L’Islam, la legge, la guerra

Ci sono fasi storiche, osserva Montesquieu nelle sue “Considerazioni sulle cause della grandezza e decadenza dei Romani”, in cui alcuni paesi diventano eccezionalmente pericolosi per i propri vicini. E’ il caso, ad esempio, dei paesi in preda ad una guerra civile, dove non ci si scontra armée contre armée, ma faction contre faction, sicché alla fine la società civile scompare perché – come dice il grande filosofo illuminista – “ogni uomo é soldato”. E, nel non infrequente caso in cui due o più delle fazioni in lotta (siano esse ideologiche, religiose o addirittura culturali) esistano anche in altri paesi, lo scontro finisce inevitabilmente per traboccare oltre i confini, trasformando anche qui ogni uomo in soldato, e trascinando tutti nel suo implacabile gorgo.

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Non è difficile riconoscere nella crisi che oggi sconvolge la Francia alcune delle caratteristiche della situazione descritta da Montesquieu. All’origine c’è l’interminabile conflitto mediorientale, in cui il numero dei soggetti non fa che moltiplicarsi, assumendo ciascuno di volta in volta aspetti molteplici e mutevoli: Israeliani, Palestinesi, Hamas, Arabi, Ebrei, Musulmani, Sciiti, Iraniani, Sunniti, Alawiti, Curdi, Turchi, Sauditi, wahhabiti, Fratelli musulmani, Baathisti, Hezebollah, terroristi di al Qaeda, jihadisti del Califfato, eccetera, eccetera, eccetera.

E l’inestricabile groviglio di scontri politici, militari, religiosi, tribali, settari e “culturali” che deriva da questa guerra di tutti contro tutti è traboccato e si è riprodotto a Nord delle Alpi, coinvolgendo comunità emigrate e diaspore. E la cosa più grave della strage di Charlie Hebdo è che non si tratta di un evento non nuovo, ma di una straordinaria tragedia che fa vedere uno scenario immutato rispetto a quello drammatico già messo in luce dalle bombe del 7 Luglio 2005 a Londra (56 morti e 800 feriti) e dalla “crisi delle banlieues” francesi del Novembre 2005 (“solo” due morti, ma 21 notti di scontri ininterrotti tra polizia e figli di immigrati, con 3000 arresti e diecimila automobili e fabbricati dati alle fiamme).

Una inquietante sorpresa

Dieci anni sembrano così passati invano, e lo scenario è sempre lo stesso: uno scenario di tensioni che sconvolgono società formalmente in pace ormai da settant’anni, ma in cui comunità allogene assai numerose, e che in precedenza sembravano percepire se stesse come pacifiche componenti di un ricco e articolato mosaico sociale, mostrano invece di sentirsi come diverse, discriminate o in pericolo. E dove ormai non solo ogni uomo, ma anche ogni donna o bambino, può essere un soldato, un nemico, e costituire una minaccia.

I due cittadini francesi autori del raid condotto contro il giornale satirico – ma politicamente molto “impegnato” –  che, all’inizio del 2015, hanno sconvolto la Francia più di ogni altro precedente episodio, erano infatti di origine magrebina, così come lo sono molti milioni di Francesi, e così come lo sono alcune delle loro vittime. Pur essendo già schedati, sono riusciti a prendere di sorpresa le forze dell’ordine, mettendone in luce quella che sembra essere una drammatica e generale impreparazione.

Ciò  risulta piuttosto sorprendente e inquietante in un Paese, la Francia, dove i flussi migratori – che servono a compensare una secolare scarsità e bassa fertilità della popolazione – vengono studiati e seguiti con molta attenzione. E non da oggi, se si tien conto del fatto che già il Maresciallo di Francia (e grande costruttore di fortificazioni) Sébastien Le Prestre, Marchese di Vauban (1633-1707) insistette a lungo con Louis XIV, il Re Sole, perché venisse affrontato il problema di “connaitre et accroitre les peuples du Royaume”, considerati numericamente insufficienti a presidiare il territorio. Un problema che si aggraverà  senza trovare, sino ad oggi, altra soluzione che l’immigrazione. E ciò soprattutto a partire dal periodo napoleonico, che aveva portato non solo ad enormi perdite umane, ma anche ad una caduta della fertilità, col diffondersi della preferenza per il figlio unico, una sorta di rifiuto delle famiglie di allevare dei figli solo per nutrire d’uomini la fanteria dell’Imperatore.

Un fondamentalisme des lumières ?

Questi fenomeni sono ovviamente ben noti, e vengono seguiti e studiati con molta attenzione nella società francese – tanto a livello di ricerca politico-sociologica, quanto a livello di governo. Ma l’approccio ai fenomeni migratori è danneggiato da due presupposti che vengono considerati indiscutibili. Il primo è una sorta di ideologia – il laicismo –  che porta ad un atteggiamento estremamente rigido in materia di laicità, non solo da parte delle autorità dello Stato, ma da parte di tutta la Società, al punto di imporre una sorta di cecità ufficiale non solo per le questioni religiose, ma addirittura per lo stesso fenomeno della religiosità.

Accade così che in Francia, per estremismo laicista, per questa sorta di “fondamentalisme des lumières”, si è giunti, neanche i censimenti acquisiscano informazioni certe sulla religione dei censiti. E di conseguenza, non si sa con precisione neanche quanti siano veramente i Musulmani, cittadini e non, che vivono nel paese. Forse sono il 10% o il 15 % della popolazione totale, in gran parte economicamente integrati (cioè occupati in attività complementari o analoghe a quello dei non musulmani) ma non si sa quanto ideologicamente o psicologicamente assimilati.

Il secondo presupposto é che l’immigrato, prima ancora che integrato economicamente e socialmente, debba essere assimilato culturalmente e quindi politicamente. Un presupposto che si spiega con il fatto che la Francia ha sempre visto l’immigrazione più come un flusso di possibili soldati che come un flusso di braccia da lavoro. E vuole potersi fidare di quelli cui mette un fucile in mano.

Ciò è ben messo in risalto dal confronto con la Germania, che al contrario della Francia non ha mai mancato di truppe, e che da secoli (dopo guerre feroci e sanguinose tra cattolici e protestanti) si è abituata alla diversità religiosa, tanto da poter oggi accettare anche nuove diversità. Cosicché, da un lato la Merkel può affermare che “l’Islam fa parte della Germania”, e dall’altro il suo governo abbandona con estrema lentezza il principio che “Tedeschi si nasce, e non si diventa”, concedendo solo col contagocce la cittadinanza ai membri della grande componente turca ormai radicata sul suo territorio.

A rendere la strategia assimilazionista di difficilissima applicazione è venuto il fatto che, a partire dagli anni sessanta del ventesimo secolo, gli immigrati in Francia non provenivano più da paesi cattolici come il Portogallo o la Spagna, ma dalle ex-colonie musulmane del Maghreb e dell’Africa Occidentale. E poi, il fatto che, già prima che la globalizzazione venisse ad abbattere le frontiere, il progresso tecnico aveva reso possibile la facile e rapida circolazione delle informazioni e della cultura popolare dei paesi d’origine.

Non bisogna infatti pensare che le migrazioni di oggi, come quelle dei Turchi in Germania o dei maghrebini in Francia, siano comparabili a quella degli Italiani in America alla fine dell’Ottocento. Allora, si trattava di uno sradicamento pressoché totale, e di una interruzione radicale dei contatti con la propria cultura, che rendevano inevitabile l’assimilazione al nuovo ambiente. Già subito dopo le prime ondate migratorie turche verso la Germania sono invece diventati disponibili, sul territorio tedesco, alcuni canali della televisione pubblica turca che per molti anni hanno consentito – e in molti casi ancora consentono – agli uomini venuti a vendere in Germania la forza delle loro braccia, di vivere fuori dalle ore lavorative in maniera pressoché estranea al paese in cui hanno trovato occupazione, in una sorta di Turchia immaginaria, anche se inserita in una realtà che garantisce occupazione e un certo benessere. Per non parlare, dei bambini in età prescolare e di quelle mogli degli immigrati che non sono entrate nel mercato tedesco del lavoro, e che di creano un ambiente familiare praticamente immutato rispetto a quelli del paese d’origine. Inevitabilmente, ciò rallenta ogni possibile processo di assimilazione.

E non può mancare di suscitare conflitti identitarii, specie nelle società, come quella francese in cui la laicità cessa di essere un atteggiamento di apertura mentale, e si trasforma in un ideologia laicista con risvolti aggressivi ed irriguradosi della libertà altrui.

Figli e figliastri

Diverso e più complesso il caso dei maghrebini in Francia. La molteplicità delle emittenti in lingua araba ha reso – nonostante i tentativi del governo francese di creare vari tipi di ostacoli alla ricezione nel territorio nazionale – pressoché incontrollabile la circolazione tanto delle idee quanto della propaganda, anche di quella dei gruppi terroristici che hanno imperversato in Algeria negli anni novanta, e che oggi cercano di reclutare adepti tra i disadattati dei paesi occidentali, in particolare i “disadattati culturali” di origine islamica. E’ venuto poi il turno dei social networks, che a partire dall0inizio del nuovo secolo hanno sostituito le TV presso le  seconde e terze generazioni, che hanno perso molto in termini di conoscenza della lingua dei padri, ma che compensano questo handicap con la capacità di “navigare” in rete.

In realtà, i giovani veramente disadattati nelle minoranze islamiche in Francia non sono poi moltissimi, perché lo sforzo di scolarizzazione, e quindi di nazionalizzazione, ha avuto nel complesso un certo successo. Ed essi non costituirebbero un problema se negli ultimi anni non fossero intervenuti due altri fattori: un fattore socio-economico, la crisi economica internazionale, che investe assai gravemente la Francia, ed un fattore più propriamente demografico, quello dell’età media della comunità immigrata.

A partire dalla crisi economica mondiale del 2006, la situazione delle minoranze provenienti dall’immigrazione, e in particolare delle seconde e terze generazioni, ha infatti assunto in Francia  caratteri che possono essere chiariti facendo un confronto (anche se piuttosto forzato) con l’Italia, dove infuria la polemica sulla questione “garantiti”/non “garantiti”, dove cioè esiste un chiaro conflitto di interessi tra coloro che sono già entrati nel mercato del lavoro, e le classi più giovani che non riescono ad entrarvi. E che esprimono il loro disagio votando i “partiti della rabbia” come quello di Grillo, o di altri demagoghi.

In Francia, la situazione è simile, ma assai più conflittuale, perché i giovani (e quindi gli esclusi dal mercato del lavoro) sono quasi tutti figli di immigrati. Infatti, anche se dopo l’arrivo in Europa il tasso di fecondità delle donne immigrate tende ad adeguarsi rapidamente al nuovo contesto sociale, queste, negli ultimi trent’anni, hanno comunque fatto più figli delle Francesi de souche, anche per il semplice motivo che chi emigra è mediamente assai più giovane di chi resta a casa propria.

E poi c’è un terzo fattore negativo: la politica seguita in Francia in materia di edilizia popolare, che ha portato alla protezione e riqualificazione dei centri storici – anche di quelli popolari, che sono stati spesso gentrified, cioè trasformati in concentrazioni di boutiques e di ristoranti –  ed alla concentrazione degli immigrati in periferie dense di enormi palazzoni popolari, dove essi convivono con grande difficoltà con parte della popolazione espulsa dai vecchi quartieri popolari. Si tratta di autentici ghetti, che le amministrazioni comunali hanno fatto sorgere il più lontano possibile dai centri storici: caso estremo e significativo essendo quello del Comune di Neilly-sur-Seine, di cui è stato per vent’anni Sindaco Nicolas Sarkozy, che cumulava peraltro anche il ruolo di Deputato al Parlamento. Multata più volte per non aver creato il numero minimo obbligatorio di residenze popolari sul proprio territorio, la Municipalità di Neuilly si fece alla fine promotrice di un accordo con altri tre comuni confinanti per creare un unico ghetto nella parte più estrema dei loro territori, dove concentrare tutti gli immigrati.

Infine, quarto e più grave fattore di esclusione, è quello della rappresentanza politica. Siccome in Francia, per acquisire il diritto di voto, bisogna “registrarsi”, come in America, e in pochissime famiglie di  immigrati c’é l’esempio di qualche parente registrato, pochissimi giovani appartenenti alla categoria dei “non garantiti” vanno effettivamente a votare.

Si ha così una quadruplice condizione di disagio (incompleto radicamento socio-culturale, disoccupazione, ghettizzazione territoriale, assenza della “valvola di sfogo” elettorale), quello che alla fine lo stesso Primo Ministro Valls ha dovuto chiamare col suo nome: “un apartheid territorial, social, ethnique”. Terreno perfetto per creare frustrazione e rabbia, che si è espressa più volte in disordini di piazza e in vere e proprie sommosse. E che oggi promette di facilitare all’estremismo islamico il reclutamento dei più disadattati, o anche semplicemente di chi attraversa una fase di crisi adolescenziale.

La France et son Armée

Dall’altro lato, dal lato della Francia, la tragedia di Charlie Hebdo, ha fatto nascere non poche critiche, che spesso sono state taciute o quasi solo per amor di patria, o per conformismo. Di fronte alle inefficienze ed agli errori commessi dalle autorità in occasione del prevedibile attacco contro il settimanale satirico, non si può però evitare di chiedersi se le autorità non abbiano tenuto troppo poco conto della situazione di disagio di una parte della popolazione proveniente dall’immigrazione, o se la sua classe dirigente non sappia più combattere e fare politica.

Pur nell’evidente carenza di leadership apparsa durante la presidenza Hollande, è veramente incredibile come la classe politica francese, che è estremamente ristretta, abbia sottovalutato il pericolo di questa situazione. Con l’esclusione del viscido Front National, che invece ne vive e vi specula. Questa ridotta élite è sinora riuscita a mantenere uno Stato ben funzionante grazie ad una burocrazia ben preparata e sostanzialmente onesta, in cui non sono pochi gli elementi provenienti dall’immigrazione, e sembra convinta di poter continuare così, nel più perfetto immobilismo politico. E senza suscitare fenomeni come quelli che, a partire dal 2011, e ancor più a partire dal 2013, hanno cercato di rinnovare e rendere più dinamico il panorama politico italiano.

Si può ovviamente sospettare che questa situazione – in cui le minoranze sempre più disadattate non vanno neanche a votare – abbia sinora fatto troppo comodo alla classe più propriamente politica, per spingere ad affrontarla con la serietà dovuta, andando oltre la semplice imposizione “della legge e dell’ordine”, e di una insistente azione in ambito scolastico.

Il fatto che le autorità francesi abbiamo cercato di ignorare e di rinviare il problema più che affrontarlo, è evidente anche nelle due più importanti misure prese, in campo militare,  per tenere conto dell’alienazione culturale delle classi giovani di origine straniera, e dei rischi che ciò poneva relativamente all’affidabilità degli uomini in armi. Prima si è offerto ai cittadini francesi chiamati al servizio militare la possibilità di sostituirlo con il servizio nell’esercito algerino: un chiaro tentativo di togliere dalle caserme francesi gli elementi che più si sentivano legati al paese d’origine, e che potevano diventare delle “mele marce” capaci di contagiare i loro commilitoni con il patriottismo per un Paese diverso dalla Francia. E circa duemila giovani l’anno – un numero che in definitiva mostra come l’attaccamento al paese d’origine non fosse poi così forte – hanno in passato accettato questa soluzione.

Successivamente, però, si è deciso di passare a riforme più radicali. Rompendo con la tradizione  che voleva che l’esercito fosse “il popolo in armi”, tradizione che risaliva alla Rivoluzione del 1789, è stata perciò del tutto abolita la coscrizione obbligatoria, e la si è sostituita con l’esercito di mestiere, dove – ovviamente – i figli di immigrati e gli islamici sono moltissimi, ma vengono selezionati in maniera da garantire che siano “assimilati”, e che si sentano francesi. Ciò però ha avuto una conseguenza tragica, perché è significato rinunciare, per un gran numero di giovani cittadini francesi provenienti dall’immigrazione, a quel formidabile strumento formativo ed assimilativo che è il servizio militare. Si è insomma finito per dividere i giovani francesi tra “figli” e “figliastri”, i quali ultimi sono stati abbandonati definitivamente alla diversità.

La Francia, insomma, ha certamente preservato, con l’esclusione degli elementi “a rischio” uno strumento militare che le può consentire di combattere guerre come quelle del passato, ad esempio come la guerra contro il Nazismo, o le recenti guerre neo-coloniali in Africa, ad esempio in Costa d’Avorio. Ma solo per ritrovarsi in difficoltà di fronte ad una sfida sul proprio territorio, all’interno stesso della società francese, e che proviene da quei “figliastri” che aveva abbandonato a se stessi.

Per molti aspetti, non c’è dubbio che la guerra che la Francia è oggi chiamata a combattere sia sempre della stessa guerra che essa ha combattuto negli ultimi due secoli dopo la Rivoluzione, la guerra tra ragione e fanatismo. Solo che questa volta questa guerra va combattuta con nuovi soldati e nuovi eroi: eroi come il poliziotto Ahmed, abbattuto a sangue freddo dai terroristi mentre, nel compimento del suo dovere, era in strada a proteggere anche quelli che nella redazione di Charlie Hebdo ironizzavano sulla sua religione. Ahmed è uno splendido e tragico esempio di questa integrazione nella cultura francese. Probabilmente non conosceva Voltaire, ma aveva assorbito il senso delle sue parole: “Je déteste vos idées, mais je suis prêt à mourir pour votre droit de les exprimer”.

Solo che il poliziotto Ahmed era stato riconosciuto come “figlio”, era integrato in un corpo che aveva contribuito alla sua assimilazione. Mentre un grandissimo numero di giovani è stato abbandonato, a cimentarsi da solo con la grande questione che l’appartenenza all’Islam pone a chi vive a cavallo tra due culture. E ciò, purtroppo, non solo in Francia, ma anche i altri paesi, in particolare – come si è visto finora – in Inghilterra e in Olanda.

La questione islamica

Perche, in un mondo ormai dominato dalla cultura occidentale di matrice cristiana, una “questione islamica” indubbiamente esiste, ed è legata ad una fondamentale differenza tra due religioni che per tanti versi sono legate  dalla stessa origine, il monoteismo di origine ebraica. Ed è una questione che non può essere ignorata solo per malinteso laicismo, e per deliberata cecità, o per quieto vivere.

In termini estremamente semplificati, la questione islamica è dovuta a due fattori, la rigidità dottrinale dell’Islam, e l’assenza di un equivalente del Papato. Per comprenderla, basta risalire alle parole dello stesso fondatore del Cristianesimo. Nella formula cristiana “date a Cesare quel che è di Cesare, e date a Dio quel che è di Dio” viene stabilito da una fonte inoppugnabile che, per i Cristiani, oltre alle leggi imposte dalla volontà divina, che sono in principio immutabili, c’è una sfera di leggi imposte dal potere politico temporale, leggi queste ultime che possono perciò essere cambiate per adattarle ai tempi. Nell’Islam, invece, tutta la legge è di origine divina, ed è quindi immutabile, almeno in linea di principio. E questa rigidità dottrinale fa sì che, nei quindici secoli trascorsi dalla sua predicazione, e in un mondo  che cambia a velocità sempre più accelerata, l’Islam si è trovato in difficoltà crescente ad inquadrare e regolare il flusso di novità tecniche e sociali cui diamo il nome di “modernizzazione”.

Per quello che riguarda il secondo fattore, l’assenza di una autorità che possa fare un’esegesi ufficiale del dettato divino, alcune parti del mondo islamico, come il Regno Saudita (la cui interpretazione dell’Islam, quella wahhabita, è estremamente rigorosa) hanno risolto il problema dotandosi di un specie di Parlamento non elettivo, ed ovviamente non legislativo, cioè di un’Assemblea di “Dottori della Legge e della Fede” che, pur non potendo promulgare nuove leggi, interpreta quelle esistenti in un duro e lentissimo sforzo di inglobare la modernità tecnica nella legge islamica.

Analoga cosa accade nel mondo sciita, come in Iran, dove esiste un clero che è riuscito – come fa il Papato per la fede cattolica – a progressivamente inquadrare nel diritto islamico novità assolute come il voto popolare, il referendum e persino il cambiamento di sesso.

Ma tanto l’Arabia saudita quanto il mondo sciita rappresentano solo una parte assai minoritaria credenti, sono un’eccezione nell’enorme corpo dei fedeli dell’Islam. Nella grande maggioranza essi sono in una posizione analoga a quella in cui si trovano, nel mondo cristiano, i protestanti, ciascuno dei quali dovrebbe trarre insegnamento direttamente dalla Bibbia,  ma essendone incapaci finiscono per raggrupparsi in sette piccole o grandi, sempre a rischio di essere plagiati da qualche predicatore invasato o più o meno criminale. I Musulmani sono, insomma, pressoché soli con se stessi nel terribile compito di decidere ciò che è bene e ciò che è male, in quali occasioni bisogna strettamente attenersi a quanto stabilito dalla tradizione e in quali no, e che cosa si può accettare e che cosa va invece respinto delle novità che vengono prodotte a getto continuo nel mondo occidentale, cioè della modernità che dal mondo cristiano si trasferisce a tutti i popoli della Terra.

Su questa solitudine, e sulla titanica difficoltà a conciliare legge religiosa e modernità, punta la strategia messa in atto dai sanguinari terroristi dell’Isis, una strategia di reclutamento in Occidente di uomini e donne incapaci di un compito così difficile come quello di orientarsi moralmente tra due culture. Nel caso di Charlie Hebdo, tra i “figliastri” che la Francia ha abbandonato a se stessi.

La modernità in Medio Oriente ed il ripiegamento islamico

Lo stesso movimento a favore dell’ISIS e della rifondazione del Califfato è, per certi versi, figlio della “questione islamica”. Certo, è assai difficile entrare nella mente dei fondatori dello Stato Islamico. Per cercare di darne una spiegazione razionale, e una spiegazione fondata sulla tormentata storia del Medio Oriente negli ultimi due secoli, occorre lasciare da parte, per brevità, il tentativo di Mohamed Ali, già ai primi dell’Ottocento, di modernizzare l’Egitto traumatizzato dall’invasione napoleonica, sottraendolo al Califfato turco, così come lo sforzo – un pò meno fallimentare – dei Giovani Turchi di trasformare lo stesso Impero Ottomano in un’entità funzionale al mondo contemporaneo. Occorre, poi, lasciare da parte la rivoluzione di Ataturk, che ha fatto sì che la Turchia sia oggi uno delle poche entità stabili nel mondo islamico; occorre insomma concentrare l’attenzione sugli eventi che hanno caratterizzato il mondo arabo-sunnita nel corso del Ventesimo secolo.

In questo ambito geografico e temporale, sembra infatti difficile contestare che il ripiegamento sul mito della restaurazione del Califfato e sul progetto dello Stato Islamico (che si può – per rozza esemplificazione – considerare l’equivalente islamico dell’Impero Medioevale di Carlo Magno e dei suoi successori)  nasca da un’amara delusione subita nell’affrontare la modernità. Nasca cioé dalla delusione per il fallimento dei due tentativi di modernizzazione ed occidentalizzazione politica effettuati dal mondo arabo nel secolo scorso, il tentativo fondato sul nazionalismo e quello fondato sul socialismo.

Alla prima di queste due ideologie europee, il nazionalismo, che prese la forma del partito laico Baath, fondato negli anni ’30 dal cristiano Michel Aflak, si richiamava il musulmano sunnita Saddam Hussein, e si richiama ancora oggi il siriano Assad, un alawita, cioè membro di una setta derivata dallo sciismo. Alla seconda ideologia venuta dall’Europa, il socialismo, si ispirarono a partire dagli anni 50, l’Egiziano Nasser e tutti i suoi epigoni, l’ultimo dei quali è stato il Colonnello Gheddafi.

Nessuna di queste due ideologie, né il nazionalismo, né il socialismo, ha però avuto successo nel tentativo di modernizzare ed europeizzare il mondo arabo. Né hanno, né l’una, né l’altra, ottenuto molto sostegno da parte del mondo moderno e già europeizzato. Anzi, tutti i regimi prodotti da queste due ideologie nel mondo arabo-islamico si sono scontrati con l’ostilità dell’Occidente, e dell’Inghilterra in primo luogo. Simbolici da questo punto di vista il rifiuto occidentale di prestare all’Egitto i fondi necessari per la costruzione della grande diga di Assuan, e l’attacco militare anglo-franco-israeliano che fece seguito alla decisione del Cairo di procedere comunque, nazionalizzando il Canale di Suez. Gli USA, dal canto loro, hanno da sempre preferito – per ragioni legate al petrolio – l’amicizia dei fondamentalisti sauditi, che vedevano i regimi modernizzanti ed occidentalizzanti, nazionalisti o socialisti che siano, come nemici mortali.

E’ perciò indubbio che lo Stato Islamico rappresenti la presa d’atto di un fallimento, una dolorosa rinuncia storica ai modelli europei, ed un ritorno ad un modello arcaico ed assolutamente improponibile nel mondo di oggi. Come è chiaro che da questo assurdo ritorno al passato non possono nascere che disgrazie in primo luogo per lo stesso mondo arabo-islamico, e quindi stragi e guerre, destinate peraltro a traboccare, come spiegato da Montesquieu, anche al di fuori dei suoi confini. Anche perché, in Occidente, nessuno sembra avere la risposta alla domanda su come sia possibile combattere lo Stato Islamico, senza aprire una fase di terrorismo ancora più estremo e ancora più cieco.

 

Queste riflessioni sono ispirate da un’intervista con Massimo Micucci, in “Il Rottamatore.it” ‪tinyurl.com/npobatc

Una versione precedente, e più breve, di questo articolo è stata pubblicata su Limes, Gennaio 2015