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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaRamadan di guerra a Gaza e dintorni

Ramadan di guerra a Gaza e dintorni

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La sera di domenica 10 marzo, poco dopo il tramonto, per molti musulmani nel mondo è iniziato il mese di Ramadan, il nono del calendario lunare islamico in cui i fedeli digiunano dall’alba al tramonto e dedicano maggior tempo alla preghiera e alle opere meritorie. L’annuncio è stato dato, come di consueto, dalle autorità saudite, dopo aver scrutato il cielo per individuare il novilunio. Tuttavia, l’avvistamento può variare in base alla posizione geografica e alle condizioni atmosferiche, facendo slittare di un giorno l’inizio del digiuno in altri Paesi. In alcuni casi, tale divergenza è stata strumentalizzata per questioni politiche che spesso hanno contrapposto il blocco sunnita (a guida saudita) a quello sciita (legato all’Iran), ma anche per sancire la propria autonomia (come il Marocco, la Turchia o l’Oman). Ciononostante, a unire la Ummah islamica quest’anno è la tragica situazione a Gaza, dove l’offensiva israeliana non accenna ad arrestarsi da ormai più di cinque mesi. A livello popolare, le comunità islamiche di tutto il mondo hanno organizzato delle raccolte fondi mentre si continua a pregare per le vittime del conflitto. Nel frattempo, gli appelli e gli sforzi dei leader non accennano a dare dei risultati concreti per una fine della crisi.

Dal “ciclone di Al-Aqsa” alla marcia sulla Spianata: la retorica di Hamas

L’ormai noto attacco terroristico del 7 ottobre che ha lasciato sgomenta Israele (uccidendo più di mille persone fra civili e militari e con il rapimento di circa 250 di altri), rivendicato da Hamas, è stato ribattezzato dall’organizzazione stessa come “l’operazione Ciclone di Al-Aqsa”. Sebbene Gaza sia relativamente distante da Gerusalemme, il terzo santuario più importante dell’Islam è spesso utilizzato dal movimento per promuovere le proprie azioni e far leva sul sentimento popolare dei palestinesi e, più genericamente, di tutti i musulmani nel mondo. Per il gruppo islamista, da sempre vicino alla Fratellanza Musulmana, la moschea da cui il profeta Muhammad, secondo il Corano, è asceso al cielo durante il celebre viaggio notturno, rappresenta il fondamento della propria lotta armata, contraddistinta da quella dei movimenti laici come Al-Fath o marxisti come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP). Non è un caso che il canale televisivo di Hamas si chiami proprio “Al-Aqsa” e abbia come logo l’effigie della celeberrima Cupola della Roccia, adiacente la moschea. Tale effigie campeggia anche sulla bandiera del Movimento per il Jihad Islamico in Palestina, altro gruppo islamista che ha collaborato con Hamas per la pianificazione degli attacchi del 7 ottobre. Simbologia a parte, Al-Aqsa testimonia frequenti scontri fra i fedeli e le forze armate israeliane che, in alcune circostanze, limitano gli accessi alla moschea e intervengono spingendosi all’interno del luogo di culto per evacuarlo. Con l’arrivo del mese di Ramadan, i controlli si sono intensificati inevitabilmente. L’appello del portavoce di Hamas, Ismail Haniyeh, a “rompere l’assedio di Al-Aqsa” è stato accolto da migliaia di fedeli provenienti dalla Cisgiordania e da Gerusalemme che hanno sfidato le restrizioni imposte dalle forze di sicurezza israeliane per partecipare alle prime preghiere notturne. Anche in occasione del primo venerdì di Ramadan, la moschea ha accolto circa 80.000 fedeli, stando a quanto riportato dal Waqf (il dipartimento per il patrimonio islamico della capitale contesa). Ciononostante, fatta eccezione per qualche fermo, non sono stati segnalati particolari disordini e, almeno per ora, non sembrano esserci gli elementi per una nuova intifadha (quasi certamente auspicata da Hamas). 

Gli auguri che non ti aspetti 

È indubbio che Israele non goda di molta popolarità nel mondo arabo-islamico e, dopo la recente guerra a Gaza, i suoi consensi stanno vacillando anche in molti Paesi occidentali. Tuttavia, l’immagine che lo Stato ebraico vuol dare di sé all’estero e alle minoranze all’interno dei propri territori (in larga parte arabi) è quella di una società aperta e tollerante che garantisce la piena libertà di culto e di parola. Dal 2005, l’IDF (Israel Defense Forces) ha un portavoce di lingua araba, il colonnello Avichay Adraee. Nato in una famiglia di origini siro-irachene, Adraee parla fluentemente l’arabo e, oltre a concedere interviste ai principali media arabofoni (Al-Jazeera e Al-Arabiya), appare spesso sulle maggiori piattaforme social per promuovere la cultura israeliana e la sua diversità. Nonostante i suoi sforzi, però, il colonnello è stato spesso fatto oggetto di derisione o satira da parte della stragrande maggioranza degli utenti social arabi. Tuttavia, non è affatto raro che il governo israeliano si congratuli con le comunità cristiana e islamica in occasione delle proprie festività e ogni anno, come di consueto, arrivano gli auguri di Netanyahu a Natale così come per Ramadan. Ma quest’anno i musulmani residenti in Israele e nei territori occupati hanno ricevuto un videomessaggio da una delle figure di primo piano coinvolte nel recente conflitto nella Striscia: si tratta di Yoav Gallant, ministro della Difesa di Tel Aviv. Dopo un’introduzione con le tradizionali espressioni in arabo, Gallant ha assicurato il pieno rispetto della libertà di culto durante il mese sacro (specialmente ad Al-Aqsa), ma, al tempo stesso, ha lanciato un avvertimento: “a chi vuole trasformare il mese del Corano e del ricongiungimento familiare in un mese di jihad, diciamo che siamo pronti, dunque non commettete errori”. Il riferimento è evidentemente rivolto ai simpatizzanti di Hamas e a tutti coloro che potrebbero rispondere all’appello dei leader del movimento a compiere attentati in territorio israeliano. Come se non bastasse, il ministro si è fatto immortalare in delle immagini che lo riprenderebbero insieme ad altri militari a partecipare a un iftar (pasto rituale di rottura del digiuno) presso una famiglia araba del Negev. Ciò potrebbe considerarsi anche un tentativo di fare ammenda a seguito dei molteplici video apparsi sui social nei mesi scorsi in cui soldati dell’IDF hanno profanato delle moschee a Gaza e in Cisgiordania o si facevano riprendere mentre schernivano i fedeli musulmani.

La comunità internazionale e la promessa “da marines” di Biden 

L’esorbitante numero di vittime civili e le precarie condizioni in cui versano i sopravvissuti ai bombardamenti israeliani hanno portato sempre più voci a levarsi per chiedere un cessate il fuoco. A livello popolare, si sono susseguite manifestazioni di piazza nelle maggiori città occidentali e del mondo islamico, mentre i decisori politici hanno reagito in modo diverso fra loro. Da subito è arrivata la condanna unanime delle azioni israeliane dal re di Giordania Abdallah II e dal presidente turco Erdogan, il quale è recentemente finito nell’occhio del ciclone dopo aver augurato pubblicamente “la distruzione del premier Netanyahu”, ma anche dall’emiro Tamim del Qatar che, oltre a offrirsi come mediatore fra le parti per raggiungere una tregua, avrebbe iniziato a mettere in discussione i propri rapporti con gli islamisti di Hamas (la cui leadership politica risiederebbe proprio a Doha). Anche l’Arabia Saudita, ribadendo la necessità dell’instaurazione di uno Stato palestinese indipendente come conditio sine qua non per il riconoscimento di Israele, si è offerta di mediare, mentre il presidente egiziano al-Sisi avrebbe minacciato di sospendere il trattato di pace con Tel Aviv se l’IDF dovesse attaccare Rafah, ultimo agglomerato urbano finora risparmiato dai combattimenti e situato a ridosso del confine con l’Egitto. Per quanto si possa escludere un coinvolgimento diretto di altri attori nel conflitto, l’Iran avrebbe tentato di intervenire sfruttando i suoi proxy nella regione: Hezbollah nel sud del Libano e gli Houthi nello Yemen. I primi hanno iniziato a lanciare razzi in Galilea da poche settimane dell’inizio della guerra, mentre gli ultimi sono riusciti a imporre de facto un blocco navale al largo del Mar Rosso prendendo di mira tutte le navi commerciali dirette verso Israele. In un primo periodo gli Stati Uniti avrebbero tollerato tale situazione escludendo un intervento militare, fin quando hanno deciso di lanciare l’operazione “Prosperity Guardian” congiuntamente con la Gran Bretagna e formata da una coalizione di circa venti membri. Più recentemente, l’Unione europea ha istituito una propria task force, nominata “Eunavfor Aspides”, operante nell’ampia zona che va dalle acque internazionali del Mar Rosso fino allo stretto di Hormuz, nel Golfo Persico. La missione ha il suo quartier generale in Grecia e a guidarla è il commodoro Vasilios Griparis, mentre il contrammiraglio italiano Stefano Costantino è a capo delle forze navali. 

Di fronte a un blocco occidentale compatto nella vicinanza a Israele, Russia e Cina si sono mantenute tendenzialmente neutrali, auspicando una de-escalation e una risoluzione del conflitto che preveda i due Stati per i due popoli. A intraprendere azioni di condanna nei confronti dello Stato ebraico, finora, è stato il Sudafrica, accusando formalmente Israele di “condotta genocidaria” di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia, la quale ha imposto delle misure cautelative per impedire il proliferare di vittime civili. 

Tuttavia, la posizione più critica e instabile appare quella americana. Dopo un iniziale e convinto sostegno all’alleato israeliano, Biden si è trovato a far fronte alle crescenti pressioni dell’opinione pubblica che chiede a gran voce un cessate il fuoco immediato nella Striscia. All’indomani della tragica immolazione di un militare USA contrario alla guerra di fronte all’ambasciata israeliana a Washington, il Presidente è stato interrogato sulla crisi mentre era intento a mangiare un gelato. Dopo un certo ottimismo in cui prospettava una fine del conflitto in occasione dell’inizio di Ramadan, Biden ha bollato come “molto difficile” un cessate il fuoco per quella data. Nel suo tradizionale messaggio di auguri alle comunità islamiche, l’inquilino della Casa Bianca ha promesso di lavorare a tale obiettivo e ha ribadito la sua vicinanza al popolo palestinese “che sta soffrendo”. Attualmente, però, il bilancio delle vittime civili delle incursioni israeliane è salito drammaticamente (superando i 32.000 morti), centinaia di migliaia di palestinesi si ritrovano senza una casa, né viveri o cure di prima necessità, mentre i 130 ostaggi nelle mani di Hamas non vedono ancora la luce in fondo al tunnel. Di fronte alla determinazione di Netanyahu nel proseguire la guerra per la “distruzione totale di Hamas” anche a costo dell’isolamento internazionale, la promessa di Biden rischia di non essere mantenuta nemmeno per l’Eid al-fitr (festa di fine Ramadan).

Luca Mercuri

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