Putin, Trump e il futuro della Siria

Il 16 luglio, a Helsinki, si terrà l’importante incontro tra Putin e Trump. Diversi i temi caldi sul tavolo: dal commercio alla situazione in Ucraina, passando per il delicato scenario mediorientale. Proprio la Siria sembra essere uno dei principali nodi da sciogliere: il ruolo dell’Iran, le perplessità di Israele e il futuro di Assad.

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Donald Trump potrebbe insistere sul ritiro delle truppe Usa dalla Siria: è una promessa di disimpegno che ha spesso sostenuto in campagna elettorale, in piena continuità con l’amministrazione precedente, e anche dopo l’ultimo raid condotto con gli alleati britannici e francesi in territorio siriano, la portavoce di Trump si è affrettata a dire che il progetto di ritiro delle truppe non era mai stato messo in dubbio.
E’ proprio di questo che si parlerà a Helsinki, come ipotizza Frederic Hof, ex consigliere del Dipartimento di Stato per la transizione in Siria: il presidente americano è intenzionato a riportare a casa i 2000 militari dislocati nel nord est del paese arabo. Sarebbe l’affermazione di una vittoria di Assad, e la consegna della ricostruzione del paese alla Russia, che al contrario della controparte statunitense è decisa a mantenere le sue basi in Siria.

Il disimpegno statunitense è chiaramente un campanello d’allarme per Israele, che tramite i suoi alti funzionari a più riprese ha dichiarato di non tollerare la presenza di uomini iraniani in Siria, specialmente a ridosso dei propri confini. Negli ultimi due mesi si sono intensificati raid e operazioni israeliane contro obiettivi della Repubblica Islamica in territorio siriano. Netanyahu ha fatto presente a Putin, nei vari incontri tra i due presidenti, che pretende la smobilitazione iraniana in Siria: un’ipotesi tutt’altro che semplice, dato che da Teheran hanno ribadito che rimarranno nel paese sino a che ne verrà fatta richiesta da Assad.
La soluzione che potrebbe accontentare entrambe le parti, con l’importante ruolo di mediatore svolto da Putin, è quella di creare un corridoio di 80 km a ridosso nei confini israeliani libero da uomini e milizie che rispondo a Teheran. Una sorta di zona cuscinetto, monitorata da Israele e sulla quale Putin non interferirebbe se, a fronte di mancato rispetto degli accordi da parte dell’Iran, l’aviazione israeliana decidesse di colpire le installazioni della Repubblica Islamica presenti nel corridoio.
Per l’Iran potrebbe essere un punto di incontro non così sconveniente da accettare per diversi motivi: prima di tutto avrebbe conseguito il suo interesse principale, cioè il mantenimento al potere di Assad, e quindi di un alleato di ferro nella regione; in seconda battuta verrebbe incontro a richieste di parti della società civile interna che chiedono un disimpegno dell’Iran dalla Siria; inoltre manterrebbe la sua presenza, strategicamente più importante per la propria sicurezza, nella zona orientale dell’Iraq. In più una pacificazione reale della Siria permetterebbe all’Iran di investire nella ricostruzione di Damasco, con le aziende di Teheran che sembrano aver ricevuto priorità nei futuri investimenti.

Una ulteriore conseguenza del disimpegno degli Stati Uniti dalla Siria è il ricongiungimento tra i curdi dello Ypg e l’esercito siriano. Il ritiro delle truppe statunitensi ha scatenato timore tra le fila dello Ypg, che rischia di essere esposto senza protezione all’ingombrante presenza turca. Per questo nelle ultime settimane ci sarebbero stati diversi incontri, a Damasco, tra membri dell’establishment siriano ed esponenti curdi. Ci sarebbe già un accordo di massima tra le parti, con il reinserimento dei combattenti dell’Ypg tra le fila dell’esercito regolare e una maggiore rappresentanza curda nella futura struttura politica della Siria. Al contrario i principali posti di frontiera sul confine iracheno e turco, al momento controllati dai curdi, torneranno sotto il controllo dell’esercito regolare.

In un contesto instabile come quello siriano, l’eventuale uscita di scena di una superpotenza genera dei vuoti che saranno colmati. La Russia di Putin si può consacrare come principale potenza garante del paese arabo per guidarne una transizione politica e una riappacificazione interna, e svolgere un ruolo di mediazione tra le potenze regionali. L’incontro di Helsinki può rappresentare un’opportunità storica per tentare di arrivare a una risoluzione di un conflitto che dura da troppo tempo.