0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

NewsI rapporti economico-commerciali tra Cina e Stati Uniti: de-globalizzazione...

I rapporti economico-commerciali tra Cina e Stati Uniti: de-globalizzazione o recoupling?

-

Decoupling è una parola chiave nella relazione sino-americana, che indica il disaccoppiamento tra le due maggiori economie del mondo: Cina e Stati Uniti. Obiettivo del testo è analizzare come il rapporto, prettamente economico, tra la Cina e l’Occidente sia cambiato negli ultimi tempi, valutando cause e conseguenze del distacco dalla dipendenza economica degli USA dal grande colosso cinese.

Decoupling è la parola chiave oggetto del mio elaborato, ossia disaccoppiamento tra le due maggiori economie del mondo: Cina e Stati Uniti. Oltre ad essere una delle parole che più ricorre nel dibattito fra queste due potenze, è uno tra i termini più usati nel 2019 come afferma il Financial Time. In particolare, sarà oggetto del mio elaborato la relazione commerciale sino-americana, dall’avvio dell’era del divorzio economico promosso da Trump fino a Biden che continua la politica economica del suo predecessore, rimarcando l’importanza di rafforzare la manifattura americana. A tal proposito, l’obiettivo del testo è volto ad un’analisi su come il rapporto, prettamente economico, tra la Cina e l’Occidente sia cambiato negli ultimi tempi, valutando cause e conseguenze del distacco dalla dipendenza economica degli USA dal grande colosso cinese. A tal proposito, il mio elaborato è così strutturato: nella prima parte si evidenzia un excursus analitico passando in rassegna il rapporto causa effetto della politica economico-commerciale messa in atto da Trump; mentre nella seconda parte viene presentato un caso concreto incentrato sul dossier Huawei che si è ritrovato ad essere il centro della “guerra commerciale” tra Stati Uniti e Cina. 

In primo luogo, occorre contestualizzare al meglio le conseguenze del distacco commerciale Cina-Stati Uniti e l’intervallo di periodo che ha prodotto quella che viene definita “trade war” tra le due potenze. Tra la seconda metà del 2018 e l’inizio del 2019, l’amministrazione Trump ha promosso un innalzamento dei dazi su prodotti cinesi come arma necessaria per mettere sotto pressione la Cina, affinché riducesse il deficit commerciale. Da allora, le richieste alla Cina da parte degli USA si sono evolute dal bilanciamento del commercio all’adozione di cambiamenti strutturali necessari. Dall’agosto del 2019 il presidente Trump ha infatti chiesto alle aziende americane di “iniziare immediatamente a cercare un’alternativa alla Cina”. Tuttavia, l’imposizione dei dazi nel 2018 non può essere vista come il primo gesto bellico del presidente: la sua prima vera rappresaglia si ravvede nelle modifiche al North American Free Trade Agreement (NAFTA), modifiche che riguardano la possibilità da parte dei paesi firmatari di ritirarsi dall’accordo nel caso in cui uno degli altri segnatari finalizzi trattati costituenti Area di Libero Scambio (ALS) con economie non di mercato, come quella cinese. Come afferma l’United States Strategic Approach to the People’s Republic of China, gli Stati Uniti sono da sempre intenzionati a stimolare un’apertura economica e politica tra i due paesi. Cosa che però non è avvenuta, in quanto circa 40 anni dopo, con il rapido sviluppo della Repubblica popolare cinese (RPC), essa non ha portato alla convergenza con l’ordine internazionale libero e aperto come gli Stati Uniti avevano sperato. Bensì il PCC ha scelto di sfruttare questo ordine per tentare di rimodellare il sistema internazionale a suo favore. Dunque, il crescente uso da parte del PCC del potere economico, politico e militare per costringere l’acquiescenza da parte degli Stati nazione, ha danneggiato nel corso del tempo gli interessi americani vitali. A tal proposito, in questo documento si afferma che l’approccio competitivo degli USA nei confronti della Cina si è posto due obiettivi: migliorare la resilienza delle loro istituzioni, alleanze e partnership per prevalere contro le sfide della RPC, e in secondo luogo, agire per costringere Pechino a cessare o ridurre le azioni dannose per gli interessi, vitali, nazionali degli USA e quelle dei loro alleati e partner. A tal proposito, gli USA si mostrano favorevoli a competere con la Cina, solo laddove i loro interessi siano allineati. Inoltre, nel NSS gli Stati Uniti affermano la loro volontà di avviare rapporti con nuove partnership, con alleati stranieri e organizzazioni internazionali che supportano i principi comuni e un ordine libero e comune. In particolare, quando si parla infatti di regione dell’Indo-pacifico ci si riferisce ad un’area che vede dal 1945 ad oggi la presenza statunitense e altri paesi come un costrutto sociale caratterizzato dal Free and Open indo-Pacific in cui vige la rule of law, la libertà di navigazione e la libertà di commercio. Questa idea rappresenta un po’ un’idea di contenimento della nazione cinese anche se dal punto di vista degli accordi, la realtà appare perlopiù contradittoria da parte degli USA che si trovano in una condizione di svantaggio. Infatti, è da citare un importante accordo commerciale della regione di cui gli USA non ne fanno parte: la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), accordo di libero scambio tra i dieci stati dell’ASEAN che è entrato in vigore di recente. Gli USA non ne fanno parte e nel caso in cui essi vogliano commerciare nella regione devono produrre almeno in parte all’interno di questa zona. Questo aspetto rappresenta per gli USA un grande svantaggio perché se fossero nel RCEP potrebbero produrre in America e sfruttare il principio di libero scambio da lì. Altro accordo che invece riguarda i rapporti tra le prime due economie mondiali è stato il “Phase One Trade Agreement” firmato a gennaio del 2020. Esso prevedeva, oltre all’impegno di acquisto di beni e servizi americani da parte di Pechino, delle regolamentazioni in termini di proprietà intellettuali e l’impegno da parte della Cina di terminare le pratiche di trasferimento di tecnologia, con le quali vincolava le imprese estere che volessero operare entro i propri confini. Uno dei primi effetti del processo di “decoupling” è stato l’inizio del processo di ricollocamento della produzione delle imprese americane fuori dalla Cina e verso altre destinazioni, che siano altre zone asiatiche o negli stessi Stati Uniti come afferma un articolo pubblicato dall’ISPI nel febbraio del 2020. A proposito, una delle conseguenze principali è stata la diversificazione di paesi fornitori. Difatti, un sondaggio di articoli di stampa su aziende registra che tra ottobre 2017 a ottobre 2018 si sono trasferite più di 50 aziende tra cui Apple, Samsung, HP, Dell, Microsoft, Foxconn, Suzuki e Fuyao Glass. In termini di paesi di destinazione, Vietnam, Thailandia, Taiwan, India e Cambogia sono i paesi più comuni, ma tra questi vi è anche il Messico. Arista Networks, Inc. proprio nel 2018 ha rilasciato una dichiarazione affermando che la loro accelerata pianificazione da parte dei loro team di produzione, sta riducendo gradualmente la loro dipendenza dai componenti di origine cinese avviandosi verso una autonoma capacità di produzione al di fuori della Cina. Anche Universal Electronics ha deciso immediatamente di trasferire la sua produzione dalla Cina al Messico a causa dell’aumento del costo del lavoro in Cina. Come secondo aspetto da considerare, è bene analizzare la volontà di “regionalizzazione delle economie”, sempre a fronte della riduzione della dipendenza dalla Cina. Da questo punto di vista, facendo riferimento alla volontà di creare delle aree regionalizzate, alla fine di dicembre del 2020 la Commissione europea ha comunicato una nuova strategia transatlantica firmando un accordo sugli investimenti diretti (CAI), poco dopo che la Cina concludesse un accordo commerciale con altri 14 paesi dell’area asiatico-pacifica che esclude per adesso gli USA. Nonostante, il quadro rimanga pressoché delicato e complesso, è prevedibile che la globalizzazione evolverà verso una più spinta regionalizzazione dell’economia globale, con tre grandi regioni: Asia orientale, Europa e Nord America

Dal canto della Cina, con l’attuazione del processo di reshoring delle aziende, essa cerca di mitigare e neutralizzare gli effetti economici e politici e risolvere i problemi e le criticità interne come il rallentamento della crescita economica e del PIL, il calo della produttività, l’aumento del costo del lavoro e dei costi relativi alla tutela ambientale e l’eccessivo indebitamento del sistema produttivo. Proprio per la sua vocazione di paese esportatore, non può che mantenere una sorta di reciprocità nell’interscambio con i paesi terzi. Pertanto, la prima conseguenza del ricollocamento delle aziende è l’aumento dei costi dei fattori di input. A tal proposito, oltre all’aumento del costo del lavoro, sono aumentati anche i costi operativi. Secondo Cao Dewang, il presidente di Fuyao Glass che ha aperto una fabbrica in Ohio, le tasse elevate sono state un motivo importante per considerare il trasferimento della sua azienda. Inoltre, altri articoli di questo genere citano tra i motivi principali anche i costi di elettricità, gas naturale e logistici. Altro grande problema da considerare è quello della disoccupazione. Difatti, in base ai dati del China International Capital Corp, la Cina sta avendo e continuerà ad avere problemi con l’innalzamento della disoccupazione causato da questo ri-collocamento delle industrie. Sempre secondo un rapporto di due economisti della CICC, dalla prima ondata di dazi da parte degli USA nel luglio del 2018, l’occupazione totale nel settore manifatturiero è diminuita di 5 milioni, che rappresentano lo 0.7% dell’occupazione totale cinese e il 3.4% dell’occupazione manifatturiera cinese. In più, il settore più colpito è quello dell’elettronica, attrezzature speciali, computer, gomma e plastica etc. Il rapporto della CICC stima che la perdita di posti di lavoro in questi settori sia compresa tra 1.3 milioni e 1.9 milioni, ovvero lo 0.9-0.12 % dell’occupazione del settore manifatturiero. Se questi dati rimandano rispettivamente all’inizio di quella che viene definita “trade war” USA-CINA, i dati attuali aggiornati al 2022 non sembrano essere tanto speranzosi. Infatti, il clima di incertezza nei rapporti tra USA e Cina continua a serpeggiare e sembra non risolversi a breve termine. 

Come esempio pratico e concreto, è bene considerare una realtà di grande importanza che si è ritrovata al centro delle contese Usa-Cina. A tal proposito, un caso emblematico è quello che riguarda l’impresa Huawei, tanto che si è aperto il cosiddetto “dossier Huawei”. Quali sono i motivi per cui questo grande colosso della tecnologia si sia ritrovato al centro di questa trade war? E quali le sue conseguenze? In primis, la sua posizione di leader indiscussa nel campo delle telecomunicazioni grazie ai grandi investimenti nella ricerca è il motivo principale per cui questa grande azienda sia stata messa sotto mirino. Il secondo punto di forza rimanda alla sua presenza nella Huawei Marine Network dove è presente dal 2009, ossia l’area di posa e gestione dei cavi sottomarini, nonché zona strategica di notevole importanza. Infine, oltre ad essere la seconda azienda produttrice mondiale dopo Samsung nella produzione e commercializzazione di smartphone, è attualmente il fornitore tecnologicamente più avanzato nel mercato 5G, l’unico in grado di fornire una soluzione commercializzabile completa di tutte le sue componenti.  Dunque, in seguito alle decisioni del Presidente Trump di innalzare i dazi sui beni provenienti dalla Cina, Huawei si è vista sospendere le consegne di hardware e software provenienti dai principali fornitori americani. A tal proposito, il Bureau of Industry and Security del Dipartimento del Commercio ha inserito Huawei e 68 sue affiliate in una entity list, ovvero in una specie di lista nera di compagnie estere con le quali le società americane possono negoziare solo previa autorizzazione da parte del dipartimento del commercio. Da qui gli effetti a breve e lungo termine sul mercato americano non possono che essere destabilizzanti. Ad oggi, il divieto promosso nel 2019 sta danneggiando le aziende statunitensi che hanno affari con Huawei; in più le aziende che montano la tecnologia e componentistica Huawei si ritrovano a subire blocchi e ritorsioni. Di qui immediati anche gli effetti sui servizi base di Huawei come smartphone, server e cablaggi marittimi che stanno producendo una impossibilità nel loro funzionamento. In conclusione, vista la complessità del sistema di relazioni sino-americane, uno spiraglio di risoluzione sembra essere pervenuto durante un intervento al Center for Strategic e International Studies, dove Katherine Tai ha menzionato i termini di un possibile “recoupling” e “coesistenza duratura”, anche se la realtà come si è analizzato appare perlopiù diversa in quanto, effettivamente non è avvenuta una rimozione delle barriere tariffarie imposte. Ad oggi, la situazione pare essere ancora stabile e nonostante le tariffe imposte dal predecessore del presidente Biden siano ancora in vigore, la Cina ha dichiarato che la sua nazione è aperta sia ad incrementare il commercio con l’estero, sia a sedersi a tavolino con gli Stati Uniti per evitare ulteriori confronti in termini di dazi imposti. Insomma, il cambiamento di rotta tra Washington e Pechino sulla questione commerciale è da ritrovare nei toni, perché dal punto di vista dei dazi e degli accordi imposti l’amministrazione Biden sembrerebbe mostrarsi senza soluzione di continuità, in quanto l’attuale presidente pare abbia firmato un ordine esecutivo mirato alla creazione di un supply chain-high tech al di fuori della sfera cinese. Pertanto, questo è ancora la prova di come ad oggi le prospettive di un recoupling ancora non si sono concretizzate.

Corsi Online

Articoli Correlati

La risposta americana alla minaccia atomica russa

La minaccia atomica torna ad essere parte integrante della strategia d’intimidazione bellica russa. Non che il rischio di un’escalation...

Jake Sullivan e la politica estera per la classe media

Durante gli ultimi mesi del conflitto in Ucraina, nei quali l’impegno statunitense è concentrato sulla ricerca di un punto...

Il governo Meloni e la questione Taiwan

Per la prima volta la politica estera è entrata a pieno titolo nella campagna elettorale italiana. Almeno sulla carta...

China after the XX CPC Congress

The first Plenum of the 20th CPC Central Committee was held on October 23rd,  after the 7-day 20th Congress...