Quanto mi sbagliavo su Draghi e sulla Turchia

La mia lettura delle esternazioni di Draghi su Erdogan come una semplice poco prudente perdita di staffe temo non superi un esame di realtà. Mea culpa. Più convincente appare la spiegazione di questa come una provocazione incoraggiata da Oltreoceano: se messa a sistema con alcuni atti di Draghi (stop alla Shenzen investnent holdings), con la visita negli Stati Uniti del Ministro Di Maio, con gli eventi di Libia, con il Sofagate, col tentato assist turco agli Stati Uniti sul Bosforo-Kanal Istanbul (correlato alla situazione fra Russia ed Ucraina), con un progetto infrastrutturale nel cuore dell’Asia Centrale che si chiama TITR e con la (forse anche questa apparentemente) proditoria denuncia “a orologeria” dei 103 Ammiragli su Montreaux, assumerebbe un significato preciso: comincia a delinearsi l’azione Biden nel Mediterraneo, e ci riguarda. Ma quali sono le condizioni, palesi ed occulte?

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A convincermi del fatto che dietro le parole del Presidente Draghi ci fosse altro, oltre al bellissimo articolo di Alessandro Savini e Elisa Maria Brusca ed ancora più della lista di eventi sopra riportata, è stata la reazione tardiva (del 14, la conferenza stampa era dell’8) del Presidente Erdogan, che generalmente non le manda a dire, e non certo in ritardo. Interessante anche come molti politici nostrani abbiano dimostrato il loro appoggio al Presidente (Draghi) lo stesso giorno (unica eccezione Giorgia Meloni, che è intervenuta il 13). Ci siamo probabilmente accorti che c’era qualcosa sotto tutti insieme, al ritorno del Ministro Di Maio dagli Stati Uniti. La preoccupazione italiana per la presenza di truppe straniere in Libia stride con la posizione tenuta dal nostro Governo fino a poco fa, quando era l’unico ad appoggiare quello di Tripoli, insieme proprio alla Turchia (e, solo formalmente, alla Comunità Internazionale). Fino a poco tempo fa, dunque, a preoccupare erano solo i Russi.

Mediterraneo e Asia Centrale, Libia e Russia

La Turchia in Libia e con la Libia aveva strutturato, oltre che una presenza effettiva e parastatale imponente, anche un accordo sul confine marittimo in funzione offensiva e difensiva insieme: frapporre la Turchia a chiunque volesse bypassarla in materia energetica nel Mediterraneo Orientale (l’accordo interessa le acque circostanti Creta), conscia del fatto che Grecia e Cipro stessero investendo moltissimo nella loro relazione con Israele e nel porsi come punto di passaggio fra Est e Centro Mediterraneo alternativo all’Anatolia. Ankara desidera attribuirsi il ruolo di custode del Mediterraneo (dai Balcani verso Est) per conto di Washington, cosa che effettivamente stava per realizzarsi all’epoca di Obama, e per riuscirci deve risultare il miglior candidato possibile, possibilmente l’unico. E’ una delle migliori rappresentazioni della politica post-kemalista (erronea e dura a morire la dizione di “neo-ottomanesimo”) che fonde profondità strategica e appartenenza atlantica. Con la fine dell’era Trump, che molte speranze di ascesa aveva dato alla Grecia, Erdogan offre a Biden molti assist in funzione anti-russa: stempera l’azione russa il Libia e minacciando il ritiro dalla Convenzione di Montreaux (o una sua disapplicazione in relazione a Kanal Istanbul) prospetta di permettere agli Stati Uniti una presenza navale più significativa nel giardino marittimo della Russia, ovvero quel Mar Nero che bagna anche l’Ucraina. Ankaravuole usare anche lo spettro di una maggiore presenza di Washington per riequilibrare un proprio rapporto di potenza con la Russia che deve rimanere almeno alla pari in due aree vitali per la Turchia, ovvero l’Est Mediterraneo e l’Asia Centrale. La dichiarazione degli Ammiragli, filorussi della fazione eurasista, potrebbe a questo punto essere stata a sua volta suggerita al fine di farli uscire allo scoperto con una dichiarazione in definitiva piuttosto neutra nei contenuti ma pericolosissima (per i suoi autori) per stile – ricorda molto i comunicati emessi nel passato dagli Stati Maggiori per minacciare colpi di Stato – e per sensibilità dei temi, in modo da eliminare un rimasuglio kemalista ancora attivo e con voce in capitolo su alcune questioni. Un’operazione voluta dall’interno al fine di neutralizzare gli agenti di influenza russi prima che questi entrino in azione, facendoli cadere sulle loro stesse parole.

Altro motivo per il quale la Turchia necessita di una Russia indebolita o impegnata su più fronti è il progetto del Trans-Caspian International Transport Route (TITR). Ankara si è unita al progetto nel 2018 a seguito del completamento della ferrovia Baku-Tbilisi-Kars. Il piano è che il corridoio Nakhchivan, completato da Ankara, comporti un ulteriore impulso allo sviluppo del ruolo della Turchia nel progetto cinese delle cosiddette “nuove vie della Seta” (Belt and Road Initiative, BRI). La Russia, lì, è un competitore acceso e si oppone al piano.

La Cina

Il rapporto con la Cina è un altro elemento essenziale: Ankara non può farne a meno ed ha dimostrato con fatti concludenti come non ha spazi di manovra contro Pechino: l’allineamento alle posizioni cinesi sugli Uiguri, pericoloso elettoralmente perché il tema è caro agli ultranazionalisti alleati di governo, è spia di una condizione di difficile manovrabilità.

Tuttavia, la nuova Amministrazione americana ha fatto intendere in modo non equivoco la propria strategia: non far prevalere nessun attore regionale su un altro, mantenendoli tutti equilibrati sotto un ombrello americano al quale assicurare fedeltà: lo si è capito innanzitutto col rapporto con l’Iran. Si vuole che Teheran si auto-depotenzi ed accetti un JCPOA più limitativo, al fine di avere garantita una sopravvivenza utile a mantenere al loro posto l’Arabia Saudita e proprio la Turchia. Verso l’estremo oriente, quindi, la Turchia ha le mani legate.

Germania

Gli Stati Uniti non cedono alle lusinghe turche su Kanal Istanbul né si mostrano interessati al messaggio mandato alla Germania (non all’Unione Europea) con l’affare Sofagate, nel quale il Presidente Erdogan dimostra agli Stati Uniti di poter gestire un’Europa che Washington vede come minacciosa solo se espressione di una egemonia commerciale tedesca pericolosa per gli Stati Uniti.  E’ un’ulteriore manifestazione di potenza che vuole comunicare agli Stati uniti di poter efficacemente agire in sua vece in questa parte del Mondo, ma Washington non risponde. Non direttamente, almeno.

Italia

E qui entra in gioco Draghi, a capo del Governo di un Paese in gravissime difficoltà che può essere interessato a riprendersi un ruolo in Libia che considera essenziale e, soprattutto, a perseguire in Patria una politica economica contraria ai desiderata tedeschi, anti-austerità e quindi letta da Berlino come un pericoloso attentato alla stabilità dell’Eurozona ed alla lotta all’inflazione, volta a proteggere il surplus commerciale tedesco. Una buona notizia per gli Stati Uniti. Draghi condanna le mosse del Presidente Erdogan ponendosi nella linea inaugurata da Biden nel definire Putin “un assassino” e si dimostra sincero europeista (cosa che certamente è) e affidabile atlantista (rimando al discorso in Senato – la linea da tenersi era forse stata concordata già da un po’, si aspettava solo il casus belli -). Draghi dà agli Stati Uniti un segnale importante opponendosi alla penetrazione della Shenzen investnent holdings e dimostrando di poter (ancora) fare quanto la Turchia già non può, nonostante la non troppo meditata sottoscrizione dell’accordo fatta coi cinesi dal Governo precedente.

A questo punto viene da chiedersi quale sia l’effettivo ruolo che Washington starebbe cucendo addosso all’Italia. Se l’Italia fosse scelta a contenimento occidentale della Turchia, a questo punto con Grecia e Cipro (ed allora anche le parole di Draghi all’insediamento in Senato suonerebbero in un certo modo), specularmente all’Iran che ne sarebbe in contenimento orientale, allora bisognerebbe chiedersi se e per quanto tempo saremmo in grado di reggere questo ruolo. Il contenimento turco è importante per il Governo Biden, che è molto diverso da Obama e per alcuni aspetti ricorda tanto Clinton. C’è da credere che ci aiuteranno nella realizzazione di questo disegno fatto da loro, con tutti gli strumenti del caso e spingendoci ad una continuità di azione e visione che purtroppo non sempre ci appartiene se lasciati da soli. Magari alle aziende della difesa italiane che hanno già sofferto della sospensione dei loro contratti con Ankara è stato già promesso un ristoro, chissà. E poi è importante ripetere che, soprattutto da un trentennio, un’Italia fuori dall’alleanza con gli Stati Uniti è insostenibile. Ma finito Draghi (o finito Biden) saremo in grado di gestirci o perderemmo tutto, dato che la Turchia certamente si rivarrà su di noi, e noi intanto avremo perso una relazione importante nel Mediterraneo? Non è che l’Italia può essere usata per mandare un messaggio alla Turchia e poi abbandonata se non riesce a mantenere l’impegno, o semplicemente se la Turchia mangia la foglia, si riallinea a Washington con una rapidità che in Italia non abbiamo, e Roma ridiventa improvvisamente inutile? Difficile che questo accada, perché la Turchia deve necessariamente essere depotenziata, verso ovest. Ma perché gli Stati Uniti non hanno dato questo ruolo contenitivo alla Francia, potenza con la quale Biden (e Blinken) hanno un rapporto certamente positivo? Forse perché la Francia è a sua volta da contenersi, dato che in Europa è la sola ad avere la bomba, desidera essere la seconda potenza industriale europea e ha dimostrato interesse a spostare un po’ del suo baricentro verso il Mediterraneo.  E forse perché l’Italia, con la Sicilia che è tanto importante e tanto centrale per tante questioni americane, può finalmente considerare che uno stretto ce lo ha anche lei, ed essere in questo utile a Washington che deve anche impedire che Londra completi il suo piano silenzioso di reinstallazione nel Mediterraneo usando la Turchia come vettore.

Tutta questa improvvisa attenzione nei nostri confronti non deve farci illudere: rimaniamo un Paese senza visione e senza troppa consapevolezza di sé nel quale, a causa di un neo-giacobinismo che da qualche anno caratterizza parte del Parlamento, siamo stati in grado di distruggere una classe di alti dirigenti dello Stato che sono stati fatti passare per l’espressione di chissà quale gerontocratica classe da epurare, mentre altri (le summenzionate Francia e Turchia ne sono esempi) conservano e coltivano una classe di funzionari che incarnano la colonna vertebrale dello Stato.


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In definitiva, il Presidente Draghi ha certamente una visione identitaria europeista che si contrappone alla Turchia anche in senso culturale, e non ne ha mail fatto mistero. Ed è forse per questo che, anche se svolgendo il ruolo del provocatore, lo ha fatto usando parole ed espressioni sopra le righe perfino superflue per il messaggio che era chiamato a veicolare. Ma nelle accuse a Erdogan, lancia il guanto di sfida facendo intendere che la benevola mano di Washington si potrebbe spostare da un’altra parte. La Turchia sarebbe particolarmente vulnerabile se gli Stati Uniti orchestrassero un attacco speculativo alla lira. Italia e Turchia necessitano, per ragioni completamente opposte, del benestare americano. L’Italia ha una moneta fortissima ed un’industria in declino, è in politica estera un soggetto menomato. La Turchia ha una moneta debolissima ed un’industria in crescita, è in politica estera un soggetto indipendente. Gli Stati Uniti possono usare l’Italia in funzione antitedesca ed anticinese sfruttando la sua posizione dentro l’Unione Europea e possono usare la Turchia in funzione antirussa sfruttando il fatto che è fuori dall’Unione Europea. Comunque vadano le cose, dobbiamo capire che se accettiamo il ruolo dobbiamo mantenerlo anche dopo Draghi e mantenere una continuità nella visione strategica che ci saremo dati. Non abbiamo più il peso sufficiente per barcamenarci con la moglie americana e l’amante araba, o come era. Potremo recuperare la possibilità di avere tanti rapporti diversi e una certa “pluralità”, paradossalmente, solo se ci consolidiamo in un campo. Ci attendono tempi difficili, anche perché la Turchia non potrà che reagire assertivamente: o facendo un passo falso e peggiorando la propria posizione nei confronti di Washington o prendendo in contropiede l’Italia per recuperare in fretta l’appoggio americano cambiando la propria posizione quando richiesto e rimettersi in carreggiata con maggiore determinazione di prima.