Questione ecologica in Brasile. Le politiche del governo Bolsonaro: il sovranismo ambientale, le conseguenze per l’Amazzonia e i contrasti con la comunità internazionale. (Parte II)

Il governo brasiliano ha recentemente inasprito i rapporti con le istituzioni internazionali, i rappresentanti di altri governi e soprattutto i movimenti ambientali e di difesa dei diritti umani e dei popoli nativi, a causa delle sue posizioni radicali in materia di tutela ambientale. Tali scelte sono legate prevalentemente a fenomeni che pongono il Brasile al centro di un enorme gioco strategico dal punto di vista economico e geopolitico.

Questione ecologica in Brasile. Le politiche del governo Bolsonaro: il sovranismo ambientale, le conseguenze per l’Amazzonia e i contrasti con la comunità internazionale. (Parte II) - Geopolitica.info

La tematica ambientale e le relative politiche del governo Bolsonaro hanno un impatto notevole sulla politica nazionale ed estera e sono causa e conseguenza, al tempo stesso, di una serie di interessi economici e politici a livello mondiale e in particolare fra il Brasile e le grandi potenze economiche globali. Tuttavia i rapporti fra governo Bolsonaro e la comunità internazionale, sia politica che sociale, non sono propriamente distesi.

I contrasti con la comunità internazionale, il sovranismo ambientale, la guerra alle ONG e agli Indios.

Dopo la sua elezione, molti sono gli attacchi che Bolsonaro ha riservato alla comunità internazionale, a partire dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet. Non meno importanti le dichiarazioni del ministro dell’istruzione Abraham Weintraub secondo cui: “Macron non è all’altezza del dibattito sull’Amazzonia. E’ solo un cretino opportunista, che cerca il sostegno della lobby agricola francese“.

L’accusa di Bolsonaro nei confronti del G7, e dei paesi aderenti agli accordi sul clima di Parigi (da cui ha minacciato di ritirare il paese), con cui viene motivato il rifiuto degli aiuti economici in favore dell’Amazzonia, è quella di ingerenze di matrice neocolonialista riguardo la sovranità e le politiche economiche e di sviluppo. 

Scopriamo così un nuovo, inquietante fenomeno: il sovranismo ambientale. Questo partirebbe dall’idea che gli Stati abbiano potestà assolute sugli equilibri naturali sull’aria, sull’acqua, sulle foreste e che non esistano “patrimoni dell’umanità” ma solo risorse nella totale disponibilità dell’arbitrio nazionale. Il Novecento, nei suoi limiti, ha consacrato l’idea che la potestà sull’ambiente, e in particolare su ambienti rari, di particolare pregio così come sulle specie in via di estinzione, fosse una responsabilità globale, qualcosa da condividere in ragione del fatto che l’idea di “bene comune” andasse ben oltre i limiti dei confini nazionali e degli interessi dei singoli governi. Se questa convinzione si affievolisse, inaspriremmo il dissennato inquinamento dei fiumi, dei mari dell’aria e dei territori, in nome di uno sviluppo economico che ciascuno si gestisce come gli risulta più conveniente. Tuttavia, Bolsonaro non è il primo a intraprendere questo percorso. 

Il ritiro di Donald Trump dagli accordi sul clima di Tokyo – una delle prime iniziative della sua presidenza – era in fondo improntato alla stessa logica: l’America ha il diritto di dare priorità al suo sviluppo, se un certo tipo di sviluppo comporta conseguenze ambientali di portata planetaria poco importa. 

Il ministro dell’ambiente Ricardo Salles sostiene inoltre che il cambiamento climatico «è un tema accademico» e «una preoccupazione che si potrà avere tra 500 anni». Naturalmente difende le piantagioni transgeniche di soia e vuole una la riduzione sui controlli dei pesticidi.

Alla conferenza sul clima organizzata dalle Nazioni Unite – la Cop25 di Madrid 2019 – il ministro Salles ha chiesto risorse finanziarie per un fondo destinato all’Amazzonia senza però presentare alcun progetto. La situazione è stata così assurda che il Brasile ha ricevuto, come provocazione dei movimenti ambientalisti, il Premio Fossile. Del resto l’incontro sul clima avrebbe dovuto svolgersi proprio in Brasile, ma poco dopo la sua elezione Bolsonaro disse che lo avrebbe cancellato e per questo è stato spostato in Spagna. Il giorno dopo la chiusura del vertice, il presidente ha puntato tutto sulla retorica sovranista: «Vogliono dare fastidio solo al Brasile!».

Ad acuire ulteriormente la situazione di tensione abbiamo il rapporto fra il governo Bolsonaro e le organizzazioni ambientaliste, ONG, e associazioni a tutela dei diritti umani e che raggruppano le tribù native. Il presidente Brasiliano, a partire dalla campagna elettorale ha lanciato una vera e propria crociata nei confronti di ONG e associazioni ambientaliste dichiarando che queste, come WWF e Greenpeace, sono un ostacolo allo sviluppo produttivo del territorio e alla modernizzazione.

Secondo il FUNAI (fundação nacional do indio) le terre indigene regolarizzate nel paese sarebbero circa 460 che corrispondono a circa un milione di chilometri quadrati, di queste, circa la metà sono situate in Amazzonia. Alle comunità native il diritto di appartenenza alla terra è garantito dall’articolo 231 della costituzione e nonostante ciò è costantemente minacciato dallo sfruttamento forestale, agro-pastorale e minerario. Le nuove politiche del governo, stando alle ricerche di numerosi osservatori e ONG, collidono con il principio di autodeterminazione dei popoli indigeni intaccando la loro identità, il loro stile di vita e i loro principi. Secondo diversi studi, dal 2016 al 2019 sono stati assassinati solo in Brasile 159 attivisti nativi per la tutela dell’ambiente, a questi bisogna aggiungere un numero non precisato di arresti, minacce, soprusi e le vittime dell’attuale emergenza sanitaria. Rispetto alla già difficile condizione di vita delle comunità indigene, la situazione della pandemia globale di COVID-19 ha aggravato in misura drammatica le condizioni di vita e la sopravvivenza di intere comunità.

È proprio a causa della gestione della pandemia che sono state presentate ben quattro denunce alla Corte Penale Internazionale dell’Aja nei confronti di Bolsonaro per genocidio e crimini contro l’umanità. Da parte di Greenpeace Brasile arriva la denuncia secondo cui: “L’agenda ostile dell’attuale governo favorisce la deforestazione e rischia di portare al genocidio dei popoli indigeni dell’Amazzonia brasiliana“. Dall’inizio della pandemia i tentativi di invadere i territori delle comunità originarie, incluse quelle incontattate, – ossia le tribù che non hanno mai avuto contatti con il mondo esterno o non ne hanno da diversi decenni a causa dei rapporti conflittuali con gli occidentali- sono aumentati con l’aggravante di veicolare il contagio da Covid-19. “Alle popolazioni indigene viene negata la libertà di espressione e associazione mentre le aziende continuano l’invasione e la distruzione dei loro territori e risorse“.

Gli interessi politici ed economici nazionali e internazionali coinvolti nell’attacco al patrimonio ambientale, alle popolazioni native e ai loro diritti.

L’obiettivo della giunta Bolsonaro è di rendere il Brasile il principale esportatore di carni bovine e di prodotti agricoli. Il Paese sudamericano infatti è una potenza agricola globale, essendo il secondo più importante esportatore e il quarto più importante produttore agricolo al mondo. L’agroalimentare rappresenta il 43,2% del totale delle esportazioni brasiliane. Il Valore Lordo della Produzione Agricola e di Allevamento nel 2019 è stato di 111,101 miliardi di dollari. Rispetto al 2018, l’incremento è stato del 2,6% e si prevede un’ulteriore crescita dell’8,2% nel 2020. Il Valore Lordo della Produzione Agricola e di Allevamento è composto al 65% da prodotti agricoli (72,408 miliardi) e per il restante 35% da allevamento (circa 38,693 miliardi). I principali mercati di sbocco dei prodotti agricoli brasiliani sono la Cina (21,3 miliardi), seguita da USA (2,54 miliardi), Giappone (1,9), Paesi Bassi (1,8) e Iran (1,7). La domanda dei mercati internazionali, in particolare cinese, europeo e medio orientale, traina la produzione, quindi l’offerta, di prodotti agroalimentari dal Brasile. Questo alimenta ulteriormente il processo di deforestazione, i roghi, l’inquinamento e impoverimento del suolo, dovuto al massiccio impiego di input chimici di cui l’UE è un importante fornitore per il paese latinoamericano.

Per aumentare le prospettive di crescita del paese, il governo sembra intenzionato a potenziare l’industria boschiva alimentando in maniera più o meno diretta fenomeni illegali di disboscamento e commercio di legname anche di alto valore. Nel corso dell’ultimo anno il Brasile avrebbe esportato migliaia di carichi di legname senza alcuna autorizzazione ufficiale da parte dell’IBAMA (istituto brasiliano ambientale). Ma ciò che appare ancora più grave è che, dopo che i funzionari doganali in Europa e negli Stati Uniti hanno avvisato le autorità brasiliane, il presidente dell’istituto ha deciso di porre fine alla necessità di autorizzazioni per l’esportazione del legno proveniente dalle foreste del paese. Le mancate autorizzazioni avrebbero interessato dei cargo di legname proveniente da Parà, che nel corso del 2019 ha registrato il 40% di tutta l’attività illegale di deforestazione nell’Amazzonia brasiliana; inoltre, oltre la metà delle circa 3.000 spedizioni registrate ufficialmente nell’ultimo anno, contenenti una stima di 54.000 m3 di legno, ha lasciato il porto senza l’autorizzazione.

Bolsonaro ha inoltre annunciato di voler autorizzare l’estrazione di materie prime nella foresta amazzonica, ricca di oro, argento, ferro, rame e di miniere di tantalio, indispensabile per la produzione degli smartphone. Inoltre il Brasile sarebbe il primo produttore ed esportatore al mondo di bauxite, minerale base per la produzione di alluminio. Per l’estrazione di metalli dal sottosuolo vengono usate sostanze altamente inquinanti (come cianuro e mercurio), mentre nelle miniere a cielo aperto si utilizzano esplosivi per sbriciolare le rocce e le zone circostanti alle miniere divengono aride e le falde acquifere vengono inquinate, mettendo in pericolo la biodiversità e la salute di chi vive nell’area. Alla luce dell’aumento del prezzo dell’oro, causato dall’impatto della pandemia di COVID–19 sul mercato globale, in alcune aree dell’Amazzonia si sta assistendo ad una nuova corsa all’oro.

Nel 2019 in Brasile la produzione di gas naturale è aumentata e quella di petrolio greggio ha superato il miliardo di barili all’anno. Nel gennaio 2020, per la prima volta, la produzione di petrolio e gas naturale ha superato la soglia dei 4 milioni di barili al giorno. Nell’agosto del 2019, una enorme chiazza di petrolio ha contaminato oltre 2.250 chilometri di litorale del nord-est del Brasile. Inoltre nel bacino del Rio delle Amazzoni ci sono più di quattrocento dighe per l’alimentazione di centrali idroelettriche, oltre a centinaia di progetti in cantiere che implicano un ulteriore aumento della deforestazione e altre implicazioni ecologiche devastanti. 


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L’Europa, Italia compresa, -afferma Greenpeace- è quindi un partner commerciale responsabile (forse inconsapevole?) di inquinamento e deforestazione. I movimenti ambientalisti e le ONG a livello globale stanno cercando di aumentare le pressioni sulle istituzioni europee e la comunità internazionale per regolamentare l’importazione di prodotti dal Brasile. In occasione dell’apertura della consultazione pubblica da parte della Commissione Europea, la richiesta di oltre 100 organizzazioni europee, impegnate in campo ambientale e sociale, è di garantire che: “materie prime e alimenti immessi sul mercato europeo non siano legati alla deforestazione e alle violazioni dei diritti umani!”

Davanti a tutto questo Jair Bolsonaro, durante il discorso della 75° Assemblea Generale delle Nazioni Unite, respinge le critiche per i roghi che interessano l’Amazzonia e il Pantanal, “Siamo aggrediti da una brutale campagna di disinformazione” con l’appoggio di “istituzioni internazionali che agiscono per interessi oscuri”.

Davide Merando
Geopolitica.info