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Quasi nemici. Le relazioni tra Italia e Russia alla prova della storia

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La recente espulsione di ventiquattro diplomatici italiani dalla Russia in risposta all’analoga decisione presa da Roma nei confronti di diplomatici russi è stata definita da Mario Draghi «un atto ostile». Questo, tuttavia, ha ricordato il nostro presidente del Consiglio «non deve assolutamente condurre a una rottura dei canali diplomatici perché è attraverso quei canali che, se ci riusciremo, verrà raggiunta la pace».

La versione originale dell’articolo è stata pubblicata su “Domani” lo scorso 28 gennaio.

Senza chiamare in ballo teorie che vogliono la politica internazionale come un gioco a somma zero e sussurrano all’uomo di Stato di non credere ad amicizie e inimicizie permanenti, sembra comunque necessaria una riflessione sulla vulgata che avvolge le relazioni italo-russe e che è tornata di gran moda in concomitanza con l’infuriare della guerra in Ucraina. Un ben noto ritornello, infatti, vorrebbe che una delle “costanti” della nostra politica estera fosse la naturale ricerca di una partnership con Mosca. In questa prospettiva, il nostro allineamento con le posizioni americane e il sostegno che abbiamo assicurato a Kiev sarebbero, in qualche modo, “contro natura”, ovvero contrari al nostro interesse nazionale.

È davvero così? È proprio vero che gli interessi di Italia e Russia quasi “naturalmente” tendano a convergere? L’evidenza aneddotica sconfessa questa generalizzazione. Tralasciando il Risorgimento, che trovò proprio in San Pietroburgo uno dei suoi più pervicaci antagonisti, o il periodo post-unitario, quando l’Impero russo si rivelò sprezzante oppositore dell’ingresso del Regno d’Italia nel “Concerto europeo”, è possibile giungere a conclusioni diverse esaminando la storia del XX e XXI secolo. Questa affermazione ci conferma che nei momenti di stabilità internazionale i rapporti tra Roma e Mosca assumono contorni tendenzialmente cooperativi. Ma quando l’ordine globale entra in crisi, ci dice che essi tendono a incrinarsi. Di fronte a tale congiuntura, una media potenza come l’Italia non può che allinearsi con un alleato “maggiore”. E se questo si trova sul fronte avverso alla Russia – come accaduto nell’ultimo secolo – anche i nostri rapporti con quest’ultima diventano competitivi.

È quanto accaduto negli anni Venti e nei primi anni Trenta quando, a dispetto delle differenze di regime, le relazioni tra Roma e Mosca conobbero un continuo crescendo. Dal riconoscimento ufficiale dell’Urss da parte dell’Italia fascista (1924), passando per il viaggio a Odessa di Balbo (1929) e i primi accordi con la Fiat (1931), fino al Patto italo-sovietico (1933). Con il progressivo abbraccio fatale tra Italia e Germania nazista, le relazioni con l’Urss subirono una rapida involuzione. L’adesione dell’Italia al Patto Anti-Comintern e l’affondamento di alcune imbarcazioni sovietiche nel Mediterraneo da parte dei nostri sottomarini (1937) furono seguite dall’espulsione degli italiani dal Caucaso sovietico, dalla chiusura di tutti i consolati nell’Urss e dal progressivo azzeramento dei rapporti commerciali. La partecipazione italiana all’Operazione Barbarossa (1941) fu, quindi, solo il picco di un climax competitivo.

Nella prima fase della Guerra fredda l’Italia si ritagliò una certa autonomia nelle relazioni con l’Urss. Alla chiusura della questione dei prigionieri di guerra (1959), seguirono le partnership siglate da Eni e Finsider (1960), l’accordo della Fiat per costruire stabilimenti automobilistici a Togliattigrad (1965) e il contratto di Eni per la fornitura di gas naturale sovietico (1969). Con la fine della distensione, i rapporti tra Roma e Mosca conobbero un’involuzione. Anticipata dal progetto dell’eurocomunismo del Pci (1975), questa subì un’accelerazione con l’allineamento italiano alla politica dell’amministrazione Carter sugli euromissili (1979), il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca (1980) e la denuncia della presenza di un sottomarino sovietico nel Golfo di Taranto (1982). Il culmine della tensione fu raggiunto con l’installazione dei missili Pershing e Cruise nell’aeroporto militare di Comiso (1983).

Dopo il fatidico triennio 1989-1991, Roma fu tra i principali sponsor dell’integrazione di Mosca nel nuovo ordine internazionale. I buoni uffici tra i due Paesi si tradussero nel Trattato di Amicizia e Cooperazione (1994), risultando consacrate dall’impegno di Berlusconi per l’istituzione del Consiglio Nato-Russia (2002) e in quello di Prodi per la progettazione di un gasdotto – il South Stream – che avrebbe dovuto collegare Italia e Russia (2006). Sempre Prodi lavorò per mitigare la volontà americana di promettere esplicitamente a Ucraina e Georgia la membership Nato al vertice di Bucarest (2008), mentre Letta fu il solo leader europeo a partecipare all’inaugurazione dei giochi olimpici di Sochi nonostante la crisi in Ucraina (2014). 

Roma, tuttavia, ha spesso – e ingiustamente – incassato l’accusa di essere una sorta di latrice delle istanze russe nelle sedi europee, come sul caso delle sanzioni, nonostante fossero altri – Berlino in testa – a stringere con Mosca accordi esiziali per la sicurezza del nostro continente. Già da qualche, in realtà, l’Italia ha adottato una linea di fermezza nei confronti della Federazione Russa, da cui ha preso le distanze man mano che quest’ultima ha assunto posizioni sempre più antagoniste nei confronti di quell’ordine internazionale di cui anche il nostro Paese figura tra i garanti. A separarle, tra gli altri eventi, il sostegno del Cremlino alle forze del generale Haftar e alla divisione de facto della Libia, la dislocazione di 140 soldati italiani in Lettonia nell’ambito dell’Enhanced Forward Presence della Nato nel 2016, fino ad arrivare al sospetto di un’operazione di data mining che si sarebbe celata dietro la missione From Russia with Love per l’emergenza Covid-19 nel 2020 e alla scelta di Roma di aumentare la spesa militare per nuovi sistemi d’arma che sembrano funzionali al contenimento della presenza russa in Siria, Libia e Mali. Tale climax negativo nei rapporti è culminato con le espulsioni di diplomatici e addetti militari russi nel 2021 dopo il cosiddetto “caso Biot” e la ferma adesione italiana alle sanzioni fin qui comminate per l’invasione dell’Ucraina.

Gabriele Natalizia – Centro Studi Geopolitica.info, Sapienza Università di Roma

Mara Morini – Università di Genova

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