Quale futuro per l’Egitto?

Alla fine di marzo è arrivata la comunicazione ufficiale: l’Egitto eleggerà il suo nuovo presidente il 26 e 27 maggio prossimi. Un eventuale secondo turno (se nessuno ottenesse la maggioranza assoluta dei voti nel primo) avrebbe luogo a metà giugno. Ma è opinione comune che basterà il primo turno, quello di maggio,per eleggere alla presidenza il generale Al Sisi, ex ministro della difesa ed artefice del golpe del 3 luglio dell’anno passato, che mise fine alla presidenza di Morsi (durata un solo anno) e al governo dellafratellanza musulmana.

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Un Gattopardo al Cairo?

L’elezione di Al Sisi alla presidenza della repubblicasarebbe il sigillo apposto al percorso politico compiuto dall’Egitto dal 25 gennaio 2011 (quando iniziarono le sollevazioni di piazza che condussero, a febbraio, alla deposizione di Mubarak) fino ad oggi. Un percorso “a ritroso”: da un presidente di estrazione militare (Mubarak) a un altro generale – presidente, passando per la breve e tormentata stagione della presidenza Morsi e del governo islamico.

Ha incisivamente scritto Eckart Woertz che se in Egittoqualcuno fosse caduto in coma nel 2011, prima della “rivoluzione”, e si svegliasse oggi, non noterebbe molticambiamenti. Ora come allora il paese è di fattogovernato dai militari; l’opposizione è illegale o sottomessa; l’esercito mantiene una forte presa sullo stato e sull’economia; la nuova costituzione neriafferma il fattuale primato politico; le elezioni sonopoco partecipate ma producono risultati unanimi, come dimostra, da ultimo, il referendum costituzionale dello scorso gennaio (votato dal 39 per cento degli aventi diritto e concluso col 98 per cento di “sì” alla nuovacostituzione). Alla maniera del Gattopardo, insomma, in questi ultimi tre anni molto sarebbe stato cambiato per non cambiare nulla.

E’ proprio così? In gran parte sì, ma non del tutto. E’ vero, infatti, che la ritrovata stabilità politica dell’Egittoha il colore della divisa del suo esercito; ma è anche vero che in questi tre anni la società civile egiziana ha preso coscienza di sé e della propria forza; è diventata politicamente assertiva; si è “vertebrata”, dando un impulso senza precedenti alla nascita di partiti e al fiorire di associazioni e di sindacati; aspiraapertamente ad essere motore e protagonista del cambiamento politico e a rendere irreversibile questosuo nuovo ruolo. Così come è vero che un’onda di violenza senza precedenti scorre nel paese come un fiume carsico. E, su un altro versante, che dopo il golpe anti-Morsi stanno lentamente cambiando i riferimenti internazionali (e i principali finanziatori)dell’Egitto: gli Usa (e il Qatar) sono più distanti; la Russia, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti più vicini. Per tutte queste ragioni la ritrovata “stabilità” delpaese potrebbe rivelarsi solo apparente e lasciare spazio a nuovi eventi.

L’Egitto a poche settimane dalle elezioni

Cosa è accaduto, in quest’ultimo anno, nell’Egitto che si appresta ad eleggere il nuovo presidente dellarepubblica?

Il primo dato da mettere in evidenza è il seguente: la “rivoluzione” del 25 gennaio 2011 ebbe come protagonista l’intellighenzia laica, liberale, urbana che scese in piazza non soltanto contro Mubarak, macontro l’élite militare che, attraverso Mubarak, guidava il  Paese. Il breve governo della fratellanzamusulmana, a causa del profilo tendenzialmente fondamentalista che si era dato, ha riavvicinato questedue componenti della società egiziana, antagoniste di ieri. La repressione manu militari della fratellanza musulmana, seguita al golpe del 3 luglio 2013, è stata infatti apertamente sostenuta ed incoraggiata da ampie componenti dell’eterogeneo universo laico che per primo occupò le piazze del Cairo chiedendo la caduta di Mubarak e la fine del sistema di potere dei militari. In questo modo, almeno per una certa fase, le forze nasseriane, quelle nazionaliste e quelle liberali si sono ritrovate unite in una coalizione secolare e anti islamica, mentre l’islamismo politico egiziano è stato nuovamente relegato alla stessa condizione illegale patita fin dai tempi di Nasser e di Mubarak.

Il golpe anti – Morsi ha aperto la strada ad una nuovacostituzione (abrogata quella varata dagli islamici nel dicembre 2012), che ha sventato il timore di uno stato teocratico e ha riaffermato il primato politico (ed economico) dell’élite militare, vero e proprio verticedell’intero “stato profondo” egiziano. Nello stesso tempo, la nuova costituzione egiziana ha invertito il calendario politico annunciato dal governo dopo il golpe, disponendo che le elezioni presidenziali potessero precedere (come sta accadendo) quelle parlamentari.

Perché è stata compiuta questa scelta? Per il timore che nessuna forza politica laica fosse sufficientemente competitiva per le elezioni parlamentari. Sarebbe dunque stato molto meglio – questo è il calcolo prevalso fra i “nuovi” gruppi dirigenti del paese – trovare un candidato presidenziale “forte”, la cui affermazione fosse successivamente capace di trainare un’alleanza elettorale vincente nelle elezioni parlamentari. La figura più adatta a recitare questo ruolo è stata ritenuta – e pour cause – quella del generale al Sisi, catalizzatore del diffuso sentimento nazionalista e anti islamico oggi prevalente nel Paese.La sua eventuale elezione non solo influenzerebbe la strutturazione del sistema dei partiti, ma avrebbeun’altra naturale conseguenza: quella di riportare nelle mani del presidente della repubblica lo stesso grado di controllo sull’intero apparato istituzionale egiziano che ebbe ai tempi di Mubarak. E l’esercito, con un proprio esponente alla massima carica dello stato, sancirebbeuna volta di più la propria preminenza politica.

Due fatti corroborano questo scenario: il primo è che al Sisi risulta, ad oggi, privo di un vero competitor (solo Hamdeen Sabbahi, politico nasseriano, ha accettato di candidarsi); il secondo è che il prossimo parlamento egiziano, sia per la natura delle forze in campo che per la legge elettorale con la quale sarà eletto, dovrebbe nascere politicamente molto frammentato e rappresentativo di un universo di “notabili” (esponenti della business community, di ambienti legati a famiglie tradizionali o al milieu militare e dei servizi di sicurezza), più che di vere e proprie forze politichenazionali. Non sarebbe dunque in grado di imporsi al vero potere forte del paese: quello del presidente dellarepubblica.

C’è infine da valutare un altro “lascito” dell’ultimoturbolento anno di vita egiziana. Riguarda la fratellanza musulmana, oggetto di una repressione feroce comemai si era visto in passato. Eccone il bilancio sintetico:più di 2500 morti, 17mila feriti, 16mila detenuti, moltimilitanti in esilio volontario dal paese. Una recente sentenza di un tribunale egiziano, che per l’omicidio di un poliziotto durante scontri di piazza ha condannato a morte 529 fratelli musulmani, dà l’icastica rappresentazione di una volontà di distruzione totale di questa organizzazione, messa al bando con l’accusa di terrorismo, privata dei suoi beni materiali, interamente sequestrati, affinché non potesse più alimentare la trama di attività assistenziali e caritatevoli che ne favorirono, negli scorsi decenni, il forte radicamento sociale, nonostante la condizione di illegalità in cuipure formalmente versava. La repressione alla quale la fratellanza musulmana è stata (ed è) sottoposta ne ha reciso in radice ogni possibilità di trasformazione “virtuosa”. Anzi, ha dato impulso al rafforzamento nel suo seno di un’ala estremista e armata, legittimata dalla propria base a condurre un’azione violenta contro l’establishment militare e le altre forze di opposizione.

Dove va l’Egitto?

Dall’analisi fin qui svolta, posto che essa sia corretta, si possono trarre almeno le seguenti conclusioni .

La prima è che in Egitto starebbe preparandosi il ritorno alla presidenza della repubblica di un generale.Sarebbe così ristabilita una tradizione in vigore nel paese dal 1952, dopo la cacciata di re Farouk,interrotta solo dall’elezione di Morsi a giugno del 2012.La speciale sinergia fra presidenza della repubblica ed esercito restituirebbe al futuro presidente il primato su ogni altra istituzione, come fu fino alla caduta di Mubarak. Avere anticipato le elezioni presidenzialirispetto alle parlamentari comporta che il prossimopresidente, almeno per un certo tempo, non sarà“sfidato” dal Parlamento o da alcune sue componenti.Al contrario, egli si troverebbe nella condizione diforgiare un Parlamento “docile”, dominato dalle forze che gli saranno alleate. Il tragitto compiuto dall’Egitto in questi tre anni avrebbe dunque un approdo molto diverso da quello atteso nel giorno della caduta di Mubarak cioè i un esplicito autoritarismo, nel qualequalsiasi aspirazione pluralista e democratica sarebbedi fatto sacrificata.

Ma la restaurazione autoritaria – seconda conclusione – potrebbe far risorgere le antiche divaricazioni fra i militari e i settori liberali e progressisti del Paese,nonostante le convergenze di breve termine che l’anno scorso si realizzarono fra di essi in chiave anti islamica.Non è un caso che dopo l’approvazione, pochi mesi fa,di una proposta di legge molto restrittiva del diritto a manifestare (che ha portato in carcere non solo molti militanti islamici, ma anche numerosi attivisti laici)siano riemerse le prime forti tensioni fra i rivoluzionariliberal e i militari e che i primi si siano poi divisi al loro interno. Se una parte di essi considera i militari unmale, ma anche la più efficace garanzia contro ilregime teocratico agognato dai fratelli musulmani, molti altri, invece, ne rifiutano l’autoritarismo e la tendenza afar rinascere in Egitto un “mubarakismo senza Mubarak”. La stridente contraddizione che innerva oggila politica egiziana sta in ciò: il golpe dell’anno passatoha permesso di riportare un’apparente “normalità” nel paese, fino a un anno fa in preda ai conati di una latente guerra civile che ne alimentava la decrescita economica. Ma la condizione di questa “normalità” è ilpersistente primato politico dell’esercito e dei suoi vertici, cioè dell’assetto di potere contro il quale scoppiò la rivolta del 2011.

Infine, ma non da ultimo, si deve dire che la temuta deriva di una parte dell’Islam politico egiziano verso l’estremismo terrorista è tutt’altro che una ipotesi remota. Si assiste, difatti, ad un vero e proprio salto di qualità del terrorismo islamico che, debordando dalla incontrollata penisola del Sinai, ha iniziato a colpire con uccisioni e attentati dinamitardi nella capitale e nel resto del paese, con uno stillicidio quotidiano di azioniche ricorda molto da vicino le forme di violenza proprie di altri paesi arabi, come l’Iraq o lo Yemen. Le azioni più cruente sono state rivendicate da una organizzazione affiliata ad al Qaeda, venuta in possesso di buona parte degli arsenali di armi uscite dalla Libia del dopo Gheddafi. Il 29 gennaio è stato ucciso in pieno centro al Cairo un generale, stretto collaboratore del ministro dell’interno. Alla fine di marzo, sempre al Cairo, un attentato dinamitardo compiuto nei pressi dell’Università ha ucciso un altro generale. Dopo la caduta di Morsi il terrorismo si è esteso in più di dodici diverse province, prendendo di mira prevalentemente le forze armate egiziane e le varie agenzie di sicurezza da queste controllate. Il progressivo spostamento in atto di molti militanti e quadri di Al Qaeda dal Medio Oriente al nord Africacrea un ambiente sempre più favorevole a questa deriva. Sui canali di comunicazione islamica egiziani si afferma con forza sempre maggiore lo stesso refrain: la democrazia e il secolarismo sono un imbroglio, l’esercito è il nemico e l’insurrezione armata è l’unica strada per ottenere lo stato islamico. Del restio, la vera e propria decapitazione politica della fratellanza operata dall’esercito ne indebolisce ogni coordinamento e controllo interno a tutto vantaggio dell’insurrezionalismo spontaneo dei militanti più radicali, reso tanto più pericoloso dal fatto che il Medio Oriente e il nord Africa sono diventati un’area nella quale il controllo su uomini e armi è sempre più lasco. Tutto ciò fa sì che, dopo otto mesi di enfasi sulla lotta al terrorismo, la violenza sia ormai diventata in Egitto pressoché quotidiana.

Sono allora due le condizioni necessarie perché l’Egitto si stabilizzi davvero. La prima è che il futuro governo riesca a vincere la sfida della crisi economica. Se non vi riuscisse, anche il consenso sciovinistico di cui oggi gode il generale al Sisi sarebbe rapidamente eroso e la conflittualità sociale si accentuerebbe. La seconda è che il Paese e le sue élites  sappiano superare la fase delle contrapposizioni radicali e riescano a costruire un nuovo ordine politico basato su processi inclusivi. Ciò che, fino ad oggi, è del tutto mancato.