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La questione energetica tedesca al tempo della guerra in Ucraina

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La Germania, in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina, si è vista obbligata a cambiare nettamente e profondamente le sue abitudini in termini di approvvigionamenti energetici, causando uno shock alla disponibilità di energia nel paese e sollevando seri dubbi riguardo alla sua sicurezza energetica per gli anni a venire. Tutto ciò ha messo a dura prova la capacità attuative del nuovo governo Scholz, il quale si vede stretto in una situazione congiunta di grave stress politico ed economico.

Il ridimensionamento delle proiezioni green tedesche

Prima dello scoppio del conflitto in Ucraina, la Germania si presentava in Europa come un paese modello in tema di transizione energetica e adozione di fonti rinnovabili, in particolar modo per quanto riguarda l’eolico e il solare

Ora, però, con l’acuirsi della più drastica crisi energetica che l’Europa abbia affrontato negli ultimi decenni, la proiezione di decarbonizzazione tedesca ha decisamente cambiato il suo corso. Berlino, la maggiore economia del blocco 27, registra un tasso di dipendenza dal gas russo a dir poco “critico” in confronto alle altre maggiori economie europee, e il recente sabotaggio dei gasdotti Nord Stream, che normalmente rifornivano la Germania di gas moscovita, ha ulteriormente inasprito la situazione e canalizzato ennesime pressioni nel governo tedesco in merito all’attuazione di misure contro l’innalzamento dei prezzi e la carenza di energia nel paese. Tutto questo, ha progressivamente acuito il discontento della popolazione, mettendo a dura prova il gradimento verso il governo Scholz. 

La crisi energetica ha costretto a fare i conti con la realtà e a dettare tempi diversi per la transizione energetica in Germania, come in altri paesi. Ha costretto quasi tutti a rendersi conto che tra oggi e il 2030 (e più ancora il 2050) c’è un “nel mentre” che non si può ignorare.

Sembra lontano il tempo in cui il Ministro per le Politiche economiche e ambientali Robert Habeck annunciava l’obiettivo al 2030 dell’80% di produzione elettrica da sole e vento e la completa decarbonizzazione del parco di generazione elettrica al 2035. Ciò assicurando l’uscita dal nucleare nel 2022 e dal carbone entro il 2030. In realtà, era solo febbraio scorso. Nel 2020, in pieno Covid, la Germania ha destinato 38 miliardi di incentivi a solare, eolico e biomasse. Il tutto nel tentativo di raggiungere in tempi rapidi la decarbonizzazione del comparto elettrico e ridurre i prezzi. Ma la crisi energetica ha riportato il governo tedesco con i piedi per terra. Dopo aver definito chiusa la questione per mesi, Berlino ha deciso di prolungare fino ad aprile 2023 l’operatività delle sue tre centrali nucleari meno datate, che nel 2021, assieme alle altre sei, hanno coperto circa il 13% del fabbisogno elettrico del paese.

Questo non significa ovviamente una marcia indietro tout court sugli obiettivi di decarbonizzazione. Diversamente, come in altri paesi europei che oggi stanno necessariamente rivedendo le proprie politiche energetiche, si è compreso che quanto più ambiziosi sono i sogni quanto più bruschi sono i risvegli. O, più semplicemente, le azioni messe in campo dalla Germania dicono quello che la comunicazione politica sulla transizione energetica non dice: ossia che del gas non si può fare a meno, soprattutto mentre si cerca di perseguire ambiziosi target sulle rinnovabili per tempistiche e volumi. In assenza di sistemi di accumulo che permettano di stoccare l’elettricità prodotta da fonti rinnovabili non programmabili, le centrali a gas sono essenziali per coprire il fabbisogno quando sole e vento non bastano. Inoltre, il gas continuerà a essere una fonte essenziale per l’industria tedesca di cui oggi rappresenta circa il 31% dei consumi energetici. 

Il peso della crisi energetica su Berlino 

Nonostante Scholz abbia di recente dichiarato che la Germania abbia ormai raggiunto l’obbiettivo di avere i suoi impianti di stoccaggio del gas pieni al 95%, i problemi energetici tedeschi sono di natura strutturale, e non possono essere risolti da questo esile traguardo. 

Le difficoltà sono dettate dal fatto che la Germania è uno dei maggiori importatori di gas russo del continente, e la più esposta alle interruzioni degli approvvigionamenti da parte di Mosca. A questo proposito, la Russia ha progressivamente ridotto i flussi di gas attraverso il Nord Stream e anche attraverso altre rotte dopo le sanzioni occidentali in risposta alla guerra in Ucraina iniziata a febbraio. Il gas via Nord Stream è stato interrotto completamente a settembre e ogni speranza di riprendere i flussi verso la Germania attraverso quella rotta è stata delusa il mese scorso da un sospetto sabotaggio alle infrastrutture.

Insieme, i gasdotti Nord Stream avrebbero una capacità combinata di 110 miliardi di metri cubi all’anno e coprirebbero oltre il 30% della domanda totale di gas europea se funzionassero a pieno regime, ha affermato Bank of America. Per ora, la Russia sta consegnando 86 milioni di metri cubi (mcm) al giorno all’Europa nord-occidentale attraverso la Polonia e l’Ucraina, rispetto a una media di 360 milioni di metri cubi al giorno dell’anno scorso, in calo del 76%, secondo gli analisti di Bernstein.

In questo contesto, la Germania sta lottando per trovare nuove risorse energetiche per garantire che la ruota del settore continui a girare e ci sia abbastanza calore per metà delle abitazioni del paese che dipendono dal gas. Preoccupato per la situazione dell’approvvigionamento questo inverno, il cancelliere Olaf Scholz ha di recente fatto visita ai leader degli stati del Golfo, ma ha concluso un accordo solo con gli Emirati Arabi Uniti, mentre se n’è andato a mani vuote da Qatar e Arabia Saudita. Il governo tedesco ha inoltre iniziato a investire in cinque progetti per la finalizzazione di terminali di rigassificazione galleggianti per il gas naturale liquefatto (GNL) proveniente dal Canada, il primo dei quali dovrebbe entrare in funzione questo inverno. In un contesto di forte diminuzione delle consegne di gas russo verso l’Europa e nel quadro della solidarietà europea sulla sicurezza energetica, la Francia i giorni scorsi ha iniziato ad inviare gas verso la Germania. Il livello di capacità verrà valutato giorno per giorno in funzione delle condizioni della rete, con una capacità massima prevista di 100 Gigawatt all’ora quotidiani. Tale quantità corrisponde al 10% del totale che la Francia riceve ogni giorno in gas naturale liquido nei suoi 4 terminali di metano.

Le soluzioni di Scholz, il bene interno e le critiche europee

Dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina lo scorso febbraio, il governo Scholz ha rilasciato due pacchetti di sostegno alle famiglie, per un totale di 30 miliardi di euro. A settembre, per limitare i danni e tutelare la popolazione sempre più esposta ai costi della crisi energetica, il cancelliere tedesco ha promosso uno “scudo difensivo” per un valore totale di 200 miliardi di euro a favore di imprese e famiglie per fronteggiare l’impennata dei prezzi. Le idee che la commissione di esperti ha adottato, comprendono permettere alle famiglie e alle imprese un pagamento una tantum corrispondente a un mese delle rispettive bollette del gas e la sovvenzione tra il 60% e l’80% del consumo di gas previsto, mentre i consumatori pagheranno il resto a prezzi di mercato. Gli esperti affermano che il vantaggio di un pagamento una tantum è che fornirebbe un sollievo diretto e immediato ai consumatori, mentre lo svantaggio è che non incoraggerebbe la riduzione del consumo di energia. Questo piano, comprenderebbe inoltre un freno al prezzo del gas e una riduzione dell’imposta sulla vendita di quest’ultimo, la quale passerebbe dall’attuale 19% al 7%. La manovra d’emergenza, che dovrebbe rimanere in vigore fino alla primavera 2024, prevede anche l’introduzione di un freno temporaneo ai prezzi dell’elettricità, che sovvenzionerebbe il consumo di base per i consumatori e le piccole e medie imprese. 

Le critiche da parte di alcuni leader europei riguardo alla scelta adottata dai tedeschi non si sono fatte attendere: secondo loro questo piano distorcerebbe la libera concorrenza favorendo le imprese tedesche a sfavore di quelle degli altri paesi europei. Primo fra tutti, è risuonata la voce di Mario Draghi, che ha stigmatizzato il rischio di «pericolose e ingiustificate distorsioni del mercato interno», in quanto la Germania aiuterà con denaro pubblico le imprese tedesche a mantenere la competitività rispetto alle concorrenti europee. 

Dal punto di vista tedesco invece, si tratterebbe semplicemente di approfittare dei suoi conti pubblici in ordine per spendere a favore dei suoi cittadini, mettendo in primo piano il benessere della propria popolazione. Molti esperti accusano la Germania di intraprendere un approccio egoistico e unilaterale, e si preoccupano del fatto che questa scelta peggiorerebbe l’inflazione, ed esacerberebbe il divario tra ricchi e poveri in Europa, avvantaggiando ingiustamente le aziende tedesche in un modo che si scontra con lo spirito del libero mercato comune dell’UE. Scholz, d’altra parte, ha difeso le sovvenzioni della Germania e ha respinto sia un tetto dei prezzi a livello di blocco europeo, che la creazione di un debito congiunto aggiuntivo. Il cancelliere ha continuato sostenendo che un limite al prezzo del gas a livello europeo renderebbe più probabile che l’Europa perdesse contro la Cina e gli altri competitors nella corsa all’approvvigionamento del gas naturale liquefatto.

Anche alcuni esponenti del settore industriale tedesco hanno reso noto il loro scetticismo riguardo a questo piano di emergenza proposto dal governo. Mads Ryder, amministratore delegato di Rosenthal, ha dichiarato che “il pacchetto di aiuti energetici proposto non cambierà nulla all’ordine del giorno per il momento. Dobbiamo ancora trovare alternative”. Con questo, l’industriale si riferisce alla necessità strutturale di molte imprese tedesche di trasferire in parte o totalmente le loro attività in località più economiche nei paesi europei emergenti e altrove, a causa degli elevati costi di manodopera ed energia in Germania.

Attualmente, Berlino, come la maggior parte dei paesi europei, si trova in una posizione molto esposta in termini di sicurezza energetica e si vede frenata nel suo piano di transizione energetica. La situazione con la Russia è il fulcro su cui si svilupperà il futuro della locomotiva d’Europa. Per il momento, una più profonda coordinazione a livello europeo e una strategia atta a soddisfare i bisogni strategici ed energetici europei a lungo termine sembrano indispensabili per far fronte alle sfide poste dalla Russia.

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