Quando Egitto e Siria diventarono un unico Stato: culmine e caduta del panarabismo

Negli anni ’50 e fino a oltre metà dei ’60, il panarabismo è il fenomeno politico e culturale prevalente nel Medio Oriente arabo. Per quattro anni questo movimento ideologico si concretizza nella Repubblica Araba Unita, per poi tramontare con il crollo di quest’ultima e l’evoluzione degli eventi nella regione. Cosa determina l’insuccesso della Repubblica Araba Unita? Rimane oggi qualcosa del nazionalismo panarabo?

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Tra il febbraio 1958 e il settembre 1961, l’Egitto e la Siria costituirono un unico Stato sotto il nome di Repubblica Araba Unita (RAU). La creazione della RAU fu accolta con entusiasmo dai cittadini e dai media: finalmente si stava concretizzando il progetto politico transnazionale all’epoca più popolare in Nord Africa e nell’Asia Occidentale araba. Il nazionalismo panarabo evidenziava la coesione degli Stati arabi sulla base di lingua, storia (e, in alcune accezioni, religione) comuni. Partendo dalle stesse premesse, il panarabismo rispondeva alla necessità per questi Paesi di essere compatti in un’unica entità politica. Entrambi i concetti, strettamente connessi ma non sinonimi, si opponevano alla dominazione straniera. Nel 1958, il maggior portavoce del panarabismo era il carismatico presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser, la cui popolarità era alle stelle per aver nazionalizzato il Canale di Suez due anni prima, resistendo agli attacchi occidentali e israeliani. Fu la Siria ad avanzare la proposta di unificazione, ma l’Egitto prese fin dall’inizio le redini del progetto. Nasser pose come condizioni per l’istituzione della RAU un plebiscito, la dissoluzione dei partiti politici, e il ritiro dell’esercito dalla politica, procedendo poi a collocare il Cairo in una posizione dominante rispetto a Damasco. Egli stesso divenne il presidente del nuovo Stato e promulgò una Costituzione provvisoria che ricalcava quella egiziana del 1956. La sbilanciata ripartizione dei poteri causò subito delle crepe nella neocostituita RAU che con il tempo andarono solo ad accentuarsi. Le politiche attuate in Siria scontentarono sempre più l’establishment: quello economico, a causa delle riforme di nazionalizzazione basate sul modello egiziano; quello politico, per lo scioglimento dei partiti, la relegazione a partner minori dei rappresentanti siriani e la repressione del dissenso; e infine quello militare, per il processo di estromissione dal potere. Fu proprio l’esercito a organizzare un colpo di stato il 28 settembre 1961 volto a rinegoziare i termini dell’unificazione: nessun compromesso fu raggiungo con l’Egitto, e la RAU si dissolse.

Geopolitica della RAU

Senza l’ispirazione panaraba, la RAU non avrebbe avuto ragione di esistere, ma nonostante la sincera adesione di molti a questa dottrina (specialmente a livello popolare) numerosi fattori di altra natura determinarono il destino del progetto. Le ragioni che portarono la Siria a cercare l’unificazione con un Paese più potente sono riconducibili, infatti, alla frammentazione dell’élite politica e al timore (siriano e statunitense) di un colpo di stato di matrice comunista, considerata la crescente influenza di questa ideologia nel Paese. Nasser, dal canto suo, avrebbe avuto diverse ragioni per non farsi coinvolgere in una situazione così instabile, ma lo convinsero la legittimazione derivatagli dal suo ruolo di leader informale panarabo e la prospettiva di realizzazione di un’egemonia regionale. Ponendo l’accento sulla minaccia comunista, riuscì inoltre ad ottenere una sorta di benestare dagli USA. L’unione tra Egitto e Siria non fu accolta con particolare entusiasmo nel mondo arabo. A parole la RAU ricevette supporto e congratulazioni, ma solo lo Yemen del Nord raccolse l’invito di Nasser ed entrò in una confederazione con la RAU nella speranza di contrastare sauditi e inglesi (mentre la partecipazione della Palestina venne rifiutata). Altrove la notizia provocò allarme. In Libano, la questione causò un’escalation delle tensioni tra musulmani (sostenitori di Nasser) e maroniti che culminò con una guerra civile. Le monarchie giordane e irachene reagirono addirittura instaurando una confederazione araba parallela, che sopravvisse però poco più che sei mesi. Le relazioni tra Cairo e Baghdad erano particolarmente complesse quando la RAU fu creata, a causa delle aspirazioni egemoniche di entrambi i Paesi e dell’adesione irachena al Patto di Baghdad promosso dagli USA.  Il colpo di stato che nel luglio 1958 abolì la monarchia Hashemita in Iraq fece credere che il Paese si sarebbe associato alla RAU, ma Nasser non contemplò mai seriamente l’ipotesi, adducendo come motivi l’impreparazione del popolo e dell’esercito iracheni e i già notevoli problemi interni alla RAU (e temendo probabilmente una reazione delle superpotenze esterne). Anche Qasim, il Primo Ministro della neonata Repubblica irachena, fu riluttante ad esporsi all’influenza egiziana, e fece prevalere una linea di nazionalismo iracheno piuttosto che panarabo. La mancata adesione dell’Iraq, insieme al brusco crollo della RAU, portò grande delusione in chi aveva creduto nel progetto panarabo, sentimento che si trasformò poi in completa disillusione con la vittoria israeliana nella Guerra dei Sei Giorni nel 1967.

Declino del panarabismo

Il fallimento della RAU ha dimostrato non solo il peso delle barriere geografiche e delle differenze politiche ed economiche per i Paesi arabi, nonostante il sostrato culturale comune. Ha anche sottolineato la mancanza di chiarezza ideologica e le diverse possibilità interpretative del panarabismo. Malgrado qualche altro isolato (e naufragato) tentativo di unificazione, come la Federazione delle Repubbliche Arabe promossa dal Gheddafi, il panarabismo a partire dagli anni ’70 ha subìto un declino, diventando un’utopia più che un programma politico, e lasciando spazio nella regione ai singoli nazionalismi e ad altri fenomeni identitari transnazionali, primo tra tutti l’islamismo. Il panarabismo, per la forma che ha assunto negli anni ’50 e ’60, è stato associato a progetti falliti e ai regimi autoritari post-coloniali. Sentimenti (e retorica) di unità e solidarietà arabe, tuttavia, hanno continuato ad emergere periodicamente, per esempio in risposta alle Guerre del Golfo o durante le primavere arabe del 2011. In quest’ultima occasione l’aspetto panarabo delle rivolte, pur presente, ha riguardato la società civile (mentre nel contesto della RAU il panarabismo era un mezzo adoperato dallo Stato e dalle élite) ed è stato diluito dalle istanze specifiche di ogni Paese. Inoltre, nel 2011 erano ormai emerse con chiarezza la popolarità e la prevalenza dell’Islam politico sul panarabismo. Il cambio di atteggiamento del Medio Oriente arabo verso il conflitto arabo-israeliano è un altro indice del declino del panarabismo, un elemento cardine del quale è tradizionalmente il supporto alla Palestina. Se già gli Accordi di Camp David del 1978 (precursori del trattato di pace tra Egitto e Israele) avevano causato una ferita insanabile alla dottrina panaraba, i recenti Accordi di Abramo con cui Bahrain, Marocco, Emirati Arabi Uniti e Sudan hanno normalizzato le relazioni con Israele hanno dimostrato che la causa palestinese non è più una questione non-negoziabile, né un elemento indispensabile per la legittimazione popolare dei Paesi arabi. Del panarabismo oggi rimane un senso di appartenenza culturale comune tra le popolazioni, ma la prospettiva di un’unione politica è ormai lontana.