, spingendosi fino alle estreme conseguenze per adempiere quest’obbligo? Per rispondere, l’autore, riprende il concetto di morte della patria, espresso da Ernesto Galli della Loggia sul finire degli anni Novanta del XX secolo. Un tema non nuovo quindi, che lo storico peraltro recuperava dal volume di Salvatore Satta De profundis in cui il sentimento di una vera e propria «morte della patria» fu, infatti, ciò che soggettivamente provò, nel biennio terribile 1943-1945 e immediatamente dopo, chiunque nel proprio mondo etico-politico, o solo emotivo, custodisse l’idea di nazione. Per Parsi il mito risorgimentale rappresenta l’elemento fondante del sentimento patriottico ma purtroppo il Fascismo e, successivamente la Resistenza, alterandone i significati, hanno contribuito entrambi a generare quelle divisioni divenute vieppiù evidenti all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale. Anche nella repubblica dei partiti, infatti, Democrazia cristiana e Partito comunista italiano (i due maggioritari) ebbero con il Risorgimento, nonostante i tentativi di presentarsi come i continuatori di quella stagione, un rapporto essenzialmente debole. Come già opportunamente notato da Emilio Gentile, le culture politiche che ispiravano quei soggetti politici, oltre ad essere principalmente universalistiche, nella fase più acuta della Guerra fredda entrarono in aperto scontro con scambi di accuse reciproche sull’essere i nemici della nazione. In Madre Patria questo aspetto diviene fondamentale unitamente alla scarsa propensione italiana al dovere che il senso della Patria richiede. Infatti per comprendere meglio il distacco della nostra opinione pubblica rispetto alla causa ucraina, che invece di riaccendere l’istinto alla difesa del territorio invaso come nel Risorgimento e idealmente durante la Resistenza, Parsi coglie invece come per noi italiani si sia rafforzato «il carattere talvolta posticcio di molte ricostruzioni dell’epopea della Resistenza […] in cui la cosa precipua consiste nell’alimentare la legittimità della lotta di una parte contro l’altra per meri fini di spicciola competizione partitica contemporanea» (p.21). Da questo punto di vista il lodevole lavoro, svolto nel secondo dopoguerra da alcuni leader politici come il socialista Bettino Craxi e Giovanni Spadolini, insieme alle iniziative dei Presidenti Pertini, Ciampi, Draghi e Mattarella, ha rappresentato per Parsi la dimensione discendente, dalle istituzioni verso i cittadini, del concetto di Patria che ora, deve necessariamente essere completata dall’azione ascendente, ovverosia dai cittadini verso le istituzioni. Un’iniziativa in cui gli italiani sappiano adempiere il loro dovere alti e forti nel loro carattere, come notato in passato da Massimo D’Azeglio. In tal senso, nel libro, si lamenta spesso come nei dibattiti pubblici sulla guerra in corso in Ucraina, il richiamo alla pace appaia come una scelta opportunistica in cui gli italiani più che la pace desiderino essere lasciati in pace. Purtuttavia, solamente «nell’edificazione di un sentimento che sappia nascere in modo spontaneo dal basso, potremo costruire la garanzia di una Patria saldamente nelle mani dei suoi cittadini e delle sue cittadine, di una Madre Patria che unisca e affratelli e non che divida e delegittimi gli avversari politici, le minoranze o delle parti del tutto» (pp.92-93). Per fare ciò occorrerà superare la morte della Patria elaborandone il lutto, rifiutando negazioni e rimpianti e soprattutto facendo ricorso alla gratitudine, al ricordo del passato inteso come una risorsa per affrontare il presente ed il futuro. Parsi ci invita così a riscoprire il peso leggero e gaio del dovere e, rifuggendo tristi sermoni, consiglia di trarre ispirazione da Nietzsche, il filosofo che voleva liberare l’uomo dalle false consolazioni, caricandogli sulle spalle la consapevolezza del proprio compito. Solamente così il dovere può essere inteso come qualcosa che vogliamo fare senza che nessuno ce lo chieda o imponga. Un dovere che gratifica e che può essere una delle basi della nostra identità. E per questo, un invito viene rivolto anche a Giorgia Meloni, che con maggiore energia e più diffusamente ha evocato il concetto di Patria, allorché ne riesca a fare un argomento non divisivo «di delegittimazione degli avversari politici, cioè un’ennesima manifestazione della concezione partigiana di patria, intesa a dividere i “nostri” dai “loro”, che sarebbe inutile, dannosa e già fin troppo vista» (p.107). Renderla un patrimonio disponibile per tutti a prescindere dalla loro colorazione politica, una piattaforma per creare un sentimento autenticamente nazionale cui dovrebbero partecipare tutte le forze politiche, anche quelle che richiamandosi ad un’accezione del cosmopolitismo, spesso lo utilizzano come arma contro i propri avversari di fazione, «illudendosi che la sommatoria di mille identità radicalmente vissute possa generare una qualunque unità» (p.117). Il recupero di un senso di appartenenza che si alimenti dei valori di libertà e democrazia rappresenta in questo modo l’antidoto alle derive “totalitaristiche” della Patria, come ci ha dimostrato l’aggressione russa all’Ucraina. Ecco perché il suo ritorno nel lessico politico italiano può essere salutato con favore a patto che si comprenda la necessità di un lavoro prepolitico e culturale in grado di condurci avanti con l’orgoglio del passato. In questo modo, ed è l’auspicio dell’autore, sarà possibile edificare una Madre Patria pacifica, ma non imbelle, in grado di fronteggiare le sfide che ci attendono nel prossimo futuro, caratterizzato sempre maggiormente da rabbia e paure che attori politici ed istituzionali deboli, potrebbero non essere in grado di affrontare. L’incitamento che ci arriva dal professor Parsi (grazie anche ai richiami personali di natura sportiva e di esperienza militare) è dunque quello di giungere ad una maggiore consapevolezza e predisposizione al sacrificio per difendere quella Patria “gentile”, fonte di ispirazione per noi e per gli altri.

Raimondo Fabbri

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