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I rapporti fra Mosca e Ankara alla prova della guerra in Ucraina

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La Guerra in Ucraina, entrata nella seconda fase il 24 febbraio 2022 ha rotto il vaso di pandora della “pace perpetua” post secondo conflitto mondiale. Tra sanzioni e reciproche minacce di utilizzo dell’atomica, i paesi del Blocco Occidentale hanno alzato una cortina comune verso Mosca.

Fin dalle prime fasi dell’invasione russa, alcuni Paesi Nato quali Ungheria e Turchia, hanno assunto posizioni “ambigue”. Se da una parte il presidente turco Erdogan ha definito fin da subito l’invasione russa una “Guerra”, dall’altra Ankara si è sempre dimostrata favorevole al dialogo tra Mosca e Kiev, assumendo in diverse occasioni le vesti di arbitro internazionale ospitando, nel marzo 2022, due bilaterali rispettivamente ad Antalya e Istanbul. L’avvio della seconda fase della guerra in Ucraina ha rappresentato per la Turchia una sfida diplomatica di primo piano. Legata a doppio filo al blocco atlantico per la sua appartenenza decennale alla NATO, Ankara ha infatti mantenuto, dagli anni ’90 ad oggi, solidi rapporti economici e diplomatici con Mosca. Questa Special Relation fra le due sponde del Mar Nero affonda le sue radici nella volontà di entrambi i Paesi di ridisegnare la propria politica estera nel mondo post-bipolare. Particolarmente vero per la Turchia, il Paese della mezzaluna ha sperimentato un mutamento significativo nella propria posizione internazionale. In un saggio del 2002 Ismail Cem, ex Ministro degli Esteri dei governi Yilmaz ed Ecevit, sosteneva che la congiuntura internazionale derivata dalla fine della contrapposizione bipolare apriva nuovi orizzonti strategici per Ankara, la quale sarebbe dovuta passare dall’essere nazione periferica (kanat ulke) a nazione centrale (merkez ulke). Il riferimento alla perifericità, nelle parole dell’ex Ministro, era dato dal ruolo che la Turchia aveva svolto per la quasi totalità della guerra fredda: cerniera meridionale della NATO, Ankara rivestiva nei calcoli strategici americani un ruolo decisivo nell’arginare la potenza sovietica nel Mar Nero. La dissoluzione dell’URSS e l’avvento di quello che Charles Krauthammer definì “momento unipolare” faceva apparentemente venir meno tale ruolo, spingendo i decisori politici turchi a dover re-immaginare la propria posizione internazionale, è in questi anni che affonda le radici il nuovo corso di politica estera al quale assistiamo. Perno centrale di questo ripensamento strategico era senza dubbio la strutturazione di nuove relazioni con la Federazione Russa. Dopo una prima fase di tensioni, nel giro di meno di due decenni i politici turchi e russi hanno fortemente spinto per l’accelerazione della cooperazione economica. Già nel ‘97 i semi di questa convergenza erano rinvenibili nella volontà turca di “cooperare anziché competere con il suo grande vicino”, frase pronunciata dall’allora Primo Ministro Yilmaz a margine della firma di un importante accordo per l’approvvigionamento di gas russo del valore di 30 miliardi di dollari tramite il progetto di gasdotto blue stream. Dal ‘97 ad oggi le relazioni tra Ankara e Mosca sono state sospinte, da parte turca, dalla volontà di stabilire un modus vivendi con l’ingombrante vicino. L’ascesa di Erdogan e la sua vicinanza al Presidente russo Putin ha contribuito ulteriormente a saldare un sodalizio, tuttavia, non esente da conflittualità. I mutamenti regionali degli ultimi anni, dalla riaccensione del conflitto in Nagorno Karabakh alla guerra civile in Siria passando per quella in Libia, hanno infatti paventato una ripresa delle tensioni con Mosca. Tuttavia, ad eccezione della parentesi dell’abbattimento del caccia russo al confine con la Siria del 2015, le relazioni sembrano aver retto. Merito di tale resilienza è senza dubbio attribuibile alla compartimentalizzazione delle relazioni bilaterali, che si estrinseca nella volontà di entrambi i Paesi di isolare e ridurre gli elementi di conflittualità di base, favorendo invece gli spazi per la cooperazione. Questi ultimi, sospinti in primo luogo dal settore energetico, vero e proprio motore dei rapporti tra i due Paesi rivieraschi, sono stati rafforzati con la firma di accordi nel settore del turismo e nel settore della difesa, fiore all’occhiello di quest’ultimo l’acquisto del sistema di difesa missilistico S400. Questa forte cooperazione, definita da molti osservatori come interdipendenza asimmetrica per via della diversa portata e grandezza delle due economie, ha sollevato molti dubbi e preoccupazioni nelle principali cancellerie occidentali.

Con gli ucraini ma mai contro i russi

Viene da sé che l’avvio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte russa ha messo alla prova tale sodalizio e ancor più alla prova ha messo la diplomazia turca. In quanto membro NATO, gli Stati Uniti e in maniera più ampia tutti gli altri membri dell’alleanza si aspettavano, allo scoppio delle ostilità, una dura presa di posizione da parte di Ankara nei confronti di Mosca, fattore che avrebbe contribuito almeno in parte a fugare i molteplici dubbi sorti negli ultimi anni riguardo alla reale aderenza turca ai valori propugnati all’alleanza atlantica. Le aspettative americane, in parte disattese dalla Turchia, hanno contribuito in maniera sostanziale ad alimentare le tensioni con Washington, alle quali va aggiunta la reticenza turca nell’ammettere Svezia e Finlandia all’interno della NATO e, non da ultimi, numerosi report di trade data, ripresi anche dal Wall Street Journal, secondo cui le esportazione turche in Russia, in particolare quelle di macchinari, veicoli e pezzi di ricambio starebbero sostenendo almeno 10 compagnie russe sanzionate dagli USA per il loro ruolo nel conflitto. A render ancor più scomoda la situazione per la Turchia ha contribuito anche il buon rapporto che il Paese della mezzaluna intrattiene con Kiev: con un interscambio pari a 7.4 miliardi di dollari nel 2021 e una serie di accordi nel settore della difesa, primo fra tutti quello per la fornitura di droni da combattimento, per Ankara sarebbe stato difficile sottrarsi al conflitto mantenendosi pienamente neutrale, è in questo contesto che quindi va letta la decisione di fare ricorso alla piena applicazione della Convenzione di Montreaux per bloccare il passaggio nello stretto del Bosforo alle navi militari. D’altro canto, la Turchia si è ben guardata dall’implementare mosse in grado di compromettere seriamente il proprio rapporto con la Russia, motivo per cui è ad oggi l’unico Paese membro della NATO a non aver sanzionato Mosca per l’invasione. Il motivo è presto detto: più di altri Paesi Ankara ha da perdere in questa partita. Una posizione totalmente appiattita verso l’Ucraina avrebbe senza dubbio generato la sospensione di una serie di accordi ancora in essere con i russi, come ad esempio quello per la realizzazione della prima centrale nucleare turca ad Akkuyu, così come i proficui accordi in materia di turismo. Non da ultimo, un’eventuale sospensione del gas russo verso la Turchia, che ancora dipende per più del 30% del suo approvvigionamento nazionale da Mosca, avrebbe minato la già fragile economia turca in una fase in cui i consensi del Presidente Erdogan sono al minimo storico e con le presidenziali alla porta. Se è dunque vero che l’avvio della seconda fase della guerra in Ucraina ha costretto la diplomazia turca ad un difficile quanto ambiguo equilibrismo politico, è altrettanto vero che dalla conflittualità russo-ucraina Ankara può raccogliere utili dividendi. In primo luogo, grazie a questa sua posizione mediana nei confronti di Mosca e Kiev, la Turchia si è potuta presentare come principale peace broker del conflitto. Lungi dall’essersi rivelata pienamente efficace nei suoi sforzi diplomatici – gli incontri di Antalya e Istanbul dello scorso marzo non hanno prodotti significativi passi in avanti – Ankara è riuscita tuttavia a mostrarsi come attrice di primo piano nel conflitto e come unico intermediario fra la Russia e la NATO, capace peraltro di riuscire a sbloccare l’ormai noto corridoio del grano, garantendo il passaggio delle navi del grano dall’Ucraina. Da questa peculiare posizione ne ha tratto giovamento anche il Presidente Erdogan, nella misura in cui ha accresciuto non solo il suo prestigio internazionale, ma anche in parte i suoi consensi interni, nel tentativo di distogliere l’attenzione del dibattito pubblico dallo stato in cui versa l’economia turca. L’indebolimento della Russia, ora totalmente concentrata sul teatro ucraino, apre altresì scenari e spazi di manovra inattesi in Siria, dove i turchi possono premere su Mosca per ottenere concessioni sia nel complesso processo di riconciliazione con Damasco, sia verso una potenziale nuova operazione militare nel Kurdistan siriano con il benestare russo. Se da una parte la Special Relation con Mosca, tra alti e bassi, consente di tenere alzata la cornetta del dialogo tra la Russia e la Nato, dall’altra parte, dall’inizio delle ostilità, l’establishment ucraino ha issato le barricate su alcune posizioni e scelte politiche ambigue che la Turchia ha intrapreso in questo anno di conflitto. Le relazioni tra i due paesi del Mar Nero, stabilizzatesi nel lontano 1991, hanno mantenuto degli standard soddisfacenti fino al febbraio 2022. La rotta marittima Odessa Istanbul, frequentatissima da milioni di passeggeri (e di merci) si ritrova oggi in un limbo, e sotto la costante minaccia di incursioni provenienti dalla vicina base navale russa di Sebastopoli o ancora, la presenza secolare di turchi stanziatisi nelle città portuali di Odessa, Mariupol e in Crimea, hanno subito una drastica diminuzione a partire dagli eventi del 2014, scalfendo sempre di più la culla di cultura del bacino del Mar Nero. Fu proprio con la crisi della Crimea e la successiva guerra civile nel Donbass, che il governo dell’allora Presidente ucraino Petro Poroshenko, ricevette il pieno appoggio politico dalla controparte turca, sostenendo come quella della Crimea fosse una vera e propria occupazione russa. Allora, le relazioni tra le due Rome raggiunsero i minimi storici. L’abbattimento del SU – 24 russo sui cieli della Siria nel novembre 2015 e il successivo assassinio ad Ankara di Andrej Karlov, Ambasciatore russo in Turchia, comportarono un’escalation politica e diplomatica senza precedenti. Tuttavia, pur essendo entrata a far parte del programma di armamento turco nel 2019, ricevendo 12 UAV Baykar, e avviando, l’anno successivo, la costruzione di essi tramite una joint venture turco-ucraina, nel marzo 2022, in piena guerra, Kiev si è mostrata molto critica circa il diniego di Erdogan di applicare i pacchetti di sanzioni nei confronti di oligarchi e semplici cittadini russi, provenienti da Bruxelles e Washington, e attuati nei paesi Nato. Per tal motivo il Presidente ucraino Zelensky ha accusato di “doppiogiochismo” la Turchia. Lo stallo della sopracitata chiusura del Bosforo e il successivo “Accordo sul Grano” del luglio 2022, hanno permesso di superare l’impasse venutosi a creare il 27 febbraio precedente. Il conflitto, prossimo al raggiungimento del primo triste anniversario, sembra molto lontano da un “cessate il fuoco” o da qualunque altro genere di accordo. Ma se da una parte il governo di Kiev, chiede disperato ai paesi Nato (e quindi anche alla stessa Turchia) l’invio di ulteriori pacchetti di armamenti, dall’altra parte, il Ministro agli affari esteri Dimitro Kuleba ha annunciato l’invio di un gruppo di soccorso ucraino per fronteggiare i drammatici eventi tellurici avvenuti in Siria e Turchia il 6 febbraio scorso.

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