Quali orizzonti per il Kuwait alla fine dell’era di Sabah al-Ahmed al-Sabah?

L’annuncio della morte dell’emiro Sabah al-Ahmed al-Sabah IV, considerato il grande architetto della politica estera del moderno Kuwait, ha aperto diversi interrogativi sul futuro del piccolo ma solido emirato e dell’intero Golfo arabo-persico. Dalla scelta di un principe ereditario, alla recente normalizzazione dei rapporti tra Israele e parte dei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, il nuovo emiro si trova ad affrontare numerose sfide.  

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Sabah al-Ahmed al-Sabah, il mediatore

Lo scorso 29 settembre, si è spento all’età di 91 anni l’emiro del Kuwait, ricoverato dal mese di luglio negli Stati Uniti. Figlio dell’emiro Ahmad al-Jaber al-Sabah, Sabah al-Ahmed al-Sabah è ricordato come l’architetto della politica estera del Kuwait. Intraprese la carriera diplomatica nel 1963, dopo soli due anni dall’indipedenza dalla Gran Bretagna, rivestendo la carica di Ministro degli Esteri fino al 2006, quando divenne emiro. Ha accompagnato il suo paese durante una fase tumultuosa quanto decisiva per la costruzione dell’identità storica dell’intera regione del Golfo, dalla crisi petrolifera del 1973, alla fondazione della Repubblica Islamica dell’Iran nel ‘79, alla guerra tra Iran e Iraq, all’invasione subita dal vicino Iraq che, sotto il regime di Saddam Hussein, ne rivendicava il dominio come diciannovesima provincia.


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Impegnandosi in prima persona per la risoluzione di conflitti internazionali, ha agito da intermediario tra Pakistan e Bangladesh, Giordania e territori palestinesi, Iran e altri stati del Golfo, costruendosi la fama di grande mediatore. Notevoli anche i suoi sforzi diplomatici per stabilizzare i rapporti tra i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) in occasione della prima crisi diplomatica del Golfo scoppiata nel 2014 e del successivo embargo imposto sul Qatar il 5 giugno 2017, quando Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto accusarono Doha di finanziare il terrorismo e di intrattenere una scomoda relazione con l’Iran. Lo sceicco Sabah è stato lodato internazionalmente anche per le sue numerose iniziative umanitarie, in particolare a sostegno del popolo palestinese, siriano e yemenita, per le quali, nel 2014, fu definito dall’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon “Leader di opere umanitarie”.   

Le sfide del successore Nawaf al-Sabah

A prendere il comando del paese in un periodo di particolare vulnerabilità politica ed economica è Nawaf al-Ahmad al-Sabah. Già Ministro dell’Interno nel 1978, Ministro della Difesa nel 1988, Ministro degli Affari Sociali e del Lavoro nel 1990 e principe ereditario dal 2006, lo sceicco Nawaf si è insediato il 30 settembre. Durante il giuramento di fronte all’Assemblea Generale ha richiamato il suo popolo all’unità e ha assicurato che seguirà le orme del suo predecessore perseguendo una politica di neutralità. Tuttavia, le sfide che il sovrano 83enne sta affrontando sono numerose, tanto in politica interna quanto in politica estera.

Sul piano interno, la prima tra queste è la competizione tra i due rami della famiglia al-Sabah, al-Salim e al-Jaber, che tradizionalmente si alternano al trono. Il 7 ottobre è stato annunciato attraverso un decreto reale il nome del principe ereditario. La scelta dell’emiro è ricaduta sull’ottuagenario Skeikh Mishaal al-Ahmad al-Sabah, già Vice comandante della Guardia Nazionale nonché suo fratello. La nomina del terzo principe ereditario consecutivo tra i membri della famiglia al-Jaber mal cela la volontà dei regnanti di emarginare la famiglia al-Salim, che dal 2006 vede interrotta la consuetudinaria successione. L’emiro dovrà inoltre riuscire a sanare la spaccatura tra il governo e il parlamento, rispettivamente l’organo esecutivo e quello legislativo (eletto) di un sistema politico ibrido che, scosso dai recenti scandali e accuse di corruzione che vedono coinvolti alcuni membri della famiglia regnante e dalle incalzanti richieste di riforme avanzate dalle opposizioni, rischia di paralizzarsi.

A livello regionale e internazionale, molti analisti ritengono che la linea politica del nuovo emiro non si discosterà da quella perseguita da Sheikh Sabah. Fondamentale sarà mantenere l’emirato fuori dalle controversie e dalle rivalità regionali. Un’altra sfida che l’emiro dovrà affrontare è la pressione del presidente Trump a normalizzare i rapporti con Israele, anche se la famiglia reale ha garantito che non abbandonerà la causa palestinese, ribadendo sul quotidiano kuwaitiano Al-Qabas il rifiuto a istaurare relazioni diplomatiche con Israele.

Prospettive future

Queste sfide vanno a sommarsi alle conseguenze provocate della pandemia, tra queste la diminuzione del prezzo del petrolio di cui il Kuwait è il quinto più grande produttore ed esportatore all’interno dell’OPEC che sta provocando un grave deficit di bilancio e un atteso riassetto demografico che potrebbe verosimilmente modificare il volto dell’emirato. In rispetto alle misure per incentivare l’occupazione dei lavoratori locali, infatti Kuwait City ha annunciato, per il biennio 2020-21, la sospensione delle assunzioni di lavoratori stranieri nel settore petrolifero e nella pubblica amministrazione. L’obiettivo è quello di ristabilire un equilibrio tra la popolazione autoctona e quella straniera che attualmente costituisce ben il 70% del totale.

Al nuovo emiro spetterà il compito di portare avanti il processo di diversificazione economica nell’ambito della Vision “New Kuwait 2035” e raccogliere la pesante eredità politica del mediatore Sabah al-Ahmed al-Sabah in un delicato periodo storico che vede l’emergere di una volontà politica estera più autonoma da parte dei membri di un Consiglio di Cooperazione del Golfo diviso come mai prima.

Jessica Pulsone,
Geopolitica.info