Presentato nel marzo 2024 come risposta emergenziale ma strutturata alla crisi produttiva del settore, RearmEU promette molto ma dispone di risorse limitate e vincoli rigidi. Al di là delle narrazioni mediatiche sugli 800 miliardi, l’iniziativa si inserisce in un quadro frammentato di finanziamenti europei, nazionali e privati, sollevando più interrogativi che certezze sulla reale capacità dell’UE di rafforzare la propria autonomia strategica.
Cosa prevede concretamente RearmEU?
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione Europea ha intensificato gli sforzi per rilanciare un settore difesa indebolito da anni di disinvestimento. In questo contesto si inserisce RearmEU, proposta presentata dalla Commissione Europea nel marzo 2024 come parte della nuova European Defence Industrial Strategy . Si tratta di uno strumento temporaneo e flessibile, ispirato al modello di RePowerEU, con l’obiettivo di rafforzare la produzione militare europea. Le priorità sono munizioni, veicoli blindati e capacità logistiche. RearmEU non dispone di fondi propri, ma si configura come una finestra finanziaria dedicata attivabile attraverso risorse già esistenti, come PNRR, fondi di coesione e risorse residue del Recovery Fund.
Nel presentare la nuova strategia industriale europea per la difesa il 4 marzo 2024, la presidente von der Leyen ha indicato la necessità di utilizzare tutti gli strumenti disponibili: fondi UE, margini di bilancio nazionali, capitali privati e sostegno della Banca Europea per gli Investimenti. Tra le misure proposte vi è anche l’attivazione della clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità, che consentirebbe agli stati membri di aumentare la spesa per la difesa fino all’1,5% del PIL senza incorrere in sanzioni. RearmEU è ancora in fase negoziale: nessuna risorsa è stata formalmente stanziata. La sua attivazione dipenderà dall’approvazione del Consiglio e dall’adattamento dei bilanci nazionali.
Quanto vale davvero il piano europeo?
Nonostante le dichiarazioni ambiziose, le risorse effettive destinate a RearmEU sono molto più limitate. Le stime più attendibili indicano una dotazione centrale compresa tra 1,5 e 2 miliardi di euro, potenzialmente incrementabile attraverso cofinanziamenti nazionali, investimenti privati e strumenti finanziari europei. RearmEU si presenta dunque come un meccanismo catalizzatore, utile a rafforzare strumenti già esistenti, più che come un fondo strutturale per la difesa europea.
Il piano si affianca a programmi già attivi: il Fondo Europeo per la Difesa (EDF), con 8 miliardi di euro per il periodo 2021-2027, di cui 1,1 destinati al programma annuale; l’iniziativa ASAP, con 500 milioni per aumentare la produzione di munizioni; e EDIRPA, che dispone di 310 milioni per favorire gli acquisti congiunti tra stati membri. A questi si aggiungono le garanzie e i nuovi criteri di ammissibilità introdotti dalla BEI, pensati per attrarre investimenti privati nel settore difesa e mobilitare ulteriori risorse attraverso capitali nazionali e prestiti europei.
Secondo la Commissione, l’insieme di questi meccanismi potrebbe mobilitare fino a 150 miliardi di euro entro il 2030. Tuttavia, si tratta di risorse distribuiti su programmi distinti, con criteri e finalità spesso disallineati, e non di un fondo unico o pienamente integrato. Il risultato è un quadro finanziario frammentato, che limita l’efficacia complessiva dell’intervento.
Esistono davvero 800 miliardi per la difesa europea?
La cifra degli 800 miliardi di euro apparsa nel dibattito pubblico non corrisponde a fondi destinati a RearmEU né ad altre iniziative comuni. Si tratta di una proiezione cumulativa della spesa militare nazionale dei paesi membri dell’UE fino al 2030. Secondo i dati dell’European Defence Agency, la spesa europea per la difesa ha superato i 300 miliardi nel 2023. Estendendo questo dato su un orizzonte di sette anni si raggiunge, in modo approssimativo, la soglia degli 800 miliardi. Tuttavia, questi sono bilanci nazionali, non risorse comuni gestite da Bruxelles.
Il recente White Paper della Commissione menziona inoltre uno spazio fiscale potenziale di 650 miliardi di euro, attivabile attraverso l’uso della clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità. Anche in questo caso, però, si tratta di debito pubblico nazionale autorizzato, non di trasferimenti europei diretti. La cifra rappresenta una stima teorica, soggetta a variazioni in base alla volontà politica degli stati membri.
Quali vincoli e condizioni comporta l’iniziativa?
L’accesso ai fondi di RearmEU è subordinato a criteri rigorosi, studiati per garantire l’integrazione industriale e la coerenza strategica degli investimenti. I progetti devono coinvolgere almeno tre stati membri, garantire che la produzione avvenga in impianti localizzati nell’UE, rispettare gli standard NATO e contribuire alla resilienza industriale europea della difesa.
Questi criteri, già in vigore nei programmi ASAP e EDIPRA, servono a evitare duplicazioni e a rafforzare l’interoperabilità tra le forze armate dei diversi paesi. Le iniziative dovranno essere presentate tramite piani nazionali o integrate nei PNRR esistenti. Sarà possibile utilizzare i fondi anche per il procurement congiunto, a condizione che i progetti siano in linea con la strategia industriale comune, come previsto dalla proposta da 1,5 miliardi di euro formulata dalla Commissione.
Tuttavia, permangono numerose criticità operative. RearmEU non dispone di una governance autonoma, non ha ancora una dotazione certa e rischia di sovrapporsi ad altri strumenti che operano con logiche differenti. La sua attuazione concreta dipenderà dalla capacità dell’UE di sviluppare un meccanismo di coordinamento efficace e una visione politica condivisa, integrata in una politica industriale di difesa coerente. A oggi, il sistema europeo resta ancora fortemente frammentato.
Nonostante il clamore mediatico generato da alcune dichiarazioni, RearmEU non è un fondo da 800 miliardi, né rappresenta di per sé una svolta epocale nella difesa europea. Si tratta di un meccanismo tecnico – pragmatico, concepito per coordinare strumenti già esistenti e affrontare alcune debolezze strutturali dell’industria europea della difesa.
Più che sulla quantità di fondi annunciati, l’attenzione dovrebbe concentrarsi su tre aspetti: la governance dell’iniziativa, la trasparenza nei criteri di selezione dei progetti e la costruzione di una strategia unitaria. Solo lavorando su questi elementi, RearmEU potrà offrire un contributo reale al rafforzamento dell’autonomia strategica europea. In caso contrario, rischia di rimanere un esercizio simbolico, oscurato dalla retorica e dai numeri gonfiati.

