Rapimenti e riscatti nelle guerre asimmetriche del Mediterraneo

Il rapporto di febbraio della Financial Action Task Force sui metodi di finanziamento dello Stato Islamico in Iraq e nel Levante riapre in Italia l’annosa questione relativa al pagamento di riscatti a vantaggio di gruppi armati e organizzazioni terroristiche. Nonostante una certa unità di intenti, nella pratica la comunità internazionale appare divisa tra una “linea dura” e un approccio più malleabile. Tentiamo di analizzare le ragioni e i presupposti di entrambi i punti di vista.

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Nel gennaio di questo anno l’opinione pubblica italiana si è agitata considerevolmente a proposito del rilascio di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, dibattendo sul probabile pagamento di un riscatto e congetturando sulla sua entità. La questione di fondo riguardava principalmente se fosse lecito o meno trattare con organizzazioni terroristiche fornendo loro – seppur in cambio di una vita umana – cospicue somme in denaro, grazie alle quali potersi accaparrare nuovi armamenti e perpetrare ulteriori atrocità. Il rapporto sui canali di finanziamento del cosiddetto Stato Islamico, pubblicato il 27 febbraio dalla Financial Action Task Force, pare evidentemente destinato a riaccendere le polemiche sul tema, avendo appunto rilevato come la pratica dei sequestri rappresenti una notevole fonte di entrate per le milizie di al-Baghdadi.

Nonostante la prevedibile eco che i dati del rapporto avranno nel dibattito interno del nostro paese, è comunque opportuno segnalare come la sezione relativa al kidnapping for ransom non sia tra le più sviluppate, originali e interessanti nelle oltre quaranta pagine prodotte dalla Financial Action Task Force, soprattutto se messa a paragone con i paragrafi concernenti il sistematico sfruttamento del territorio sottoposto allo Stato Islamico e i metodi di fundraising tramite donazioni private, organizzazioni non-profit o social networks. Se i tratti fondamentali dei sistemi di finanziamento dell’autoproclamatosi Califfato – e dunque del ruolo dei rapimenti – erano già emersi con una nota inchiesta di Newsweek del novembre 2014, il rapporto del 27 febbraio aggiunge dei tentativi di stima sia sul numero dei sequestri, sia sull’ammontare degli introiti. Si ipotizza, infatti, che i rapimenti a fini di riscatto si contino a centinaia, soprattutto a danno delle popolazioni locali e delle minoranze, mentre avrebbero fornito allo Stato Islamico una cifra tra i 20 e i 45 milioni di dollari nel corso dello scorso anno.

Tale somma, anche se presa nei suoi termini massimi, rappresenta appena il 9% di quella che le milizie islamiche hanno potuto raccogliere solo attraverso l’appropriazione delle riserve valutarie delle banche presenti nell’area su cui esercitano il loro dominio. Ciò nonostante essa ha un enorme valore politico, poiché chiama in causa i sequestri perpetrati ai danni dei cittadini occidentali – certamente i più lucrosi, anche se numericamente limitati – e quindi l’atteggiamento adottato dai vari paesi in caso di rapimento di un connazionale. Se diverse risoluzioni del Concilio di Sicurezza delle Nazioni Unite condannano i pagamenti di riscatto, e dunque venga ufficialmente negata da ogni Stato l’adozione o il favoreggiamento di simili soluzioni, è noto come in pratica si diano due linee di condotta diametralmente opposte: da una parte una politica delle “zero concessioni”, incarnata dagli Stati Uniti, dove si rifiuta categoricamente ogni trattativa con i sequestratori; dall’altra un’opzione “morbida”, propria soprattutto dell’Europa continentale, in cui non si escludono né prese di contatto né pagamenti, seppur ufficiosi, per salvare la vita ai propri cittadini.

La “linea dura” poggia su un ragionamento abbastanza logico: la soddisfazione delle richieste dei rapitori incentiverebbe gli stessi a procedere verso altri sequestri. Inoltre, il denaro così fornito al proprio nemico servirebbe a rafforzarlo, finanziando direttamente i successivi atti terroristici, nonché denunciando anche una certa debolezza e vulnerabilità dello Stato pronto a scendere a patti. È infatti sottinteso come sia la potenza militare del paese a garantire l’incolumità dei connazionali, senza sottostare ad altra forma di ricatto.

Il secondo approccio si basa invece su un presupposto di ipocrisia: se a parole si nega ogni mediazione e qualsiasi trasferimento di denaro – in linea con le norme internazionali – si aprirebbero però sottobanco dei tavoli di trattativa, mediante i quali ottenere il rilascio degli ostaggi come contropartita per concessioni politiche o monetarie. Non sembra facile trovare una giustificazione per tale condotta e il rapporto della Financial Action Task Force, avendo come scopo quello di individuare e invitare a tranciare le linee di finanziamento dello Stato Islamico, la condanna decisamente. Eppure sussiste una valida serie di motivi che potrebbe mettere in dubbio anche la logicità dell’assoluto rifiuto a trattare.

Come dimostrato dalla nazionalità degli ostaggi occidentali rapiti dallo Stato Islamico, non si può stabilire alcun nesso tra l’incidenza dei sequestri e la disponibilità dei governi a trattare. In altre parole, la contropartita in denaro non sempre è il primo interesse dei sequestratori, i fini possono invece essere politici – di vendetta, pressione o propaganda. Inoltre, se anche i diretti artefici del rapimento lo compiono in vista di un guadagno, non è assolutamente detto che mettano in conto l’atteggiamento del paese di cui le vittime sono cittadine. Come in molti casi è avvenuto, infatti, i rapitori possono appartenere a un gruppo politico moderato, o addirittura essere semplici criminali, il cui scopo è poi quello di vendere l’ostaggio alle milizie dello Stato Islamico, che lo sfrutteranno secondo le specifiche logiche di tale organizzazione.

Un secondo ordine di ragioni possiamo trovarlo considerando le condizioni storiche e geografiche dell’Europa. Il Mediterraneo non è affatto un teatro recente di conflitti asimmetrici, al contrario uno dei più lunghi e diffusi scontri a bassa intensità ha avuto proprio luogo tra le sue sponde per circa tre secoli, dal XVI alla prima metà del XIX. Si trattò della guerra di corsa che coinvolse gli Stati barbareschi del Nord Africa – principalmente Tunisi, Algeri e Tripoli – e quelli europei – con in testa quelli della penisola italiana. Allora, della pratica dei rapimenti e delle relative trattative di liberazione si fece una vera e propria arte.

Con i pirati barbareschi si sviluppò un mercato, fatto di schiavitù, conversioni, ricche elargizioni in denaro e frequenti cambi di parte o tradimenti. I terroristi di questa guerra asimmetrica erano i corsari, che non erano soltanto barbari o tagliagole, ma potevano essere addirittura un ordine religioso-cavalleresco, istituito con bolla papale, come i Cavalieri di Santo Stefano. Non era inoltre del tutto improbabile che riscatti o compensazioni provenissero da facoltosi arabi (o ebrei) in favore di cristiani e viceversa, generando una rete di intermediari più interessata ai guadagni che alle lotte confessionali.

Il pagamento per gli ostaggi corrispondeva solo all’ultimo anello – certo più tangibile e manifesto – di una politica generalmente volta al mantenimento di canali di contatto e possibili margini di trattativa. Esso mirava anche a evitare nette cesure e insanabili rancori, nella convinzione che i nemici di oggi non possano esser tali in eterno. Questo era un prodotto della via specifica dell’arte della guerra europea, che da Machiavelli a Clausewitz ha considerato la politica estera con il metro della ragione e non col fervore morale del missionario, rappresentando al contempo la base teorica su cui poggia una linea possibilista nelle relazioni con le organizzazioni terroristiche internazionali.

È lecito però istituire dei paralleli tra le guerre di corsa dell’età moderna e l’attuale situazione in Africa settentrionale e Medio Oriente? Certamente delle affinità sono facilmente riscontrabili, prima su tutte la medesima zona di faglia mediterranea e la conseguente contrapposizione tra mondo islamico e paesi occidentali. Tuttavia le mutate condizioni sociali, economiche e, non da ultimo, tecnologiche, impongono un affidamento all’analogia molto limitato. Piuttosto si tratta di prendere in considerazione un precedente storico nell’attuale dibattito sulle possibilità – e legittimità – di dialogo con lo Stato Islamico. La questione è aperta ed è stata affrontata in altri contributi di questa rassegna (si vedano principalmente le analisi di Alessandro Ricci e di Anna Maria Cossiga), ciò che preme invece sottolineare è come anche la linea adottata nei casi di sequestro possa rispondere a una via diplomatico-politica per la lotta contro il Califfato.

L’accettazione di trattative per la liberazione di concittadini presi in ostaggio potrebbe quindi essere interpretata anche da un punto di vista strategico, e non solo etico. Alla base riposa il legittimo dubbio riguardante la sufficienza dell’opzione militare per risolvere il fenomeno nella sua interezza, ovvero la percorribilità di un’azione parallela, tesa a istituire dialoghi informali con singoli segmenti delle milizie islamiche, nell’intima speranza di poter produrre o sfruttare eventuali spaccature al suo interno. Da questo punto di vista anche i casi di sequestro potrebbero addirittura trasformarsi in occasioni per il mantenimento o la costruzione di canali di contatto, pure con i peggiori nemici.