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Putin e i traditori: l’ammutinamento di Prigožin e il destino della Wagner come avamposto russo in Africa

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La fallimentare esperienza della marcia su Mosca tentata da Evgenij Prigožine dalla sua Compagnia militare privata Wagner, interrottasi a poco più di 200 chilometri dalla capitale russa, accende i riflettori sul destino delle milizie mercenarie del Cremlino in Africa, dove il gruppo esercita un sostanziale e diffuso potere militare. Nel corso degli anni, Prigožin è riuscito a costruire nel continente africano un impero economico senza precedenti stringendo relazioni politiche con dittatori e capi di stato e definendo partnership strategiche e commerciali che lo hanno reso ricchissimo. Ma adesso, le future decisioni di Vladimir Putin sul destino dei mercenari della Wagner potrebbero alterare le relazioni con gli alleati africani, costringendo il Cremlino a dire addio al suo avamposto in Africa.

Quale sarà il destino dei paramilitari della Wagner e del loro fondatore Prigožin? La compagnia privata si sfalderà oppure verrà assorbita nei ranghi dell’esercito regolare russo come prospettato dallo stesso Vladimir Putin? Molto probabilmente queste domande sono le medesime che ronzano nella testa dei golpisti e dittatori africani che negli anni sono ricorsi ai servizi dei mercenari russi per sistemare le questioni interne dei loro paesi. 

D’altronde, la presenza sempre più capillare e pervasiva della compagnia paramilitare russa in Africa non è più un segreto.  

Per Vladimir Putin, i mercenari di Prigožin rappresentano ormai da molti anni la guarnigione di “sfondamento” nella sua politica estera e la testa di ponte di Mosca per riaffermare la sua influenza nel continente africano. La Wagner oltre ad essere una compagnia di mercenari è un’azienda dedita alla disinformazione e una holding commerciale in grado di garantire dei profitti enormi alla Russia, sfruttando le risorse minerarie nei diversi paesi nei quali opera.

Uno dei principali obiettivi della Russia è sempre stato quello di rafforzare il suo ruolo di gigante minerario sul pianeta, sviluppando tecnologia bellica da esportare per ampliare la propria sfera d’influenza. Per poter realizzare questo traguardo, negli ultimi anni, il presidente Putin ha dovuto necessariamente fare affidamento sulle capacità di pronto intervento militare e strategico dei combattenti della Wagner che hanno iniziato a gestire, sempre più autonomamente, gli affari del Cremlino all’estero, impegnandosi a fare il lavoro sporco al posto dell’esercito regolare russo.  

Dove sono gli uomini della Wagner in Africa

Ad oggi le attività dei mercenari di Prigožin nel continente africano si estendono in ben tredici stati: Libia, Eritrea, Sudan, Algeria, Mali, Burkina Faso, Camerun, Sud Sudan, Guinea equatoriale, Repubblica Centrafricana, Madagascar, Mozambico e Zimbabwe. 

Tutti questi paesi hanno in comune enormi ricchezze minerarie e una forte instabilità politica al loro interno. 

Aspetti questi, che fanno gola a Mosca dal momento che dalle parti del Cremlino la strategia è sempre la stessa: stringere accordi di partnership con governi autoritari e fortemente instabili per attrarli nella propria sfera d’influenza, allontanandoli allo stesso tempo dagli Stati Uniti e dall’UE. 

Per avere conferma del modus operandi russo, basta vedere ciò che è avvenuto, ad esempio, in diversi paesi dell’africa centrale (Mali e Repubblica centrafricana su tutti), dove il graduale ma inesorabile ritiro delle truppe francesi ha permesso al Cremlino di sostituire la propria influenza a quella di Parigi.  

Il caso della Repubblica Centrafricana è emblematico, in quanto negli ultimi anni il paese è diventato un partner privilegiato della Wagner che può contare su ben 13 basi militari dislocate nel Paese. Negli ultimi anni, Prigožin ha messo a disposizione del governo del presidente Faustin-Archange Touderà – minacciato dai ribelli e da una guerra civile – le sue milizie mercenarie, ottenendo in cambio l’accesso privilegiato alle miniere d’oro e di diamanti e il controllo di alcuni ministeri.

Le sempre più strette relazioni tra Touderà e la Wagner hanno recentemente portato il governo centrafricano a imporre il divieto di sorvolo dei droni al fine di tutelare le attività dei mercenari del Cremlino nella miniera d’oro di Ndassima, recentemente ampliata e messa in sicurezza proprio dagli uomini di Prigožin. 

La situazione della Repubblica Centrafricana non rappresenta un caso isolato. Anche in Mali e in Burkina Faso – complice anche il fallimento dell’operazione antiterrorismo Barkhane – la Wagner ha trovato ampi spazi di manovra per infiltrarsi indisturbata nell’economia e nella politica nazionali, e ora sta iniziando a far leva sulle sue posizioni privilegiate per ottenere maggiore influenza nelle dinamiche interne al Paese. In un recente rapporto dell’Africa Command degli Stati Uniti, è emerso che il Mali avrebbe pagato a Wagner il corrispettivo di 10 milioni di dollari al mese, sotto forma di risorse naturali come oro e pietre preziose. 

Il caso particolare del Sudan 

In Sudan, il recente conflitto tra l’esercito regolare del generale Abdel Fattah al Burhan e il capo delle Forze di supporto rapido (Fsr), Mohammed Hamdane Dagalo, ha segnato un nuovo livello nella gestione degli interessi strategici nel continente africano da parte delle milizie di Prigožin. Negli ultimi mesi, pur sostenendo i “berretti rossi” di Dagalo, la Wagner è rimasta di fatto molto più defilata dal centro del conflitto, preoccupandosi “solo” di far transitare le armi dalla sua base in Cirenaica (Libia) alle truppe delle Fsr.  

La strategia della Wagner in Sudan, improntata alla tutela quasi esclusiva dei propri interessi economici senza curarsi troppo di chi sarebbe stato il vincitore sul campo di battaglia, ha reso sempre più manifesto il progressivo disallineamento di Prigožin rispetto ai desiderata del Cremlino, che resta comunque il principale sponsor, nonché facilitatore autocratico, del tentato golpe messo in atto dal generale Dagalo.  

Negli anni, Prigožin ha sfruttato i rapporti di lunga data tra Mosca e Kharthoum, per avere accesso alle enormi risorse minerarie presenti sul territorio sudanese. Molte miniere sono nelle mani del generale Dagalo – armato proprio dalla Wagner – che con la sua compagnia al-junaid gestisce dal 2019 i proventi dell’industria estrattiva nazionale. Ma gli affari del fondatore della Wagner in Sudan risalgono già al 2017 quando l’allora presidente sudanese Omar al-Bashir – spinto nelle braccia del Cremlino dall’isolamento internazionale e delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti – aveva annunciato un piano per la realizzazione di una base navale russa nel Mar Rosso a Port Sudan, siglando degli accordi commerciali e per la sicurezza con il governo russo. Tali accordi vedevano coinvolte diverse aziende legate proprio a Prigožin, come la divisione sudanese della M Invest e la Meroe Gold, quest’ultima esentata dal 2018 dal pagamento della tassa del 30% imposta alle società aurifere dalla legge sudanese. 

L’Africa rappresenta l’ultima trincea della Wagner

Tuttavia, dopo la folle giornata del 24 giugno, il ruolo della Wagner in Africa quale avamposto del Cremlino, così faticosamente costruito negli anni dal loro stesso fondatore Prigožin, rischia di sgretolarsi come neve al sole. Per il momento, però, nel continente africano non si segnalano particolari movimenti sulle attività dei mercenari. 

Del resto, gli uomini di Prigožin sono abituati a lavorare in autonomia e possono continuare a svolgere le loro attività – che vanno dalla sicurezza, allo sfruttamento delle risorse naturali, sino alle manovre di disinformazione – del tutto indisturbati.  

Sul fronte delle relazioni diplomatiche, non stupisce nemmeno il silenzio dei portavoce dei governi del Mali e della Repubblica Centrafricana che si sono rifiutati di commentare la marcia dei combattenti di Wagner su Mosca così come la presa della città russa di Rostov sul Don. L’atteggiamento di questi paesi la dice lunga sui legami che la Compagnia di Prigožin è riuscita a costruire nel tempo a colpi di corruzione, vendita di armi e contratti miliardari per la sicurezza.   

In Africa sanno bene che la presenza di Wagner nel continente africano è sempre stata sponsorizzata dal Cremlino. Questo significa che se i mercenari entrano in contrasto con la propria casa madre – come avvenuto di recente – i problemi interni tra Putin e Wagner rischiano di ripercuotersi sul fronte della sicurezza nazionale di quei paesi che hanno scelto di fidarsi della Russia. 

Estromettere i combattenti di Prigožin dall’Africa non sarà un’impresa facile, poiché alla conferma o meno del ruolo della Wagner nel continente è connessa la necessità di Mosca di rassicurare i propri alleati (soprattutto in Africa) sulla stabilità della presenza internazionale del Cremlino.

Inoltre, anche se i russi decidessero di sospendere, così su due piedi, buona parte delle attività della Wagner in Africa, con l’intento di produrre un effetto negativo sulle finanze del gruppo paramilitare, dovrebbero comunque ingegnarsi per trovare un altro modo per fronteggiare l’instabilità dei territori ad oggi sotto il controllo delle truppe di Prigožin. 

E sebbene le conseguenze esatte di ciò che potrebbe accadere non siano ovviamente prevedibili poiché i fattori in gioco sono tanti, è comunque ipotizzabile che la catena di comando della Wagner non rimarrebbe a guardare mentre Vladimir Putin si adopera per smantellare la loro autonomia organizzativa, magari sopprimendo gli uomini più vicini al ribelle Prigožin.

Nel discorso pronunciato la sera del 26 giugno, il presidente della federazione russa ha offerto ai mercenari della Wagner la scelta tra entrare nell’esercito regolare, trasferirsi in Bielorussia o tornare a casa. La proposta dello zar sembrerebbe, però, andare in direzione contraria rispetto alle dichiarazioni rilasciate dal suo fedele ministro degli esteri, Sergej Lavrov, secondo il quale il gruppo paramilitare Wagner continuerà ad operare in Paesi come il Mali o la Repubblica Centrafricana.

Infine, c’è la questione legata alla logistica e all’approvvigionamento della compagnia mercenaria che secondo molti analisti sarebbe nelle mani dell’esercito russo. Aspetto questo che dovrebbe, almeno in teoria, rendere più semplice il collasso delle milizie di Prigožin, minandone la sopravvivenza all’estero. Ma anche se le cose stessero in questi termini, bisognerebbe comunque fare i conti con il fatto che il gruppo di combattenti della Wagner non è un semplice manipolo di mercenari che può essere silenziato senza conseguenze, bensì è un gruppo organizzato e per anni sostenuto dallo Stato russo che conta decine di migliaia di uomini operativi. 

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