Quarant’anni di Solidarnosc

Le immagini televisive dei cantieri di Danzica occupati da migliaia di lavoratori, che lottavano per i diritti sindacali in un Stato comunista come la Polonia del 1980, irruppero prepotentemente nelle cronache e nella politica del mondo libero e nell’impegno politico e sociale quotidiano della mia generazione (i ventenni di allora).

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In quel periodo il nostro sguardo era rivolto alle grandi fabbriche del Nord Italia, alle lotte operaie di fine anni ’60 e degli anni ’70; anche per me e per altri amici impegnati nel cattolicesimo sociale, quello era il movimento operaio. Pur non essendo organici alla storia della sinistra italiana, per molti di noi il fascino della fabbrica, dell’autogoverno operaio e di un modello solidale di società, fu molto forte. Nelle partecipate assemblee scolastiche, negli incontri nelle sezioni di partito o nei circoli di quartiere, la questione operaia era spesso al centro dei dibattiti. Il distinguo tra le libertà democratiche dell’Occidente e i regimi comunisti era netto, ma il tema del rapporto tra il capitale, l’impresa e i salariati; del coniugare democrazia e giustizia fu in quegli anni una delle questioni etiche trasversalmente più sentite nella politica. Per anni, pur nella certezza dell’importanza fondamentale dei principi di democrazia e libertà, propri delle comunità occidentali, si soffrì spesso il peso dell’equazione, libero mercato uguale sfruttamento. Per decenni, i programmi dei partiti comunisti del mondo occidentale (e non soltanto) e le Organizzazioni Sindacali ad essi collegate, indicarono nella socializzazione dei mezzi di produzione, la soluzione a cui approdare per superare questo nodo economico e sociale: un modello statalista centralizzato dell’economia che, secondo quell’area politica, avrebbe risolto il dilemma del superamento dei ruoli sociali imposti da una società capitalistica. Di contro, le socialdemocrazie nord europee, i partiti democratico-cristiani e le libere confederazioni sindacali (in Italia CISL e UIL), accettando l’economia di mercato, contrapposero modelli partecipativi (cogestione tedesca e scandinava) e negoziali (modello italiano).

Danzica pertanto fu una svolta epocale sul piano politico, sindacale e storico: le rivendicazioni del movimento spontaneo dei lavoratori dei cantieri navali (orari di lavoro, salario, qualifiche professionali, libertà di associazione e di assemblea) evidenziarono che la questione dello sfruttamento operaio era ben presente anche nelle aziende statali dei Paesi del socialismo reale nell’est europeo. Già nel 1976 ci furono dei movimenti di protesta (repressi attraverso la violenza) nei confronti dell’aumento generale dei prezzi imposti dal governo comunista polacco, ma non ebbero una risonanza diffusa in Occidente. L’agosto 1980 aprì invece una stagione nuova, che si rivelò determinante anche per il superamento stesso dei regimi comunisti oltre “cortina”. Lo sciopero del 14 agosto del 1980 ai cantieri Lenin fu la vittoria del movimento degli operai polacchi; un movimento che portò ad un’inversione dei rapporti di forza dentro la fabbrica polacca, dapprima con l’accordo sindacale del 31 agosto presso i cantieri e successivamente con la nascita ufficiale il 17 settembre 1980 diSolidarność, il primo sindacato libero in un Paese del blocco comunista; fatto senza precedenti e fino a quel momento impensabile.

Alla guida del nuovo soggetto sindacale venne indicato Lech Walesa, un’elettricista carismatico, che seppe ben gestire il conflitto con la direzione dei cantieri e con le autorità statali, governando con razionalità le giuste e doverose rivendicazioni sindacali, non acuendo le già forti tensioni con le autorità di governo. Walesa, cattolico praticante e oppositore del comunismo, rappresentava paradossalmente proprio quell’emancipazione operaia, tanto auspicata negli anni dallo stesso movimento comunista.  Solidarność, tradotto in italiano con il termine di solidarietà, fu un fiume in piena che coinvolse milioni di persone, dopo qualche mese, nel 1981, aderirono oltre 9 milioni di iscritti. Un grande contenitore politico che incluse lavoratori, esponenti della cultura, della scienza e del mondo cattolico. A partire dai quei giorni di agosto 1980, tutte le democrazie occidentali si schierarono a sostegno del nuovo movimento sindacale polacco. Un ruolo baricentrico e proattivo lo ebbe poi Papa Giovanni Paolo II, che già nel maggio 1979, nella sua prima visita in Polonia da Papa, davanti a milioni di persone invitò il popolo all’autodeterminazione.

In Italia, i sindacati confederali, in particolare la CISL, i partiti politici, fra cui anche il Partito Comunista che dopo le prime perplessità verso Solidarność ne riconobbe poi il valore riformatore e progressista, organizzarono una rete di sostegno a favore del neonato sindacato polacco. Dal 28 al 31 agosto 1980 una delegazione unitaria Cgil, Cisl e Uil giunse in Polonia per incontrare i leader della protesta, trovandosi proprio nel giorno della firma degli accordi fra la delegazione operaia, guidata da Lech Wałęsa e il governo. Nel gennaio 1981, dal 13 al 19, Lech Wałęsa fu ospite dei sindacati italiani a Roma. A proposito di quest’ultimo evento, ebbi la possibilità di assistere in un cinema romano all’incontro del leader sindacale polacco con i dirigenti sindacali; fu per me, giovane ventenne che stava per iniziare la sua esperienza sindacale, un appuntamento con un pezzo di storia del ‘900. Ancora conservo l’emozione di quei momenti.


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Walesa fu ed è ancora il simbolo di quell’emancipazione e di quella ricerca della libertà, che si concretizzò poi a partire dal 1989 con il crollo del Muro di Berlino. Infatti nonostante la repressione di dicembre 1981 da parte del governo del Colonnello Jaruzelsky, il libero sindacato Solidarność sopravvisse anche nelle grandi difficoltà della clandestinità degli anni successivi e Walesa continuò a rappresentarne il suo fascino, con il conferimento del Premio Nobel della Pace nel 1983 e nel 1990, con la ritrovata democrazia, eletto per 5 anni alla Presidenza della Repubblica di Polonia. Un grande riconoscimento per il coraggioso elettricista e sindacalista di Danzica.

A quaranta anni da quegli eventi, Solidarność ha visto gradualmente esaurire quella spinta propulsiva; la sua funzione politica l’aveva svolta. Oggi il Sindacato polacco ha poco più di 500.000 iscritti ed è relegato nel recinto della crisi delle organizzazioni sindacali, messe in discussione dai modelli di disintermediazione politica e sociale, che tentano di superare la rappresentanza dei corpi intermedi (sindacati, associazionismo, etc…); anche Walesa ha visto mettere in dubbio la sua funzione di leader di un movimento storico che fu fondamentale nel superamento dei regimi comunisti. Ritengo ingenerose certe critiche; rimane infatti in noi, giovani ventenni di allora, il ricordo di quei giorni di rivendicazione di diritti e di lotta per le libertà che segnarono profondamente la storia del XX Secolo e di quel baffuto elettricista a capo di migliaia di lavoratori.

Antonello Assogna,
Fondazione Tarantelli