Quali vie per il gas del Mediterraneo orientale?

Le recenti scoperte nel Mediterraneo orientale rappresentano una novità in grado di ridisegnare gli scenari energetici dell’area. Lo sviluppo dei nuovi giacimenti di gas, dei quali deve essere ancora valutata l’esatta portata, rischia di essere frenato da alcune tensioni geopolitiche che coinvolgono i vari attori della regione. Il tutto nell’attesa di capire che cosa fare con il gas che verrà estratto nei prossimi anni, tra soddisfacimento dei bisogni interni dei Paesi dell’area e trasporto verso un’Europa sempre più in cerca di fonti alternative al gas russo.

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 L’accordo firmato all’inizio di aprile dai rappresentanti dei Paesi interessati alla costruzione del gasdotto East Med, tra i quali anche il Ministro dello Sviluppo Economico italiano Carlo Calenda, e che dovrà portare in Europa il gas proveniente dai giacimenti scoperti al largo delle coste di Cipro, Israele ed Egitto rappresenta un importante passo in avanti nella definizione del futuro delle riserve di gas del Mediterraneo orientale e, in particolare, per i tentativi dell’Unione Europea di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento energetico, oggi legate in maniera significativa alle forniture russe.

 Le risorse energetiche nel Mediterraneo orientale

La recente scoperta (2015) da parte di Eni di un maxi giacimento di gas naturale (Zohr) al largo dell’Egitto è andata ad aggiungersi alla scoperta, tra il 2009 e il 2011, di importanti riserve di gas nel cd. “bacino del Levante”, in particolare nelle zone offshore di Israele (Tamar e Leviathan) e di Cipro (Aphrodite). Il reale impatto che le nuove scoperte saranno in grado di apportare deve ancora essere valutato in maniera precisa, anche alla luce delle condizioni economiche non particolarmente favorevoli che hanno rallentato nel corso degli anni lo sviluppo di questi giacimenti, con le principali compagnie energetiche che hanno ritenuto opportuno ridimensionare il proprio impegno in progetti caratterizzati da un rischio o un costo elevato. L’ammontare totale delle nuove scoperte di gas nel Mediterraneo orientale  viene oggi stimato in circa 1.890 miliardi di metri cubi (bcm) di gas naturale. Poco meno della metà di tali riserve proviene dal giacimento egiziano di Zohr che, con una stima di 850 bcm di gas (quasi sette volte maggiore di Aphrodite, tre volte maggiore di Tamar e superiore persino al maxi giacimento Leviathan), rappresenta la più importante scoperta mai effettuata nel bacino del Mediterraneo nel suo complesso.

 La necessità di una cooperazione regionale

Ad eccezione di Tamar, che ha iniziato la produzione nell’aprile 2013 e che oggi è in grado di fornire 8 bcm di gas all’anno, le tempistiche di sviluppo degli altri giacimenti non sono ancora certe. Dopo alcuni rinvii, Leviathan potrebbe iniziare la propria produzione non prima del 2019 mentre il primo gas del giacimento cipriota di Aphrodite potrebbe arrivare nel corso nel 2017. E sempre nel 2017, a fine anno, potrebbe essere avviata la produzione del giacimento di Zohr.

Lo sviluppo di tali giacimenti può avvenire esclusivamente nell’ambito di una cooperazione regionale, che veda cioè coinvolti tutti i potenziali futuri produttori di gas, dal momento che nessuno dei Paesi del Mediterraneo orientale, fatta eccezione per l’Egitto, è in grado di procedere autonomamente alla realizzazione delle infrastrutture necessarie per il trasporto del gas estratto. L’opportunità di una collaborazione regionale trova conferma, a maggior ragione, nella prossimità geografica dei nuovi giacimenti. Zohr, infatti, si trova ad appena 90 km di distanza dal giacimento cipriota di Aphrodite, il quale, a sua volta, è situato a soli 7 km dall’israeliano Leviathan. Una vicinanza che, se sfruttata, potrebbe portare ad uno sviluppo coordinato dei vari giacimenti dando così vita ad un competitivo sistema regionale di infrastrutture per l’export del gas.

 Gli ostacoli (politici) allo sviluppo delle nuove scoperte

La scoperta di questi giacimenti di gas al largo delle coste israeliane, egiziane e cipriote appare strategicamente rilevante non solo in quanto in grado di soddisfare le esigenze energetiche dei Paesi coinvolti ma anche in quanto concreto potenziale di stabilizzazione dell’intera area del bacino del Levante e del Mediterraneo. In particolare, sembra profilarsi la possibilità che le nuove fonti energetiche costituiscano un  fattore essenziale di spinta al superamento delle tensioni esistenti e alla individuazione di nuove forme di collaborazione tra Paesi. E sono proprio queste tensioni politiche a rappresentare, oggi, il principale ostacolo al pieno sviluppo dei nuovi giacimenti e di quel sistema di infrastrutture che dovrebbe trasportare il gas naturale verso il mercato globale e intra-regionale. Dal contrasto tra Turchia e Grecia per il controllo dell’isola di Cipro, oggi divisa in due sfere di influenza, alle tensioni di Israele con alcuni Paesi dell’area come Libano, Egitto e Turchia. In ultima istanza, quindi, saranno le condizioni geopolitiche, piuttosto che quelle economiche, a decidere il futuro dei programmi di sviluppo di Cipro, Egitto ed Israele. Ci si trova così dinanzi ad un paradosso: se da un lato, infatti, non è possibile giungere ad un pieno sviluppo dei giacimenti senza una previa soluzione delle dispute politiche tra i vari Paesi coinvolti, dall’altro lato proprio lo sviluppo di tali giacimenti potrebbe portare ad una soluzione dei contrasti che coinvolgono l’intera regione del Mediterraneo orientale.

 Le possibili destinazioni del gas del Mediterraneo orientale

Le risorse scoperte sono tali da far sì che una parte di esse (quella non utilizzata per il soddisfacimento della propria domanda interna) venga destinata verso il mercato regionale nonché quello internazionale, in particolare quello europeo. Se da un lato l’esistenza di infrastrutture già operative potrebbe spingere verso uno sviluppo del commercio intra-regionale (soluzione che però oggi si scontra con le tensioni di natura politica che attraversano trasversalmente tutta l’area), dall’altro lato una seconda possibilità risiede nello sfruttare l’ambizione turca nel diventare un hub del gas nel Mediterraneo. Tale opzione, che sfrutterebbe la vicinanza dei giacimenti ciprioti ed israeliani alla Turchia, richiederebbe la costruzione di un gasdotto sottomarino in grado di collegare questi giacimenti con il territorio turco. Una volta arrivato in Turchia, poi, il gas potrebbe essere convogliato verso il mercato europeo tramite il Corridoio Sud del Gas.  Un’ulteriore soluzione potrebbe essere poi quella di sfruttare le infrastrutture già esistenti in Egitto creando nel Paese un vero e proprio hub del GNL. Nel Paese, infatti, sono già operativi due terminali di liquefazione, quelli di Idku e Damietta, che hanno una capacità totale di export pari a 19 bcm all’anno .E poiché la maggior parte del gas contenuto nel giacimento di Zohr verrà utilizzata dal Cairo per il soddisfacimento della domanda interna, parte della capacità dei due terminal potrebbe essere utilizzata per l’esportazione del gas proveniente da Cipro ed Israele.

 East Med e la diversificazione delle fonti

Alla luce del recente accordo, la realizzazione del gasdotto East Med sembra essere sempre più una valida alternativa per il trasporto del gas del Mediterraneo orientale verso il mercato europeo. Il gasdotto sottomarino, che secondo il Ministro israeliano dell’energia potrebbe essere realizzato nei prossimi cinque o sei anni, sarebbe il più lungo e profondo al mondo, con i suoi 2.200 km di lunghezza e 3 km di profondità, e porterebbe sul mercato europeo circa 8 bcm di gas all’anno proveniente dai giacimenti di Cipro e, soprattutto, Israele. In particolare, il gas israeliano e cipriota arriverebbe in un primo momento in Grecia, garantendo così il fabbisogno energetico di Atene, per poi proseguire verso l’Italia mediante il collegamento a Poseidon (non a caso il gasdotto dovrebbe essere costruito da Edison e dalla compagnia greca Depa). East Med, a conferma del suo ruolo chiave nella strategia europea di diversificazione delle fonti di approvvigionamento, trova il pieno supporto dell’Unione Europea che vede appunto nel nuovo gasdotto una valida alternativa al gas russo. Per tale motivo, quindi, la Commissione Europea ha inserito il gasdotto nei “Progetti di Interesse Comune” finanziandone gli studi di fattibilità tecnica e commerciale. Un entusiasmo (e supporto politico), quello europeo, nei confronti di questo progetto che deve però fare i conti con alcuni fattori prettamente commerciali che ne vanno a minare la fattibilità concreta, a partire dalla limitata quantità di gas che verrebbe trasportata dal gasdotto.