0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

TematicheMedio Oriente e Nord AfricaIl fenomeno delle serie tv durante il Ramadan: tra...

Il fenomeno delle serie tv durante il Ramadan: tra intrattenimento, profitto e politica

-

Il 23 marzo è iniziato il Ramadan, il mese sacro per tutte le persone di fede musulmana, che prende il nome dal nono mese dell’anno nel calendario lunare islamico. Si tratta di un periodo caratterizzato dalla preghiera e dal digiuno, dedicato prevalentemente alla riflessione, alla purificazione e all’autodisciplina. Ma è anche un momento di celebrazione e riposo, in cui l’atmosfera di festeggiamento e di compagnia ha un valore significativo. Una particolare declinazione di questa dimensione di intrattenimento che si è sviluppata ed evoluta enormemente nel corso degli ultimi anni, riguarda la diffusione di serie televisive, su cui numerosi Paesi a maggioranza musulmana, primo tra tutti l’Egitto, hanno costruito un’industria molto redditizia. I profitti di queste produzioni e le loro implicazioni non si limitano però alla sola sfera economica, determinando anche un ritorno di tipo politico. Le serie tv costituiscono infatti una forma particolarmente efficace di soft power; incrociano le dinamiche politiche interne e internazionali, riflettendo il posizionamento dei governi che le promuovono, e possono anche risvegliare, o accrescere, conflitti latenti.

Il monopolio dell’intrattenimento

A dispetto della percezione largamente diffusa nei Paesi a maggioranza non musulmana, il mese di Ramadan non si distingue unicamente per la propria dimensione di preghiera, digiuno e astinenza, ma porta con sé quell’atmosfera caratteristica delle tradizioni di lungo corso: di celebrazione, festeggiamento e condivisione. Difatti, l’Iftar, il pasto di rottura del digiuno al termine della giornata, avviene tipicamente in compagnia della propria famiglia o della comunità, e non è raro che venga accompagnato dalla trasmissione di serie televisive appositamente pensate per questo determinato periodo. Ormai da decenni, infatti, le case di produzione televisive nazionali, recentemente affiancate dalle piattaforme di streaming e dai canali social, si preparano a rilasciare ogni anno una notevole quantità di nuovi prodotti audiovisivi per intrattenere e accompagnare i fedeli musulmani. Solitamente le serie tv sono composte da circa 30 episodi, uno per ogni giorno di Ramadan, e i contenuti trasmessi vengono calibrati appositamente sulle preferenze degli spettatori, dando luogo ad una vera e propria corsa al pubblico: laddove c’è il pubblico, infatti, c’è anche la pubblicità. E il mercato pubblicitario costituisce un altro imponente giro d’affari che subisce aumenti rilevanti nel corso del mese. Nel 2021, più di 80 milioni di visualizzazioni sono state registrate sui canali YouTube delle tv tunisine durante i primi dieci giorni del mese sacro, e nel corso dell’intero periodo la zona del Maghreb nel 2009 ha raggiunto addirittura 200 ore di pubblicità, cinque volte in più rispetto ad un altro mese dell’anno.

Questi numeri record hanno portato – in un’interminabile comparazione tra mondo arabo e mondo occidentale – a definire il Ramadan un Super Bowl del Maghreb, e sono indicativi della sua eccezionalità e multiformità. Risulta infatti evidente come non si tratti solamente di un mese di riflessione e purificazione individuale, ma sia diventato anche un momento di iperconsumo collettivo, governato dalle industrie televisive e pubblicitarie, e condiviso dalla totalità dei Paesi a maggioranza musulmana. La passione per le serie tv e il cosiddetto binge watching sono infatti fenomeni che accomunano tutta la regione MENA durante il periodo di Ramadan e raggiungono persino i protagonisti della diaspora internazionale. Questo poiché nel corso del mese, le abitudini dei fedeli cambiano notevolmente: la giornata lavorativa si accorcia, gli uffici procedono più a rilento e i bambini non vanno a scuola. Pertanto, le serie tv si rivelano un modo per rilassarsi, divertirsi e condividere un momento di intrattenimento dopo una giornata di digiuno, talvolta trattenendosi di fronte alla televisione fino all’alba. Il tempo disponibile degli spettatori diventa dunque una merce ricercata dai canali televisivi, che adattano le proprie produzioni agli interessi del pubblico, e dagli inserzionisti, che investono massicciamente sul piccolo schermo. 

Uno spaccato della società musulmana

Il primo paese che si è distinto nella produzione ed esportazione di prodotti cinematografici e televisivi nel mondo arabo è stato l’Egitto, raggiungendo alti livelli di notorietà che hanno contribuito a rafforzarne l’influenza al livello regionale. Il dialetto egiziano ad esempio è uno dei più noti nella zona medio orientale: un aspetto decisamente rilevante se si considera la difficoltà di comprensione e comunicazione tra i numerosi paesi dell’area MENA, che pur condividendo l’arabo come lingua di base, presentano dialetti estremamente diversi tra loro. Tuttavia, ad oggi la concorrenza è ben più articolata: a partire dagli anni 2000 anche la Siria, la Turchia e negli ultimi anni i Paesi del Golfo, hanno investito nel settore, fino ad ottenere un successo globale. Le serie turche, ad esempio, hanno raggiunto persino l’America Latina, la patria indiscussa delle telenovelas, e dal 2018 la Turchia ha superato gli Stati Uniti, divenendo il primo esportatore mondiale di serie tv. Anche Tunisia, Marocco e Algeria si dedicano largamente alla creazione di nuove sitcom e soap-opera, ma limitandosi alla produzione locale, con uno scarso livello di esportazione.

Il raggio di esportazione non è l’unico elemento che distingue la produzione di serie tv durante il Ramadan: sotto molti aspetti il panorama dell’audiovisivo è ampiamente variegato e presenta tratti peculiari da Paese a Paese. In linea generale, prevalgono senza dubbio i contenuti di matrice storica o storico-religiosa, che mettono in scena i grandi avvenimenti della storia arabo-islamica e raccontano le biografie delle figure più rilevanti per l’Islam. Le serie tv, infatti, devono – o quantomeno dovrebbero – rispondere ad esigenze specifiche: da una parte, garantire la fruibilità all’intera famiglia, bambini e bambine comprese, evitando dunque scene particolarmente scioccanti o violente; dall’altra, proprio in osservanza degli obblighi del Ramadan, trasmettere programmi che consentano sì di intrattenersi, ma soprattutto di riflettere e apprendere gli eventi, i valori e i precetti religiosi. Altrettanto diffuse sono però anche le sitcom caratterizzate da un certo livello di leggerezza e divertimento, che ruotano intorno a temi ricorrenti: dall’intrattenimento all’amore, dal dramma alla satira. Spicca ad esempio un comedy show molto atteso che vedrà alternarsi sul palco 60 comici e comiche provenienti da Egitto, Libano, Giordania, ma anche da Arabia Saudita e Kuwait. Una tale differenza di tono, a un primo sguardo quasi contraddittoria, è in parte comprensibile considerando le differenze che separano sunniti e sciiti nell’affrontare il mese sacro: se dal mondo sunnita viene considerato una celebrazione gioiosa, il mondo sciita commemora in questo periodo la morte dell’imam Ali, interpretando dunque il momento come una ricorrenza di lutto. Questo diverso approccio si riflette dunque nei contenuti delle serie tv presentate sui canali nazionali: se il Maghreb predilige serie umoristiche, come la serie tunisina Choufli Hal, al contrario il mondo sciita tratta maggiormente la vita di personaggi sacri, come nella serie iraniana sul Profeta Giuseppe, prodotta nel 2008, ma ancora ampiamente ritrasmessa sugli schermi.

Inoltre, nel corso degli ultimi anni, ha avuto luogo un processo di ulteriore differenziazione e frammentazione dei toni adoperati e dei temi affrontati all’interno delle serie tv, grazie alla presenza di canali alternativi alle televisioni statali e di conseguenza meno sottoposte alla censura e al controllo nazionale. Attraverso le piattaforme social sono infatti proliferate molteplici web-series che hanno affrontato temi tabù, di cui non si parla, o si parla raramente, in televisione. Così, nel 2013, la serie libanese Shankaboot – composta di 5 stagioni con una trentina di brevissimi episodi ciascuna – ha potuto affrontare argomenti come prostituzione, corruzione, povertà, discriminazione nei confronti dei lavoratori stranieri, violenza contro le donne e settarismo. Allo stesso modo, nel 2018, la mini-serie marocchina Marokkiat ha dato voce alle donne nel raccontare le molestie e le difficoltà affrontate nel quotidiano, accumulando più di 6 milioni di visualizzazioni.

Un fenomeno analogo sta prendendo piede in Egitto, dove vengono veicolati contenuti progressisti e in un certo senso innovatori, ma – e qui sta l’eccezionalità – sulle televisioni di Stato. Quest’anno ad esempio, la celebre attrice Nelly Karim interpreta, nella serie Omla Nadra, una donna nel tradizionale Alto Egitto, che lotta per la propria eredità, laddove nel Paese alle donne spetta ancora metà dell’eredità rispetto agli uomini. La modella e attrice Ruby in Hadret el Omda incarna invece il ruolo di una professoressa che vuole diventare sindaca in un villaggio, scontrandosi con una società patriarcale che rifiuta di accettare l’idea che le donne possano assumere determinate posizioni. Mentre l’attrice protagonista Rogena Amin impersona la figura di donna costretta a travestirsi da uomo nel Sud dell’Egitto, per poter continuare a vivere. Risulta estremamente interessante notare come le serie tv restituiscano dunque un’immagine della società arabo-musulmana ben più dinamica e complessa di quella generalmente dominante e, citando le parole della giornalista e studiosa Catherine Cornet, mostrano «un cambiamento di società che non si vede al livello politico o istituzionale».

La dimensione politica che si cela dietro le serie tv

Nonostante i processi di liberalizzazione dei contenuti sopra osservati, le serie tv rimangono nella maggior parte dei casi un prodotto nazionale trasmesso sulle televisioni di Stato, e di conseguenza ampiamente soggette all’influenza e alla manipolazione politica, se non alla censura. In alcuni casi la produzione di una determinata sitcom può infatti essere iscritta all’interno di un progetto politico più ampio, come strumento di soft power e pressione indiretta. Ne è testimonianza la telenovela saudita al-Assouf, andata in onda nel 2018, che mette in scena una metafora della repressione morale attuata dalle forze religiose e conservatrici. Ambientata a Riyadh alla fine degli anni 70, mostra infatti il cambiamento di una società inizialmente descritta come tollerante, relativamente moderna e liberale dopo una serie di riforme conservatrici che hanno acuito il controllo morale e religioso della popolazione. Il messaggio veicolato, che raffigura i conservatori wahabiti come un pericolo per la società e sottolinea l’esigenza di una certa modernità, ha rafforzato e legittimato la politica di modernizzazione e la lotta contro le autorità religiose attuata da Mohammad bin Salman fin dalla sua nomina a principe ereditario nel 2017. Attraverso una lettura politicamente posizionata degli eventi, è dunque possibile indirizzare la consapevolezza e la percezione della società, il che si rivela ancora più efficace attraverso un prodotto di svago largamente diffuso e di facile fruibilità come una serie tv.

I punti di osservazione e di restituzione degli eventi sono tuttavia molteplici, e non sempre rispondono alle ambizioni del potere centrale. In questi giorni sta andando in onda sulle televisioni siriane la serie Safar Barlik, il cui nome deriva dall’espressione siriana Seferberlik. Il termine indica la mobilitazione di massa che vide la coscrizione di migliaia di arabi e curdi nel Levante per aiutare il sultano ottomano nel corso dei conflitti balcanici e nella Prima guerra mondiale. L’episodio, ricordato come un brutale massacro, riporta alla memoria i crimini coloniali commessi dall’Impero ottomano durante il suo dominio. Crimini che, tuttavia, non occupano un posto così rilevante nella memoria collettiva. Il dominio ottomano difatti non viene tanto percepito come un’impresa coloniale, quanto piuttosto come un glorioso passato, un lontano zenit. L’obiettivo della serie è proprio riscrivere questo passato, riportare alla memoria pubblica e mettere a nudo l’eredità coloniale della Turchia nella regione. Un piccolo prodotto televisivo testimonia dunque la presenza di risentimenti quiescenti nella regione, utili per comprendere le tensioni odierne.

Talvolta, anche guardare alla reazione dell’opinione pubblica o degli stessi governi di fronte al debutto di una nuova serie tv può sollevare questioni apparentemente sopite. Sentimenti come l’indignazione, la rabbia e il rifiuto sono in grado di dire molto sulle relazioni interstatali o sullo stato corrente di determinati conflitti al livello settario, coloniale o etnico. Questo è proprio ciò che è avvenuto negli ultimi mesi, quando il gruppo multimediale saudita MBC ha annunciato il rilascio di una nuova serie tv sulla figura di Mu’awiya bin Abi Sufyan, provocando accese polemiche da parte degli sciiti in Iraq e nel resto della regione. Mu’awiya è difatti una figura controversa della storia islamica: si tratta del primo califfo, e fondatore, della dinastia degli Omayyadi: la prima dinastia sunnita del mondo islamico. Se da parte sunnita è dunque celebrato come una figura di assoluta centralità, gli sciiti lo ricordano principalmente come colui che si macchiò dell’assassinio di Ali, il quarto califfo dell’Islam, identificandolo dunque come il responsabile della prima scissione tra sunniti e sciiti. La serie tv è stata dunque percepita come una provocazione da parte sciita, tanto da portare il califfo iracheno Al-Sadr a twittare la propria condanna per la serie, la cui trasmissione è stata in seguito vietata nel Paese.

Emerge in maniera evidente come la produzione di film e serie tv negli ultimi decenni sia dunque divenuta un’arma comune da utilizzare contro le potenze rivali al livello regionale. Così le rappresentazioni focalizzate su figure come Al-Hajjaj ibn Yusuf, Marwan ibn al-Hakam e Umar ibn al-Khattab, respinti dagli sciiti, sollevano la loro rabbia. E i prodotti televisivi sui principali personaggi sciiti come l’Imam Ali e l’Imam Hasan sollevano il malcontento dei sunniti. Anche l’intrattenimento del Ramadan, pertanto, rivela una connotazione politica e strategica a primo impatto impercettibile.

Articoli Correlati

Forza e fragilità del Mediterraneo

Mare dai molti nomi, corrispondenti alle diverse accezioni che di esso hanno ed hanno avuto i diversi aggregati umani...

Palestina membro ONU: saranno decisivi gli Stati Uniti

L’obiettivo è ambizioso. Forse troppo. L’Autorità Palestinese 11 anni fa ha presentato al Consiglio di Sicurezza ONU la richiesta formale di diventare...

È nell’interesse di Israele fermarsi sulla «linea rossa» della Risoluzione 2728

La Risoluzione Onu per il cessate il fuoco segna la «linea rossa» per la guerra di Netanyahu, ormai giunta...

Il riverbero nazionale delle elezioni locali in Turchia. Il significato della vittoria dell’opposizione

A meno di un anno dalle elezioni presidenziali che hanno confermato la coalizione guidata dal partito di governo (AKP)...