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Il re è nudo?

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Gli avvenimenti delle ultime ore hanno scosso cancellerie e sicurezze quanto mai relative. L’Europa dimostra ancora una volta, poco orgogliosamente, di essere l’indiscussa erede di legati imperiali che improntano politiche che guardano al cyberspazio ma che ancora tingono di porpora i broccati di palazzi che, nonostante uomini d’acciaio, falci e martelli, hanno conservato il gene dell’aquila bicipite zarista. Sarà per questo che gli yankee di un far west grossolano e recente continuano a non capire ma a scrivere sceneggiature fatte di colpi di scena dipinti quali evidenti artifici, ma che per noi europei rimangono quali concrete e poco fantasiose possibilità. Realismo e potere, questo è ciò che rinforza le fondamenta. Le comunicazioni telefoniche dalla seconda Roma ottomana verso la terza fredda e lontana, uniche concessioni alla modernità, richiamano alla memoria i palpabili ricordi del 2016 e di un colpo di stato destinato a rimanere oscuro probabilmente per sempre.

Articolo originariamente pubblicato su DifesaOnline.it

Ma a Mosca, c’è stato davvero un coup d’etat?

Al momento, al netto delle previsioni cartomantiche sul dopo, sembra di poter dire che le “notti dei lunghi coltelli” sono comuni alla cultura europea che volge ad oriente; mantenimento del potere e redistribuzione dello stesso hanno caratterizzato la Germania di Hitler e Röhm ed ora la Russia di Putin e di Prigozhin, con una differenza significativa: Prighozin non è in una cella con una pistola carica di fronte a sé.

Terzo attore, utile ma di peso specifico relativamente basso, il bielorusso Lukashenko, che dovrebbe cominciare a studiare un po’ di storia ed a farsi una cultura circa la sorte che aspetta, in genere, gli aghi di bilance da mercato.

Prime considerazioni: un esercito che ha bisogno di mercenari e di milizie islamiche, dovrebbe suscitare più di un interrogativo; mercenari a cui l’autocrazia del Cremlino ha permesso di elevare al comando un capo da cucine più o meno rinomate devono incutere, come è sempre stato, più di un timore; è una riedizione del “tu quoque”, o la presa di coscienza di una nudità reale sempre più pericolosa?

È evidente che una crisi durata neanche 24 ore chiederà il pagamento di un dazio sia da parte di chi l’ha accesa sia da parte soprattutto di chi l’ha appoggiata sul campo. Bisognerà vedere chi avrà alla fine pagato di più. Insomma, la linea di comando di una guerra mai così difficile ed imprevedibile (altro che Georgia e Ossezia) dovrà rispondere dei suoi insuccessi, pagare un tributo, pensando magari alla prossima parata della vittoria dove non sarà facile trovare reparti regolari degni di gridare il loro hurrà alla bandiera, e dove sarà invece  ingombrante l’aleggiante presenza di mercenari un tempo utili per ogni clima.

Il Cremlino negozierà, la Bielorussia assurgerà a mediatrice politico-militare, Prigozhin interpreterà il ruolo del salvatore di un avvilito “orgoglio nazionale”, tutti riprenderanno la loro marcia verso l’occidente ucraino, attesi dai legittimi timori delle nazioni baltiche, della Transnistria, della Polonia, che ben conoscono l’aquila bicipite russa.

Riprendendo l’italico e badogliano refrain per cui “la guerra continua”, non vedremo immediati cambiamenti: l’Europa degli interessi e del commercio se ne avvedrà dopo, al traino dell’alleato d’oltreoceano, a cui certo nessuno potrà ora rammentare sciamani e assalti al campidoglio. Ma di certo, in una dacia o sotto la cupola del Cremlino, per l’autocrate di turno è ora più forte il timore del potere incontrollabile dei palazzi, dei lunghi coltelli, degli ex cuochi e delle luci spente.

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