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Putin e il “grande rischio” della potenza revisionista: che cosa ci insegna Federico il Grande

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Con la decisione di attaccare l’Ucraina, la Russia di Putin ha confermato la sua natura di potenza revisionista e sfidante dell’ordine internazionale, scegliendo di collocarsi “al di fuori delle regole”. Infrangere gli schemi su cui si regge il sistema internazionale, modificando l’assetto politico-territoriale generalmente riconosciuto e scalfendo il balance of power mondiale è stato un atteggiamento tipico di tutte le potenze in ascesa o revisioniste dell’Europa moderna, dalla Francia di Luigi XIV alla Germania di Hitler, passando per la Prussia di Federico II e la Francia di Napoleone. In particolare, la crisi ucraina – nata nel 2014 per l’annessione russa della Crimea – ricorda da vicino la crisi austro-prussiana in seguito all’invasione e annessione prussiana della Slesia. Proprio come Federico il Grande, Putin sembra dover combattere oggi questa “nuova Guerra dei Sette Anni” per confermare il possesso della Crimea del 2014. Il parallelismo tra Federico II e Putin dimostra chiaramente come il sistema internazionale, guidato dall’egemone e dalle sue strutture di potere economico-militare, agisca in modo simile, attivando un meccanismo di autodifesa contro il revisionista di turno. In questo senso, la potenza revisionista si assume un enorme “rischio” volto a ribaltare lo status quo internazionale, che trova sempre espressione nel ricorso allo strumento militare, e che ha per obiettivo l’affermazione definitiva del revisionista o il suo altrettanto definitivo declassamento.

Il revisionismo politico-territoriale come strumento di modifica dell’ordine internazionale da parte della potenza sfidante

La storia ci insegna che in politica internazionale il revisionismo di una potenza comincia con la volontà di modificare lo status quo geografico-politico. Secondo uno schema vecchio ormai di secoli, l’ordine internazionale subisce delle modifiche nel momento in cui uno Stato decide di modificare l’assetto politico-territoriale stabilito. Ancora oggi, l’idealismo di matrice liberale e la diffusione a livello globale del modello liberaldemocratico e liberista continuano a trovare uno scoglio insormontabile nella persistenza di alcune potenze internazionali che antepongono alle logiche della globalizzazione gli interessi nazionali e la difesa della sovranità. In una parola, la “fine della Storia” ha dovuto fare i conti con la “rivincita della Geografia”: l’intervento militare russo in Ucraina lo dimostra chiaramente. Oggi la Russia di Putin, conscia della “catastrofe russa” successiva allo scioglimento dell’URSS, incarna il perfetto esempio di potenza insoddisfatta che, attraverso il ruolo di sfidante dell’ordine mondiale unipolare a guida statunitense, porta avanti una politica revisionista con implicazioni territoriali. Tuttavia, una politica di revisionismo territoriale implica un enorme rischio da parte della potenza sfidante, in quanto il sistema internazionale rappresentato dalla potenza egemone e dai suoi alleati risponderà con tutti i mezzi a disposizione per evitare una modifica al vantaggioso status quo. Proprio come un corpo indebolito da un virus, il sistema internazionale produrrà degli anticorpi volti a contrastare e infine sconfiggere la potenza revisionista. La storia europea moderna è ricca di esempi di potenze revisioniste contrastate dal “sistema”: la Francia del Re Sole, la Prussia federiciana, la Francia napoleonica e le Germanie guglielmina e hitleriana costituiscono dei noti esempi. In particolare, nei casi di Napoleone e Guglielmo II, l’egemone e balancer britannico ha svolto il chiaro ruolo di evitare che la potenza sfidante potesse ottenere la vittoria e cambiare le regole del sistema. Oggi la Russia sfida insieme alla Cina l’ordine unipolare nato nel 1991 e lo fa con una politica aggressiva di revisionismo territoriale che, in caso di vittoria, potrebbe davvero confermare la transizione del sistema internazionale verso il modello del multipolarismo.

Federico il Grande e la conquista della Slesia: un gioco a somma zero basato sul rischio

Le campagne di Federico il Grande di Prussia volte alla conquista della Slesia insegnano come uno Stato revisionista e in ascesa ceda alla tentazione di usare lo strumento militare come mezzo per modificare l’assetto geografico-politico. Tuttavia, questa strategia ha sempre comportato degli enormi rischi per la potenza revisionista: trattandosi di un “gioco a somma zero”, essa implica guadagni esclusivi per uno solo dei contendenti, ossia rispettivamente il revisionista o il garante dello status quo. In questo contesto, il “rischio” dello Stato revisionista rappresenta il prezzo che esso è disposto a pagare, che consiste o nella conferma della sua ascesa a potenza mondiale o nel suo definitivo declino a potenza di secondo ordine. Nel 1740, allo scoppio della guerra di successione austriaca, che si protrarrà fino alla Pace di Aquisgrana del 1748, Federico il Grande occupò la regione asburgica della Slesia senza neppure una preliminare e formale dichiarazione di guerra. Nel 1756 lo sfidante prussiano dell’ordine europeo fu nuovamente costretto a scendere in campo in quella che sarebbe diventata la Guerra dei Sette Anni e che si sarebbe conclusa nel 1763 con la Pace di Hubertusburg. Il conflitto vide una coalizione europea composta da Austria, Francia, Sassonia, Svezia e Russia contro la Prussia, alleata soltanto con la Gran Bretagna – impegnata nella guerra coloniale in America contro la Francia. Come è noto, Federico fu più di una volta sul punto di capitolare. L’evento principale che salvò la Prussia dalla sconfitta fu il ribaltamento delle alleanze della Russia, che alla morte della zarina Elisabetta nel 1762, sostituita dal filoprussiano Pietro III, chiese la pace e offrì addirittura aiuto militare ai prussiani: questo evento viene ricordato come il “miracolo della casata di Brandeburgo”. Di conseguenza, l’esito della guerra confermò il possesso prussiano della Slesia. La strategia di annessione prussiana della Slesia – non priva di machiavellismo e basata sulla politica del fatto compiuto – garantì alla Prussia di ascendere gradualmente a potenza egemone nel mondo germanico, giungendo attraverso le spartizioni polacche di fine Settecento e poi le guerre tedesco-danese, austro-prussiana e franco-prussiana nella seconda metà dell’Ottocento all’unificazione tedesca.

La Crimea come “Slesia” della Russia: il grande rischio di Putin in Ucraina

Le dinamiche della crisi – e ormai guerra – in Ucraina ricordano in parte quelle affrontate dall’Europa nel corso delle guerre di Federico il Grande. Come nel 1740, adducendo pretesti vari, Federico aveva annesso come “fatto compiuto” la Slesia, così nel 2014 Putin aveva incorporato sulla base del principio riconosciuto dal diritto internazionale di autodeterminazione nazionale – ma contro quello di salvaguardia dell’integrità territoriale degli Stati – la Crimea; allo stesso modo, come nel 1756 Federico combatté una nuova guerra per confermare il possesso della Slesia, così oggi Putin combatte in Ucraina una guerra che tra i suoi obiettivi ufficiali ha il riconoscimento internazionale dell’annessione russa della Crimea. Il ruolo odierno della Russia, sanzionata e condannata da una coalizione di almeno trenta paesi occidentali ma con un significativo sostegno della Cina, ricorda in parte quello della Prussia di Federico, che per sette anni lottò contro una formidabile coalizione europea appoggiato dalla sola Gran Bretagna. Inoltre, oggi grava su Putin lo stesso rischio formidabile che dovette affrontare Federico: l’esito del conflitto condurrà o a una vittoria decisiva per l’affermazione della Russia come potenza mondiale nel contesto di un sistema multipolare o a una sconfitta altrettanto decisiva che condannerà Mosca a rivestire il ruolo di potenza di secondo o terzo ordine. Inoltre, tanto in caso di vittoria che di sconfitta, l’esito della guerra creerà uno scenario che potrà costituire o un precedente o un monito per gli altri grandi attori insoddisfatti e revisionisti del panorama globale, dall’area indo-pacifica allo scacchiere balcanico, caucasico e mediorientale. Ad oggi l’andamento del conflitto è ancora incerto, ma proprio Federico il Grande ci insegna che nei momenti meno attesi avviene un “miracolo”: forse anche Putin avrà il suo miracolo e vincerà, passando alla storia come “miracolo di Pietroburgo”.

Paolo Pizzolo,
CEMAS Sapienza

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