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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoI rapporti tra Europa e Unione Sovietica nell’epoca staliniana

I rapporti tra Europa e Unione Sovietica nell’epoca staliniana

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Situate entro un comune ambito geografico, Europa occidentale e Unione Sovietica hanno storicamente dato vita a un intreccio di rapporti caratterizzato da attrazione e repulsione, condizionato per oltre mezzo secolo dall’ideologia e dalla logica di potenza e degenerato spesso in contraddizioni e incompatibilità. Questa rigidità derivava dalla visione del mondo che l’URSS possedeva, a sua volta emersa da un passato peculiare. La storia zarista, il marxismo, la Rivoluzione bolscevica e la guerra civile avevano contribuito a creare una prospettiva sovietica unica (Zubok, Pleshakov, 1996, p. 3), chiarendo come il comportamento di Mosca nell’arena mondiale non fosse dettato tanto da mere condizioni geopolitiche o dottrinali, quanto piuttosto da una simbiosi di espansionismo imperialista e proselitismo ideologico. 

Il presente articolo è un prodotto del progetto “La Russia nel contesto post-bipolare (RUSPOL). I rapporti con l’Europa tra competizione e cooperazione”, sviluppato da CEMAS Sapienza Univ. di Roma in collaborazione con Geopolitica.info, UNITELMA Sapienza e DISPI Univ. Genova con il sostegno con il sostegno dell’Unità di Analisi, Programmazione, Statistica e Documentazione Storica del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Le opinioni contenute nel progetto sono espressione degli autori e non rappresentano necessariamente le posizioni del MAECI.

Ad allontanare ulteriormente Mosca dall’Occidente contribuiva infine il fatto che l’URSS fosse stata fondata dai rivoluzionari comunisti: la filosofia marxista – e la sua accezione leninista – rappresentava l’elemento costitutivo dell’atteggiamento bolscevico nei rapporti internazionali.
Il niet dogmatico all’integrazione europea risaliva al 23 agosto 1915, quando Lenin, nel suo articolo Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa, affermò che, se sul piano politico non c’era contraddizione con la rivoluzione socialista, sotto il profilo economico, invece, gli Stati Uniti d’Europa avrebbero costituito un accordo temporaneo tra i capitalisti europei, con l’unico scopo di annientare il socialismo. Ma ciò che più impensieriva Lenin era «la prospettiva dell’unificazione europea potesse paralizzare le forze rivoluzionarie in una condizione di attesa o comunque alimentare l’illusione pacifista sull’attuabilità di questa unificazione su basi capitalistiche» (Monteleone, 1975, p. 83).

Stalin e l’Europa

Come noto, all’indomani della nascita dell’URSS il Paese si ritirò su posizioni isolazioniste, finalizzate all’avvio della trasformazione dell’ex impero zarista in Stato comunista.
Alla morte di Lenin il potere fu assunto dalla trojka Zinov’ev-Kamenev-Stalin per passare poi definitivamente a quest’ultimo, che avviò un duro regime dirigistico-amministrativo per supplire alle insufficienze delle precondizioni strutturali del socialismo. L’URSS non poteva ancora reggere una competizione internazionale ed era necessario colmare questa lacuna.
I primi piani sovietici per l’Europa si sarebbero dunque fatti attendere fino a quando l’URSS si ritrovò coinvolta nella Seconda Guerra Mondiale. Negli anni del conflitto, Stalin e la sua leadership maturarono una concezione del Vecchio Continente come suddivisione in zone di sicurezza, senza lasciare spazio alla creazione di istituzioni sovranazionali. Prova ne siano due documenti di quel periodo.

Il primo risale al 1941 a seguito dell’Operazione Barbarossa. Già a luglio era stata sancita l’alleanza formale tra Gran Bretagna e Unione Sovietica. Alcuni mesi più tardi, il 16 dicembre, Stalin consegnò al ministro degli Esteri di Sua Maestà, Anthony Eden, appena arrivato a Mosca, un lungo elenco di proposte che sarebbero dovute entrare a far parte di un protocollo segreto da allegare al futuro trattato di amicizia anglo-sovietico: l’URSS chiedeva che i britannici le riconoscessero le acquisizioni territoriali ottenute con il Patto nazi-sovietico, promettendo in cambio di appoggiare le richieste del Regno Unito di basi militari in Francia, Paesi Bassi, Norvegia e Danimarca. Il diciannovesimo punto del Protocollo allegato affermava: «Si ritiene necessaria la creazione di un Consiglio europeo quale organizzazione internazionale, a disposizione della quale, in qualità di strumento di mantenimento della pace in Europa, occorre trovare un certo numero di eserciti» (Protocollo allegato, 1941, p. 147). È noto che nessuna delle condizioni sovietiche fu accettata in quel momento, ma la bozza di Protocollo allegato può essere considerata un punto di partenza per la comprensione dei progetti staliniani per la ricostruzione continentale, così come dell’atteggiamento del Cremlino nei confronti del processo di unificazione europea.  

Il secondo documento risale al gennaio 1944, quando gli ambasciatori sovietici a Washington e Londra, rispettivamente Maksim Litvinov e Ivan Majskijj, redassero un Memorandum indirizzato a Molotov per dichiarare che il principale obiettivo sovietico postbellico doveva essere il raggiungimento di una pace duratura. Solo questa avrebbe garantito all’URSS un periodo di ricostruzione e di crescita, sino a diventare così forte che nessuna combinazione di poteri in Europa o in Asia avrebbe potuto minacciarla. Nei calcoli dei due diplomatici, questo processo richiedeva diverse tappe: i primi dieci anni sarebbero stati necessari per potersi riprendere dalle ferite inferte dalla guerra, altri trenta al minimo e cinquanta al massimo sarebbero occorsi al continente per diventare socialista ed eliminare così ogni velleità bellica in Europa. Dunque non era interesse dell’URSS, almeno nel primo periodo dopo la guerra, prevedere la creazione di grandi federazioni. La ratio risiedeva nella volontà russa di rimanere l’unica grande potenza in Europa, senza nemmeno l’ombra di un potere prevaricatore rappresentato da un gruppo di piccoli Stati, così da garantire all’URSS il ruolo di potenza egemone in Europa (Piccardo, 2012, p. 71).

Stalin e l’integrazione comunitaria

Alla fine del conflitto, Stalin e i suoi collaboratori, euforici per la grande vittoria, videro consolidarsi la posizione internazionale di Mosca attraverso accordi più o meno amichevoli con le grandi potenze occidentali. Ma neanche allora il Cremlino prevedeva spazio per la costruzione europea.
Al lancio del Piano Marshall, inizialmente letto da Mosca come un nuovo Lend-Lease Act, l’URSS rispose non solo denunciando l’ERP come uno strumento dell’imperialismo americano in Europa, ma anche procedendo lungo le due strade tradizionali della politica estera staliniana: l’ulteriore consolidamento del proprio blocco e l’attivazione dei partiti comunisti europei contro i progetti statunitensi.

Il tutto avvenne nel quadro di una “controdottrina” elaborata dal principale ideologo del regime bolscevico, Andrej Ždanov. Dicotomica e manichea come quella di Harry Truman, la “dottrina dei due campi” di Ždanov postulava l’esistenza di due fronti contrapposti: quello imperialista e reazionario egemonizzato dagli Stati Uniti e quello socialista e democratico guidato dall’Unione Sovietica. La “dottrina dei due campi” fu presentata nel settembre 1947 durante la riunione istitutiva del Cominform, la nuova organizzazione internazionale che riuniva i partiti comunisti di URSS, paesi dell’Europa orientale, Italia e Francia.     
Nell’Europa occidentale veniva nel frattempo istituito l’OECE, a cui l’URSS contrappose pochi mesi dopo il COMECON, che nasceva l’8 gennaio 1949 dalla percezione sovietica che i governi di Stati Uniti, Gran Bretagna e di altri paesi del blocco americano tentassero «di boicottare le relazioni commerciali con le democrazie popolari e con l’URSS» (Sergeev, 2000, p. 89), che non intendevano «soggiacere ai dettami del piano Marshall» (Ibidem) e dell’OECE dal momento che violavano «la sovranità statale e gli interessi dell’economia nazionale» (Ibidem).
Intanto, a Guerra fredda ormai consolidata, Robert Schuman avviò il processo di costruzione comunitaria.

Quando, alla vigilia della sua promulgazione, il progetto francese fu favorevolmente accolto anche da Washington, i dirigenti stalinisti sostennero che il governo americano cercava di preservare il potenziale industriale della Ruhr al fine d’includerlo nei programmi di ricostruzione economica dell’Europa occidentale, non tanto nell’interesse del blocco atlantico, ma di quello statunitense.
Già nell’agosto 1950 Mosca predispose una nota di protesta alle autorità francesi con un chiarimento della posizione sovietica, che richiamava l’attenzione sulla minaccia costituita dal piano Schuman e dal piano Pleven indirizzati alla rimilitarizzazione della Germania occidentale.      

Il timore sovietico di veder svanire la riunificazione della Germania sotto la propria egida fu confermato dalla relazione che nell’aprile 1951 uno dei massimi esperti di questioni economiche del ministero degli Affari esteri dell’URSS, Amazasp Avakimovič Arutjunjan, redasse sulla base del corposo materiale analitico ricevuto dall’Accademia delle Scienze e delle informazioni acquisite dalle ambasciate russe nei paesi d’oltrecortina. 
Questa seconda relazione fu più volte rimaneggiata e infine consegnata al governo francese l’11 settembre 1951. Essa rilevava che il piano Schuman e il piano Pleven conducevano alla rimilitarizzazione della Germania occidentale, politica incompatibile con gli interessi di pace in Europa e contrastante con il trattato franco-sovietico del 10 dicembre 1944, il quale stabiliva che entrambi i Paesi si assumevano l’impegno d’intraprendere congiuntamente tutte le misure necessarie per eliminare ogni nuova minaccia proveniente dalla Germania e ostacolarne quelle azioni che avrebbero reso possibile un qualsiasi tentativo di una nuova aggressione da parte sua.

Il governo sovietico espresse preoccupazione riguardo al fatto che una comunità carbo-siderurgica tra Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo avrebbe creato condizioni tali da garantire ai grandi industriali della Ruhr una posizione predominante nella produzione di armi ed equipaggiamento bellico, creando una situazione conforme agli obiettivi dei monopoli americani, i quali, a loro volta, sfruttavano il regime d’occupazione nella RFT per penetrare a fondo nei cartelli tedeschi e coinvolgerli nell’attuazione dei propri piani economici.
Com’è noto, l’azione si concluse con un nulla di fatto. Tutti i progetti sovietici relativi alla ricostituzione di una Germania unita, al ritiro di tutte le truppe d’occupazione, all’eliminazione di tutte le basi straniere sul suo territorio, all’organizzazione di elezioni pangermaniche e alla conclusione del trattato di pace continuarono a essere proposti anche negli anni successivi, ma non sortirono mai alcun effetto.

Conclusioni

L’atteggiamento sovietico contrario alla costruzione comunitaria non si modificò con la morte del dittatore, i cui successori, sebbene non temessero più un’imminente guerra europea, continuarono a considerare l’integrazione fra paesi capitalisti una minaccia.   
L’Unione Sovietica si mostrò sempre ostile a qualsiasi forma di integrazione continentale. Mosca non riuscì a comprendere la vera essenza del processo di costruzione europea: l’aspetto politico passò in secondo piano e fu sempre poco discusso dai dirigenti sovietici.     Ritenendo l’unificazione europea un processo pericoloso destinato a rafforzare il capitalismo e sostenere l’atlantismo, prevalse al Cremlino un sentimento di preoccupazione e d’inquietudine in relazione soprattutto alla natura militare delle iniziative occidentali e alla delicata questione tedesca. Addirittura, fino al periodo gorbačëviano il termine “integrazione europea” non venne mai usato dai mass media, nella pubblicistica e nella letteratura politologica sovietica. La parola “integrazione” si doveva scrivere sempre tra virgolette o parentesi e accompagnata dall’aggettivo obbligatorio “imperialista” (Zaslavsky, 2003, p. 58).      Fu solo con la nascita di un’Unione Sovietica in rapida trasformazione nella seconda metà degli anni Ottanta che venne attuata una diversa linea di politica estera, capace di avviare anche nuove relazioni tra Mosca e la Comunità europea. Questa fase fu legata al nome di Michail Gorbačëv e si espresse nell’idea della creazione di una “casa comune europea”, nella rinuncia alla soppressione dei forti movimenti democratici nei paesi dell’Europa centrale e orientale, nell’accordo sull’unificazione della Germania e nello scioglimento dell’Organizzazione del Patto di Varsavia (Piccardo, 2015).

Bibliografia

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Lenin, V.I. (1971). Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa, in Id., Opere scelte, Mosca: Progress.

Monteleone, R. (1975). Le ragioni teoriche del rifiuto della parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa nel movimento comunista internazionale. In Pistone, S. (a cura), L’idea dell’unificazione europea dalla prima alla Seconda guerra mondiale. Torino: Einaudi, pp. 77-95.

Namazova, A.S., & Emerson, B. (1995). Istorija evropejskoj integratsii (1945-1994). Moskva: RAN.

Piccardo, L. (2012). Agli esordi dell’integrazione europea. Il punto di vista sovietico nel periodo staliniano, Pavia: Jean Monnet Interregional Centre of Excellence.

Piccardo, L. (2015). La perestrojka in politica estera. Gorbacëv e l’integrazione europea. In Ead. (a cura), L’Italia e l’Europa negli anni Ottanta. Storia, politica, cultura, Milano: Franco Angeli, pp. 13-32.

Soglian, F. (1997). L’integrazione europea e il blocco sovietico. In Rainero, R. H. (a cura), Storia dell’integrazione europea, Roma: Marzorati, vol. I, pp. 525-559.

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Zaslavsky, V. (2003). L’atteggiamento sovietico verso l’integrazione europea. In Craveri. P., & Quagliariello, G. (a cura). Atlantismo ed europeismo. Soveria Mannelli: Rubbettino, pp. 51-70.

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Zubok, V., & Pleshakov, C. (1996). Inside the Kremlin’s Cold War: From Stalin to Chrushchev, Cambridge (Mass.): Harvard University Press.

Fonti archivistiche

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Archivio del Ministero degli Esteri della Federazione Russa (AVPRF). fond 06, opis’ 6, papka 14, delo 145, listy 1-41.

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