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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaRapporti idropolitici nel bacino del Tigri-Eufrate

Rapporti idropolitici nel bacino del Tigri-Eufrate

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All’inizio del XX secolo alcuni archeologi francesi riportarono alla luce un’antica stele risalente al XXV secolo a.C., sepolta nel sito dell’antica città sumerica di Girsu, territorio oggi situato nel governatorato di Dhi Qar della Repubblica dell’Iraq. Le iscrizioni cuneiformi su tale stele corrispondono al Trattato di Mesilim, stipulato tra le due città-stato sumere di Lagash ed Umma: risolveva un contenzioso circa la gestione delle risorse idriche di un territorio fertile situato al confine fra le due città, nel bacino del fiume Tigri.

E’ la prima evidenza storica di convergenza bilaterale fra due entità politiche circa la gestione di risorse idriche frontaliere, nonché il primo “trattato internazionale” di ogni genere ad essere ritrovato in assoluto. Tale ritrovamento testimonia l’essenza millenaria della dualità della gestione della risorsa idrica in quanto fonte di conflitto o possibilità di cooperazione.

Considerata la funzione fondamentale che le fonti naturali d’acqua dolce hanno avuto nella nascita e nello sviluppo delle varie civiltà, non sorprende la loro importanza geopolitica, ancor maggiore nel caso in cui tali corsi d’acqua fossero usati come demarcazioni di confini o nel caso in cui passassero attraverso le zone di frontiera tra territori sottoposti a diverse egemonie. Tali dinamiche hanno costantemente funto da substrato geografico per le decisioni delle varie entità politiche nel rapportarsi con i gruppi rivali (dal latino rivalis, letteralmente colui al quale appartiene l’altra riva del “rivus”, ruscello).

La Mesopotamia, regione che etimologicamente sottende la sua posizione fra due fiumi, è stata costantemente oggetto di dinamiche di potere basate sul controllo delle risorse idriche del bacino dell’Eufrate e del Tigri. Ad oggi, le dinamiche geografiche e politiche di quest’area sono radicalmente diverse rispetto a quelle risalenti alla civiltà sumerica: Turchia, Siria ed Iraq sono i tre attori che si trovano a dover gestire le risorse idriche di tale bacino idrografico, in un complesso contesto fondato su conflittualità interne e rapporti di potere raramente basati su iniziative di cooperazione internazionale. La realtà geografica, al pari di quella politica, contribuisce a rendere la contesa ancor più grave e complessa: il cambiamento climatico occorso tra il XX ed il XXI secolo aggiunge un peso drammatico alla questione idrica di questa regione arida e semi-arida, anche in considerazione della crescente domanda di acqua dolce mondiale (circa 1% all’anno) e della progressiva diminuzione quantitativa e qualitativa di tale risorsa.

Contesto geografico

L’Eufrate ed il Tigri hanno origine in territorio turco nelle montagne del Tauro, in Anatolia sud-orientale, per poi proseguire il loro corso nelle zone aride più a sud. L’Eufrate (2760 km) attraversa il sud-est della Siria per poi entrare in Iraq, il Tigri (1900 km), bagnando la Siria per soli 44 km, prosegue il suo corso in Iraq dove sviluppa gran parte del suo corso. I due fiumi si uniscono a Bassora nello Shaṭṭ al-ʿArab il quale dopo 200 km sfocia nel Golfo Persico. Tale quadro geografico evidenzia come Ankara goda di un potere contrattuale notevole nei confronti dei due vicini arabi: trovandosi a monte del corso dei due fiumi, può determinare le variazioni qualitative e quantitative del flusso di acqua nei territori siriani ed iracheni a valle tramite l’edificazione di opere di sbarramento di varia tipologia.

Il progetto GAP e l’egemonia turca

Grandi infrastrutture idrauliche furono progettate ed avviate nell’area del bacino idrografico a partire dalla metà del XX secolo. In Iraq si svilupparono progetti di sistematizzazione idraulica basati su piani britannici elaborati ad inizio secolo, in Siria alcuni progetti risalenti agli anni del mandato francese furono rielaborati per costruire una grande diga sull’Eufrate, ma fu la Turchia, in funzione della sua posizione egemone, ad elaborare un piano infrastrutturale idraulico dalle dimensioni massive: il progetto dell’Anatolia Sud-Orientale (Güneydoğu Anadolu Projesi, GAP).

Le potenzialità idroelettriche dello sfruttamento del bacino idrografico del Tigri-Eufrate furono originariamente riconosciute da Atatürk durante gli anni ’20, come presupposto fondamentale per la modernizzazione post-ottomana. Gli obiettivi del GAP furono definiti anni dopo, nel 1977, pianificando l’edificazione di 22 dighe e 19 centrali idroelettriche nel bacino, coprendo un’area di 9 province dove oggi risiedono circa 8,8 milioni di abitanti ed in cui è presente il nucleo della comunità curda, con minoranze arabe e circasse. Sotto la guida del D.S.I (Devlet Su İşleri, ente pubblico dedicato alle opere idrauliche, espressione statale dell’influente ceto sociale degli ingegneri), venne gestita la costruzione del titanico progetto ingegneristico, destinato ad avere grandi implicazioni politiche e sociali, oltre che industriali e ambientali. Vennero infatti inclusi nell’iniziativa anche cartografi, urbanisti, sociologi, esperti inviati dallo stato turco con il compito di gestire una pluralità di cambiamenti, il maggiore del quali coincise con le conseguenze degli espropri dei villaggi per lo più curdi da inondare.

Le conseguenze dei cambiamenti generati dalla massiva iniziativa infrastrutturale statale, espressione del potere centrale in un territorio culturalmente e socio-economicamente alieno, furono contemporanee all’ inasprimento della questione curda, la quale fin dai primi anni ’80 si aggravò sotto la forma di scontro armato fra il PKK di Abdullah Öcalan e le forze governative turche. Sarà proprio la questione curda a fungere da risposta, soprattutto da parte di Damasco, alla pressione idrica dell’ingombrante vicino.

Relazioni bilaterali Damasco-Baghdad e guerriglia curda

Le prime tensioni non si fecero attendere: nel 1974 Ankara completò sull’Eufrate la diga di Keban (inclusa a posteriori nel progetto GAP). Il riempimento dell’invaso della diga di Keban avvenne in contemporanea al riempimento del lago Assad, creato dalla diga siriana di Tabqa, costruita più a valle sul medesimo fiume dal regime ba’thista di Hafiz al-Assad, con l’aiuto dell’Unione Sovietica. La prevedibile conseguenza fu un radicale ridimensionamento della portata del fiume verso l’Iraq. La reazione di Baghdad non si fece attendere: le truppe irachene furono subito schierate al confine e minacciarono di bombardare la nuova diga siriana, le acque si calmarono solo grazie all’intervento diplomatico di Arabia Saudita ed URSS. Tale escalation evidenziò i limiti delle politiche di gestione delle risorse idriche basate esclusivamente su iniziative nazionali, e favorì la Turchia, che vedeva la sua posizione a monte ulteriormente rafforzata dagli attriti fra i due stati arabi. Poco dopo, nel 1984, iniziarono i lavori per la diga Atatürk, la più grande sull’Eufrate, ulteriore minaccia per Damasco e l’Iraq di Saddam, in quegli anni impegnato nella guerra con la Repubblica Islamica d’Iran supportata proprio da Assad, a conferma delle divisioni fra i due stati arabi incapaci di fare fronte comune. Nello stesso anno iniziò il supporto attivo del regime siriano al PKK, attivo nella regione del GAP. Il risultato fu un accordo siglato nel 1987 fra Ankara e Damasco che garantiva alla Siria un flusso di acqua maggiore in cambio dell’interruzione del supporto siriano all’insurrezione curda. La convergenza diplomatica fu breve: entro il 1992 furono completate le dighe di Karakaya ed Atatürk, occasione in cui il flusso dall’Eufrate venne bloccato per quasi un mese per riempire il bacino di quest’ultima. Assad tornò a supportare la causa curda e tentò un’intesa con Baghdad, la cui situazione infrastrutturale ed economica era tuttavia disastrosa a causa dell’embargo e della guerra del ’91. Dovendo gestire ulteriori minacce ingegneristiche turche, ovvero i progetti delle dighe di Birecik sull’Eufrate ed della diga di Ilisu sul Tigri (il cui bacino è stato riempito a luglio 2020, causando l’allagamento di Hasankeyf, città risalente a dodicimila anni fa, in zona curda), i due leader arabi si accordarono nel 1997, dopo anni di relazioni bilaterali problematiche, esercitando pressioni diplomatiche sulla Turchia per ottenere un flusso maggiore dal bacino, rivendicando “diritti storici e legittimi” sui fiumi, non godendo tuttavia di grande successo.

L’appoggio attivo del regime siriano al PKK ebbe termine nel 1998, con la firma del trattato di Adana tra Damasco ed Ankara: in cambio della garanzia di un flusso di 500 m³/s di acqua, Assad rinunciava al supporto alla causa curda con seguente espulsione dalla Siria di Öcalan, catturato l’anno seguente da agenti turchi in Kenya.

Contesto attuale dell’area e cooperazione internazionale 

La progressione degli eventi dimostra la capacità della Turchia di esercitare notevoli pressioni gestendo il flusso idrico del bacino come un rubinetto da aprire e chiudere all’occorrenza, al fine di ottenere potere contrattuale nella risoluzione della minaccia curda percepita sul fronte interno ed esterno. Affrontata in primo luogo in patria, con la progettazione di grandi opere statali atte a controllare ed a modificare la dimensione ambientale e socioeconomica del sud-est anatolico, ed in secondo luogo nell’estero vicino, premendo su Damasco al fine di interrompere il supporto al PKK. Lo strutturale astio nei rapporti bilaterali fra i due stati arabi a sud ha nel frattempo favorito l’egemonia turca, ulteriormente rafforzata dagli eventi drammatici che dall’inizio del XXI secolo hanno continuato a destabilizzare la Mesopotamia. Le conseguenze dell’operazione Iraqi Freedom del 2003 e la guerra civile siriana del 2011 (il cui inizio fu in parte causato dalla gravissima destabilizzazione socioeconomica causata dalla siccità del 2006-2010) hanno aggravato la posizione di Baghdad e Damasco sotto tutti i punti di vista, rendendo inesistente ogni rivendicazione nei confronti di Ankara.

I conflitti civili iracheni e siriani hanno reso le dighe dell’area obiettivi contesi tra le svariate fazioni in gioco nello scacchiere fra i due fiumi, come la diga irachena di Mosul, per breve tempo in mano all’ISIS, o le tre dighe siriane sull’Eufrate (Tabqa, Tishrin e Baath), con le prime due oggi in mano alle YPG (Yekîneyên Parastina Gel “Unità di protezione popolare), milizia curda egemone nel Rojava, parte dell’alleanza delle Forze democratiche siriane, nella cui bandiera è evidenziata una stilizzazione proprio del fiume Eufrate.

La progressiva diminuzione della risorsa idrica globale aggiunge drammaticità alle convergenze diplomatiche globali. Gravi carenze in termini di iniziative di cooperazione sono evidenti in Nord Africa, Medio Oriente e nel resto del continente asiatico. Secondo il World Resources Institute, entro il 2040 Turchia, Siria ed Iraq si troveranno in una situazione di stress idrico estremamente alto, con i due paesi arabi in una posizione peggiore rispetto ad Ankara.

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