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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoRealismo e guerra d'Ucraina. Tra critiche e completezza d'analisi

Realismo e guerra d’Ucraina. Tra critiche e completezza d’analisi

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Per la sua portata di novità, la guerra russo-ucraina ha rappresentato un ulteriore banco di prova per la comunità di studiosi ed analisti delle relazioni internazionali e della geopolitica. Nel calderone di interpretazioni pre-belliche sulle reali intenzioni di Putin e degli apparati politici e militari di Mosca riguardo la vicenda Donbass-Ucraina, a prevedere lo scoppio della guerra furono in pochissimi.

L’errore di valutazione ha colpito soprattutto gli studiosi e gli analisti appartenenti alle scuole realista e neorealista. Questo perché, seguendo una concezione positivo-razionalista dell’azione di uno Stato, l’invasione dell’Ucraina non rientrava nel “paniere” delle scelte razionali che Vladimir Putin ed il suo entourage avrebbero potuto prendere.

Lo spostamento di truppe alla frontiera dei giorni immediatamente precedenti all’inizio delle operazioni fu, quindi, considerata una “manovra coreografica” e non l’avvio delle fasi preliminari all’invasione. L’errore grossolano, ma indotto dalle basi teoriche su cui aveva poggiato l’intero impianto realista, sulla guerra d’Ucraina ha aperto la strada alle critiche di marca liberale ai neorealisti.

Il tiro è stato corretto, portando ad un riequilibrio generale dell’analisi sul conflitto, dai neorealisti offensivi nel momento in cui, a guerra in corso da pochi mesi, nel giugno 2022 John Mersheimer spiegò che a dover essere compresa era la postura politica della Nato, volta, secondo Mosca, ad inglobare l’Ucraina nel dispositivo di difesa occidentale, attaccando l’area d’influenza russa nel suo “giardino di casa”.

Letta con le lenti della “promessa tradita” di non espandersi ad est, oltre l’Elba, fatta dagli Usa all’Urss nel vertice del 1990 (utilizzata come un randello polemico dalla diplomazia del Cremlino per giustificare le guerre in Georgia del 2008 e Donbass del 2014-2022), evidenziata più volte dal professor Gabriele Natalizia come uno dei fattori scatenanti del conflitto in corso, la scelta di marciare su Kyiv e di lanciare l’operazione militare speciale è stata “razionale”.

Nel corso della storia recente, fin dai tempi della Santa Alleanza, per arrivare alla Dottrina Breznev sulla “sovranità limitata” dei Paesi socialisti alleati dell’Urss, la Russia è sempre intervenuta con la forza per difendere la propria agibilità imperiale, non tanto per una questione di mera sicurezza nazionale, quanto per una idea profondamente legata alla politica di potenza strictu sensu.

Seguendo i canoni del realismo offensivo, la Russia ha scelto di scatenare la guerra in Ucraina per ricostruire la propria area d’influenza, dunque seguendo le dinamiche classiche della politica di potenza. L’oggetto della contesa, più che la postura russa contingente, dovrebbe essere piuttosto il revisionismo russo, poiché il conflitto contro l’Ucraina, di per sé, rispetta pienamente la visione del sistema internazionale di marca neorealista.

La guerra in Ucraina – ma anche la “guerra invisibile” tra Washington e Pechino, per citare Alessandro Aresu – ha posto un serio problema a chi ha voluto interpretare gli eventi utilizzando il determinismo, politico e geografico, poiché i nodi sono venuti al pettine nel momento stesso in cui il primo soldato russo ha varcato la frontiera ucraina, Zelensky ha deciso di non capitolare seduta stante, le Forze armate ucraine hanno resistito e l’Occidente ha scelto di sostenere lo sforzo militare degli ucraini.

Ma lo stesso problema è sorto per chi della guerra d’Ucraina (quella “piccola” di liberazione nazionale tra Kyiv e Mosca e quella “grande” tra Occidente e revisionismo russo) ha dato e continua a dare interpretazioni manichee. A cadere nel “tranello” di doversi schierare politicamente anche in fase di analisi sono stati principalmente i liberali o, comunque, i critici del realismo.

Eppure, la critica al determinismo geografico non è nuova per la geopolitica italiana, né essa è stata sempre influenzata dalla scuola francese. Basti pensare che uno storico come Federico Chabod aveva già espletato che uno Stato non può avere sempre gli stessi interessi o essere soggetto agli stessi pericoli o che gli capitino sempre le stesse occasioni, in altre parole che esista una politica estera “trascendente” legata indissolubilmente alla “ferrea legge” della geografia.

Questa conclusione, che aveva “istituzionalizzato” a livello almeno concettuale l’idea che in Italia la geopolitica fosse una “prasseologia”, quindi un “instrumentum regni”, risponde alla genesi realista che la politica estera nazionale ha avuto con l’unificazione, ereditata direttamente dalla diplomazia sabauda e cavouriana. 

Ad oggi, depurata dei giudizi a priori ed a posteriori, molti dei quali “interessati”, quello realista resta il metodo d’analisi più completo per comprendere le cause ed il presente della guerra in Ucraina.

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