Quale futuro per il Nagorno Karabakh?

Il 9 novembre scorso è stato firmato l’accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian. Tuttavia, alcuni punti fondamentali per il futuro del Nagorno Karabakh e delle zone adiacenti non sono stati discussi. Le sorti delle migliaia di rifugiati e di sfollati interni rimane incerto, come anche lo stesso status politico nel Nagorno- Karabakh, in un gioco di strategia tra Baku, Mosca e Yerevan.

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La situazione post-bellica del Nagorno Karabakh presenta varie criticità: gran parte delle infrastrutture sono state colpite e danneggiate, tra cui scuole, reti di comunicazione e anche molte abitazioni private. A ciò si aggiungono i pericolosi effetti delle bombe a grappolo inesplose negli attacchi a Stepanakert. Come denunciato da Amnesty International, tra il 5 e il 20% delle bombe a grappolo rimane inesplosa, rintracciare questo tipo di munizioni è molto complicato ed è inoltre costoso disinnescarle, costituendo così un serio pericolo per la popolazione. Oltre a ciò, permangono le problematiche sanitarie legate al Covid-19. Già a settembre, nel Nagorno Karabakh erano stati registrati 400 casi. Tuttavia, è molto probabile che la situazione sia peggiorata per due motivi: da una parte, le strutture ospedaliere fortemente sotto pressione per via del conflitto, dall’altra la difficoltà a tracciare i casi e a garantire il distanziamento sociale tra le persone in fuga dai territori colpiti.

Sfollati e rifugiati

Uno dei punti più controversi dell’accordo di pace è sicuramente il futuro dei rifugiati e degli sfollati interni. Infatti, esso prevede che “gli sfollati interni e i rifugiati possano ritornare nel territorio del Nagorno Karabakh e nelle aree circostanti sotto la supervisione dell’ufficio delle Nazioni Unite dell’Alto Commissario per il Rifugiati”. Tuttavia, si presentano due criticità importanti. Primo, non si menziona la sorte e la sicurezza delle persone etnicamente armene che intendono rimanere nella regione e nei territori passati in mano azera, soprattutto nel caso in cui potrebbero sorgere controversie sulle proprietà con gli azeri che torneranno ad abitare quelle stesse aree. La seconda questione è ancora più controversa. Si parla infatti di un ritorno nel territorio delle persone sfollate, ma senza specificare chi siano. Ciò può riferirsi sia alle persone etnicamente azere che furono costrette a lasciare le proprie case dopo la guerra del 1992-1994, oppure può comprendere gli armeni sfollati dopo i recenti scontri. Infatti, dopo la conquista da parte dell’esercito azero di Shusha (città a maggioranza azera prima del 1994, poi riconquistata dagli armeni e ora di nuovo sotto il controllo di Baku), si è messo in moto un nuovo ciclo di spostamento.  Negli anni Novanta, dopo il successo militare armeno, erano circa 700 mila gli azeri sfollati. In quegli anni, l’Azerbaigian era lo Stato con più sfollati interni al mondo, che costituivano circa il 10% del totale della popolazione azera. L’espulsione degli azeri dalle zone del Nagorno Karabakh contribuì indubbiamente ad accrescere il senso di ingiustizia e la volontà di ritornare in queste zone, sentimenti alla base dei recenti scontri. Allo stesso modo, durante il conflitto di quest’anno e a seguito dell’accordo di pace con il ritorno di alcuni territori a Baku, 150 mila armeni hanno lasciato il terriero che abitavano. Soprattutto a Karvachar/Kalbacar, sono state numerose le scene di armeni che, poco prima di lasciare la propria casa e partire alla volta dell’Armenia, hanno dato fuoco alla propria abitazione.

Lo status legale e politico del Nagorno Karabakh

Un’altra questione fondamentale che l’accordo di pace non tratta è lo status legale e politico del Nagorno Karabakh, l’enclave azera a maggioranza armena in passato definita “Regione Autonoma del Nagorno Karabakh” (abbreviato NKAO). Lo stato di questo territorio conteso rimane quindi incerto, senza un preciso piano per la ricostruzione o la stabilizzazione dell’area.

Proprio il problema dello status politico è stato al centro delle controversie negli ultimi decenni, alla firma della pace, trascurarlo sembra essere stata un’azione deliberata. Tuttavia, il fatto di lasciare irrisolta, ancora una volta, una questione così delicata potrebbe indubbiamente avere gravi conseguenze. 

Per Baku, lo status politico del NKAO è una questione critica che Aliyev non sembra voler affrontare. Il presidente azero ha infatti dichiarato apertamente che non è intenzionato a concedere alcun tipo di status al Nagorno Karabakh dopo che le forze di peacekeeping russe lasceranno la regione, ciononostante è da tener conto che questa dichiarazione potrebbe essere volta ad attenuare lo scontento azero per una “vittoria incompleta” per il Paese.

Inoltre, dopo la conquista di Shusha, l’esercito azero non ha continuato alla volta di Stepanakert, la capitale de facto del Nagorno Karabakh. La conquista della città sarebbe stata sanguinosa e difficile ma avrebbe avuto anche un’altra conseguenza indesiderata; infatti, una volta presa la città, Baku avrebbe dovuto decidere come amministrare il territorio e la popolazione armena che lo abita, offrendo, nel caso, un alto grado di autonomia e modificando la costituzione. Invece, il problema non si è posto, affidando le sorti degli armeni del Karabakh alle forze di peacekeeping russe.

Economia e politica di uno stato de facto

Senza uno status legale e politico il Nagorno Karabakh rimane uno stato de facto, come lo è stato dalla fine della guerra del 1992-94. Ma come funziona uno stato de facto?

La definizione di stato del facto è “un’entità che ha raggiunto e mantiene la sovranità interna su un’area per un tempo prolungato, con una certo livello di legittimità interna ma con un limitato o nullo riconoscimento a livello internazionale” (Beacháin, Comai, Tsurtsumia-Zurabashvili 2016).

Come suggerito da Comai, è necessario analizzare questi Stati non esclusivamente in un’ottica di conflitto o legata alle problematiche del riconoscimento interazionale, ma anche considerarli come entità che continueranno ad esistere nel futuro post-bellico, con una loro amministrazione territoriale ed economia, proprio come il Nagorno Karabakh negli ultimi trent’anni.

L’economia del Nagorno Karabakh è abbastanza diversificata, il PIL del 2019 è stato di 603 milioni di euro, con una crescita di circa il 10%. Il settore principale è quello dell’estrazione mineraria e può contare anche su un’autosufficienza energetica grazie alla centrale idroelettrica di Sarsang. A causa dell’isolamento geopolitico, il Nagorno Karabakh è fortemente dipendente dagli aiuti esterni. Non ha infatti relazioni ufficiali, economiche e diplomatiche con alcuno Stato perché ciò implicherebbe il riconoscimento della sua indipendenza. L’Armenia fornisce al Nagorno Karabakh più della metà del suo budget, nel 2019, solo i finanziamenti diretti sono ammontati a 109 milioni di euro. Questo tipo di aiuti economici, fino al 2017 erano definiti “presiti interstatali”, ora chiamati solamente “prestiti per il budget”. Yerevan, è anche la principale destinazione dell’export del Nagorno Karabakh, per circa due terzi della produzione (mentre un terzo è esportato in Russia). L’Armenia però non è la destinazione finale: infatti molti prodotti fabbricati in Nagorno Karabakh, vengono poi rinominati “Made in Armenia” per essere nuovamente esportati all’estero.

Un peculiare aspetto dell’economia della regione è la diffusione del traffico illecito di armi e droga. Infatti, il confine de facto, permette un commercio non regolamentato di merci, evitando controlli frontalieri. Ciò contribuisce a sostenere l’economia del Nagorno Karabakh.

Nonostante non sia riconosciuta dalla comunità internazionale la autoproclamata repubblica del Nagorno Karabakh continua a rivendicare la sua indipendenza e negli anni ha sviluppato un sistema politico autonomo. Dopo ver modificato il suo assetto istituzionale nel 2017, diventando una repubblica presidenziale, nel 2020 si sono tenute le elezioni presidenziali in cui il 21 maggio 2020 Arayik Harutyunyan è diventato il quarto presidente della repubblica dell’Artsakh. La costituzione del Nagorno Karabakh, adottata solo nel 2006, 15 anni dopo la proclamazione d’indipendenza, sancisce i principi della separazione dei poteri, della giustizia sociale e dello stato di diritto; tuttavia, nella pratica, la capacità di implementare le politiche governative è molto limitata dalla situazione geopolitica, soprattutto lungo i confini, ridisegnati a seguito dei recenti scontri.


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In conclusione, la decisione di non definire lo status legale dal Nagorno Karabakh, né come indipendente, né come parte dell’Azerbaijan o dell’Armenia pone le basi per future tensioni che potrebbero nuovamente sfociare in scontri armati. Il Nagorno Karabakh rimane quindi “un’area grigia”, poco analizzata, se non nel contesto del conflitto, ma che nella pratica dovrà fare i conti con rifugiati e sfollati e un’economia in declino a causa della pandemia.  Inoltre, senza una strategia chiara di stabilizzazione e ricostruzione e un solido accordo sulle future politiche per la regione, il risentimento armeno (come lo è stato negli ultimi anni quello azero) e la presenza russa che, senza una strategia d’uscita, potrebbe essere interpretata come una forza di occupazione, potrebbero creare terreno fertile per una futura escalation.