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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaQuali prospettive apre la vittoria di Raisi in Iran

Quali prospettive apre la vittoria di Raisi in Iran

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Le elezioni in Iran si sono svolte lo scorso 18 giugno e hanno visto vincere il candidato più accreditato, il conservatore Raisi, capo della magistratura e figura considerata vicina alla Guida Suprema Khamenei. Orfana, sia di candidati che di voti, l’area riformista, che si appresta a vivere una fase di completa ristrutturazione.

Le elezioni in numeri

Dei 592 iscritti ai registri per avanzare le candidature, solamente 7 sono state le figure approvate per concorrere alle elezioni dal Consiglio dei Guardiani. A pochi giorni dalla data delle elezioni, 3 di queste figure si sono ritirate: in sintesi, il 18 giugno, la scelta dei cittadini iraniani si riduceva a 4 candidati.

La popolazione iraniana è composta da circa 80 milioni di persone, dei quali circa 59 hanno diritto al voto. In quest’ultima tornata elettorale, circa 30 milioni sono stati i voti espressi, il 48.8% del totale: conseguentemente, il dato sull’astensionismo ha superato quello dei voti espressi. Queste sono state le elezioni con meno partecipazione dal 1979, anno della Rivoluzione Islamica: alle ultime presidenziali, nel 2017, l’affluenza si è assestata intorno al 72%.

Del 48.8% dei voti espressi, Raisi ne ha conquistati circa 18 milioni, raggiungendo il 61.9% delle preferenze, ma aumentando di soli 2 milioni il numero dei voti raggiunti 4 anni fa (quando era lo sfidante di Rouhani). Inoltre va evidenziato il dato sulle schede bianche o annullate: oltre 3 milioni e mezzo.

Raisi è stato eletto al primo turno, avendo conquistato oltre il 50% dei voti espressi, ed ha evitato così il turno di ballottaggio (nella storia della Repubblica Islamica si è andati al secondo turno solo nel 2005, con la prima elezione di Ahmadinejad). Sarà il Presidente dell’Iran per i prossimi 4 anni, anche se alcuni analisti lo considerano un candidato accreditato a succedere a Khamenei.

Chi è Raisi

Religioso, nato nel 1960 nella città santa di Mashad, nel Nord-Est del paese, Ebrahim Raisi ha conseguito un dottorato in diritto islamico all’Università Shahid Motahari di Teheran. E’ sposato con Jamileh Alamolhoda, Professoressa all’Università Shahid Beheshti di Teheran e figlia dell’Imam che guida le preghiere del venerdì di Mashhad, l’Ayatollah Ahmad Alamolhoda. E’ attualmente a capo della magistratura in Iran, nominato nel 2019 per volere di Khamenei. Giovane rivoluzionario nel 1979, Raisi diventa Procuratore generale a Karaj e in seguito vice-Procuratore a Teheran. Il nuovo Presidente iraniano viene accusato, sul finire degli anni ’80, di essere fortemente legato alla cosiddetta “Commissione della morte”, la commissione che venne istituita per processare gli oppositori politici alla fine della guerra con l’Iraq. Raisi è esposto a sanzioni degli Stati Uniti dal 2019, accusato di importanti violazioni dei diritti umani legate al suo ruolo a capo della magistratura, fatto che lo rende il primo Presidente iraniano ad essere sanzionato prima di essere eletto.

Ebrahim Raisi ha vinto la campagna elettorale usando toni simili a quelli utilizzati 4 anni fa, nella precedente tornata delle presidenziali che vide stravincere Rouhani: si è presentato come il candidato in grado di combattere la corruzione ed ha puntato molto sul voto “degli ultimi”, con una narrativa incentrata su case popolari, sussidi economici e la volontà di creare 1 milione di posti di lavoro ogni anno. Sul fronte economico, oltre ad aver criticato ferocemente la gestione di Rouhani – e conseguentemente il lavoro dello sfidante Hemmati a capo della Banca centrale – ha insistito, come 4 anni fa, sulla volontà di rendere autonoma e indipendente l’economia iraniana. Una sorta di autarchia economico-finanziaria, che permetterebbe utopicamente al paese di essere meno esposto alla pressioni causate dalle sanzioni internazionali: per dirla con le parole di Hossein Raghfar, Professore di economia all’Università Alzahra di Teheran, un’”economia della resistenza”.

Equilibri interni

Innanzitutto, bisogna partire dal dato dell’astensionismo: per quanto i media statali iraniani abbiano mostrato a più riprese le code ai seggi nella giornata di venerdì, e i principali esponenti della Repubblica Islamica abbiano giudicato come un successo le elezioni, l’alto tasso di astensione è un campanello d’allarme per diverse ragioni.

La prima è quella che vede una disillusione tra la popolazione nei confronti della politica del paese: nei mesi precedenti alle elezioni si sono rincorse manifestazioni online (specialmente su Twitter), che invitavano le persone a non votare. Un’insofferenza trasversale, come dimostrato dalla lettera firmata da oltre 230 attivisti di spicco, o dalle recenti dichiarazioni di Ahmadinejad, Mousavi e Faezeh Hashemi (la figlia dell’ex Presidente Rafsanjani). Un dato che mette a rischio la legittimazione del nuovo governo, al quale spetta il difficile compito di far tornare a rendere appetibile il sistema istituzionale alla popolazione iraniana. L’ex Presidente Khatami ha rilasciato una dichiarazione a margine delle elezioni ringraziando chi non ha votato, ed ha aggiunto che la mancanza “di una partecipazione elettorale superiore al 50 percento è un segno che le persone sono disilluse e senza speranza”, e che “il divario tra le persone e il sistema istituzionale dovrebbe essere un pericoloso avvertimento per tutti”.

Inoltre, va sottolineato come il sistema politico iraniano attuale sia fortemente sbilanciato verso l’area conservatrice: gran parte dell’astensione è da far ricadere al boicottaggio dell’elettorato riformista (significativa, in negativo e a supporto di ciò, la partecipazione al 26% a Teheran). Con queste elezioni i conservatori si sono assicurati il ​​controllo dei tre rami formali del sistema di governo, ed avranno per i prossimi 4 anni la strada spianata per attuare la loro visione politica, non solo dal punto di vista interno ma anche nello scenario regionale e globale.

Posizione regionale

Nell’area mediorientale, l’Iran potrebbe tornare a voler esercitare un ruolo maggiormente attivo, facendo leva sui vuoti lasciati dal disimpegno statunitense e soprattutto sfruttando gli spazi di influenza conquistati dal 2015 in poi. La sinergia che attualmente va registrata tra il nuovo Presidente e l’ala più oltranzista dei militari può suggellare una ripresa dell’impegno militare nei principali teatri regionali. Non è un caso che nella prima conferenza stampa Raisi abbia indicato come “non negoziabili” i temi relativi allo sviluppo del programma missilistico (principale arma di deterrenza) e alle politiche regionali iraniane.

Le prime congratulazioni per le elezioni sono arrivate dalla Siria di Bashar al-Assad, alleato di ferro di Teheran, dallo sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktoum, vice-Presidente e Primo Ministro degli Emirati Arabi Uniti ed Emiro di Dubai (segno che il processo di distensione con gli Emirati prosegue) e dall’Oman, paese che continua a rappresentare un importante ponte di mediazione tra l’Iran e il mondo occidentale. Sul fronte opposto vanno registrate le dichiarazioni del Ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid, che ha definito Raisi come “il macellaio di Teheran” e lo ha descritto come responsabile della morte di “migliaia di iraniani”.

Sempre riguardo le politiche regionali, Raisi è un fautore del dialogo – oramai ufficialmente aperto – con l’Arabia Saudita, con il fine di tornare ad avere relazioni diplomatiche stabili.

La postura internazionale

La prima esigenza di Raisi è quella di allentare le sanzioni e dare fiato all’economia iraniana: per questo non è pensabile prevedere un’interruzione dei dialoghi con gli Stati Uniti. Il neo-Presidente (che si insedierà ufficialmente ad agosto) ha confermato che l’Iran continuerà i colloqui indiretti a Vienna fino a quando la sua amministrazione non sarà insediata. A quel punto, quello che cambierà, è certamente la narrativa: toni ancor meno accomodanti (“non incontrerò Biden” è una delle prime dichiarazioni rilasciate da Raisi) e tentativo di confinare i dialoghi solamente sulla questione nucleare. Un paio di passi indietro rispetto a quanto preventivato dalla nuova amministrazione americana. Missili e milizie non devono entrare nell’accordo, e gli Stati Uniti dovranno per primi dimostrare di voler tenere aperto il dialogo revocando le sanzioni economiche: queste, in sintesi, saranno le carte che almeno inizialmente il governo Raisi porterà sul tavolo.

Per avere qualche indicazione in più andrà aspettata la nomina del nuovo Ministro degli Esteri: un nome forte è quello di Hossein Amirabdollahian, il quale sta guidando il team di transizione della politica estera di Raisi ed è stato coinvolto nei negoziati sul nucleare iraniano durante l’amministrazione Khatami, oltre ad aver preso parte ai negoziati con gli Usa nel 2007. In generale, bisognerà porre grande attenzione ai candidati specialmente nei ruoli chiave per la politica estera e della sicurezza nazionale, considerando la poca esperienza del neo-Presidente rispetto a tali tematiche. Va però scritta una cosa: un governo di area conservatrice, con una forte alleanza con l’ala militare, ha le caratteristiche giuste per poter giungere ad un accordo con gli Stati Uniti: probabilmente meno complesso e ambizioso rispetto a quanto si potrebbe fare con i riformisti, ma certamente molto più stabile sul piano politico interno.

Sempre sulla questione alleanze internazionali, è importante sottolineare come l’asse tra Raisi e Khamenei sia solido, e che l’idea di quest’ultimo riguardo il futuro dell’Iran è chiara: l’orizzonte va spostato verso Est, stringendo l’asse con Cina e Russia. Specialmente riguardo Pechino, la volontà di una buona parte dei leader iraniani è quella di sviluppare sempre di più un partenariato strategico: il recente accordo di 25 anni, che prevede oltre 400 miliardi di investimenti cinesi in Iran a fronte di forniture energetiche a prezzo agevolato, è la via che Teheran vuole perseguire. Una cooperazione militare, finanziaria, energetica e infrastrutturale che l’Iran ritiene indispensabile per tre ragioni: prima di tutto perché i leader iraniani sostengono che gli equilibri geopolitici mondiali stiano cambiando in favore di Pechino; in secondo luogo, ritengono che l’Iran sia fondamentale per lo sviluppo della Belt and Road; terzo, perché la cooperazione con la Cina non comporterebbe rischi di ingerenze in affari interni.

Il nodo della successione

In conclusione, sarà curioso capire quanto si dimostrerà saldo l’asse tra Raisi e Khamenei. I due candidati alla successione della Guida Suprema sono Mojtaba Khamenei, figlio dell’attuale leader iraniano, e proprio Raisi. Tanti analisti credono che il neo-Presidente sia il il candidato più accreditato, grazie alle sue solide credenziali teologiche, e che Khamenei voglia investire sulla sua figura. Il precedente dopotutto è noto: nel 1989 Khamenei, alla morte di Khomeini, venne eletto Guida Suprema mentre era Presidente in carica. Per questo la strada spianata all’elezione di Raisi, un religioso, negli stessi mesi nei quali si vocifera – specialmente su media esteri – di un possibile ricambio ai vertici dell’Iran, rappresenta una coincidenza che parrebbe presupporre la volontà di istituzionalizzare la futura elezione della Guida Suprema. 

Corsi Online

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