Quattro riflessioni sulle Vie della Seta

Il governo giallo-verde ha in più occasioni espresso l’ambizione di rafforzare la cooperazione con Pechino in diversi settori e ha manifestato l’interesse di fare dell’Italia il primo paese del G-7 a mettere nero su bianco la propria partecipazione alle Nuove Vie della Seta, il monumentale progetto infrastrutturale lanciato nel 2013. La visita di Xi Jinping in Italia apertasi il 21 marzo ha coronato quest’aspirazione. Nella mattina del 23 marzo, il vice premier, Luigi Di Maio e il Presidente della National Development and Reform Commission, He Lifeng, hanno, infatti, firmato il Memorandum di Intesa sulla Via della Seta, assieme a dieci accordi tra imprese, compresi quelli sui porti di Trieste e Genova, e diciannove accordi istituzionali.

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Fin da subito commentatori e analisti si sono divisi tra sostenitori e detrattori di questo progetto, con una netta preponderanza di quest’ultimi. Entrambe le parti sembrano, però, convenire su un giudizio: il MoU, di per sé, è un documento simbolico, poiché non vincolante e semanticamente molto vago. Le due posizioni divergono, quindi, su altri punti. Semplificando, i primi sostengono, in diverse sfumature, che la firma del documento avanzerà la posizione commerciale, finora meno fortunata rispetto ad altri paesi europei, dell’Italia nell’export verso la Cina. A tal scopo, il MoU dovrebbe fungere da apripista ad altri accordi commerciali, tecnologici, di cooperazione culturale, p2p etc. Al contrario, i secondi sottolineano come la genericità dell’accordo sottintenda un tentativo cinese di dividere il fronte europeo che sta progressivamente adottando una postura più risoluta nei confronti dell’espansione economica e politica di Pechino, etichettando la RPC come “rivale sistemico”. L’accordo, in questo senso, sarebbe da interpretare come un “cavallo di Troia” cinese in Unione Europea, per dividerla e garantire a Pechino un trattamento più vantaggioso come in occasione della (mancata) reprimenda per le violazioni dei diritti umani. In ogni caso, come correttamente sottolinea Enrico Fardella, l’accordo ha un’enorme valenza politica.

Cercando di fornire in questa sede una prospettiva originale, ci sono a mio parere alcuni punti da sottolineare:

  • L’Italia può e deve avanzare la propria posizione commerciale e politica nei confronti di un attore che esplicitamente ha fatto del Mediterraneo un punto nevralgico della propria proiezione globale. Commercialmente, nell’area i traffici stanno aumentando sensibilmente come dimostrano l’intensa attività nel porto del Pireo e l’ampliamento del canale di Suez. I movimenti di TEU (misura standard per i container) nel Mediterraneo dovranno essere scaricati sulla terraferma per raggiungere via rotaia l’Europa centrale e occidentale e l’Italia può giocare un ruolo centrale. Politicamente, una presenza del genere avrà ricadute diplomatiche, militari e culturali nell’area e sui paesi rivieraschi. Roma dovrà essere capace di monitorare le tappe intermedie delle Vie della Seta e, quando necessario, affrontare le sfide che potrebbero emergere anche in maniera bilaterale, dialogando direttamente con Pechino.
  • In quanto media potenza, l’Italia ha spazio di manovra. Lo aveva durante la Guerra fredda e lo mantiene in un contesto complesso, in deterioramento, ma comunque pacifico come quello odierno. La teoria delle Relazioni Internazionali fornisce alcuni spunti interessanti per capire la condotta delle medie potenze e la loro politica delle alleanze (si veda ad esempio Marco Valigi, Le Medie Potenze: Teoria E Prassi in Politica Estera. Milano : VP Vita e pensiero, 2017). Una politica intelligente per una media potenza come l’Italia sarà quella di approfittare dei vantaggi che una più stretta relazione con la RPC potrà portare e, contemporaneamente, promuovere il nostro interesse in seno alla NATO e all’Unione Europea.
  • Nel medio-lungo periodo nessun analista ed esperto prevede un miglioramento delle relazioni tra Washington e Pechino, e, in misura minore, tra UE e Repubblica Popolare Cinese. Rispetto ai predecessori, Donald Trump ha impresso alcuni cambiamenti alla politica estera statunitense verso la Repubblica Popolare. La National Defense Strategy 2018 individua nella ri-emersione della «competizione strategica tra gli Stati», dopo un periodo di «atrofia strategica» in cui il predominio militare americano ha subito un’erosione, la principale minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Come sostenuto nella National Security Strategy 2017, pubblicata il 18 dicembre, la Cina starebbe, insieme alla Russia, «sfidando il potere, gli interessi e l’influenza americani per eroderne la prosperità e la sicurezza» e a livello regionale, starebbe «utilizzando metodi economici predatori per intimidire i propri vicini e militarizzando il Mar Cinese Meridionale», «perseguendo l’obiettivo di una propria egemonia nella regione Indo-Pacifica». Intenzionata a promuovere una visione del mondo completamente «antitetica rispetto ai valori e agli interessi degli USA», la Repubblica Popolare sarebbe da considerare, insomma, un «rivale strategico». Infine, in quanto membro di una NATO che affronta un dilemma esistenziale perché sempre più convinta che la minaccia risieda nell’ascesa della Cina più che in Russia, in qualità di alleato degli Stati Uniti e paese fondatore dell’UE, l’Italia deve interfacciarsi con un ambiente strategico sempre più difficile e confrontarsi con la realtà che, con riguardo alla Cina, le finestre di opportunità stanno chiudendosi. Una “strategia a lungo termine” dell’Italia dovrà tener conto di questi fattori.
  • Il progetto Belt and Road mostra alcune fragilità che il governo cinese potrebbe non riuscire a risolvere in futuro. Dato l’impatto che un’iniziativa simile può avere sulle economie locali, il Governo italiano (questo e i prossimi) dovranno mantenersi all’erta e studiarne l’avanzamento. BRI, infatti, prevede la costruzione di un alto numero di infrastrutture e hub intermedi tra il Mar Cinese Meridionale e il Mar Mediterraneo, la cui mancata realizzazione potrebbe compromettere l’intero processo e ridurre il numero dei traffici potenziali verso l’Italia. Un osservatorio permanente del progetto, in seno al Governo o frutto di una partnership pubblico-privato, potrebbe fornire un’adeguata informazione sui progressi delle Vie della Seta.

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