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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoCosa ha detto veramente Putin nell’intervista a Tucker Carlson

Cosa ha detto veramente Putin nell’intervista a Tucker Carlson

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L’intervista rilasciata da Vladimir Putin a Tucker Carlson rappresenta anzitutto un fatto di enorme rilevanza nella comunicazione occidentale e più in generale nel sistema mediatico del nostro mondo e nella sua possibile evoluzione, ma soprattutto indica alcuni elementi di estremo interesse geopolitico che vanno messi nella giusta luce, al di fuori della logica propagandista dell’una e dell’altra parte.

Nelle due ore di dialogo, in cui per la verità le domande del giornalista americano sono state non sempre incalzanti, Putin ha espresso alcuni concetti che ha già ribadito a più riprese dal fatidico 24 febbraio 2022, sapendo benissimo che il pubblico di riferimento – contrariamente alle altre occasioni – sarebbe stato prevalentemente quello statunitense e dell’“Occidente allargato”, di quel “miliardo d’oro” occidentale cui più volte nel corso dell’intervista ha fatto riferimento.

Il primo elemento che salta agli occhi è la volontà del presidente russo di mostrarsi lucido e lineare nella sua argomentazione, sebbene non sempre sia apparsa convincente, nonché aperto a trattative di pace e a pervenire a una pacificazione mondiale. Fin dalle prime battute ha voluto ripercorrere le tappe storiche di lunghissimo periodo per ribadire la comune identità ucraina con quella russa, richiamandosi alla legittimità dell’azione bellica per una rivendicazione che, nella sua visione, sarebbe pienamente motivata dalla storia e dalla geografia. Questa lunga premessa storico-geografica si discosta un poco dalla solita narrazione del Cremlino basata prevalentemente sui fatti più recenti: e in effetti all’osservatore neutrale rischia di sembrare un richiamo forzato all’uso della forza militare, mentre le vicende da Euromaidan in poi hanno avuto assai meno spazio nel corso dell’intervista.

Sebbene molti commentatori abbiano messo in luce le ripetute allusioni di Putin a poteri collaterali a quelli ufficiali delle amministrazioni statunitensi, evidenziando in quante occasioni dopo un accordo verbale con presidenti americani non si sia potuto dar seguito a quegli accordi per via dell’intromissione di generici “staff presidenziali”, in realtà le questioni più interessanti dell’intervista sono altre. Putin anzitutto quasi discolpa i suoi interlocutori, mettendone in luce gli aspetti più umani e quasi la loro non colpevolezza per errori del passato, dettati più che altro da soggetti non chiaramente identificabili: è il caso ad esempio del suo amico George W. Bush, descritto in maniera inedita rispetto a un certo immaginario collettivo. Non risparmia poi accuse assai più taglienti ai governanti europei, che vengono delineati come totalmente appiattiti a logiche estranee all’interesse nazionale e sopraffatti da una logica collettiva che va contro i loro stessi popoli. Esplicita più chiaramente il caso tedesco e l’illogicità di certe politiche energetiche e delle sanzioni contro la Russia: “le persone sono molto incompetenti e la testa di certi governanti è come il legno di questo tavolo”.

Uno degli elementi più rilevanti delle due ore è il passaggio sulla distruzione del Nord Stream e la parziale distruzione del Nord Stream2. Non solo perché il capo del Cremlino ha accusato apertamente la Cia di aver pianificato l’azione di sabotaggio, ma soprattutto perché ha riproposto all’attenzione del pubblico un tema cruciale, sebbene elementare: “cui prodest?”. Questa semplice domanda, che dovrebbe essere alla base di ogni analisi di carattere geopolitico e di politica internazionale, è stata troppo spesso trascurata dai media occidentali per lasciare invece spazio a bizzarre congetture che non riuscivano a dar conto della realtà dei fatti e delle vere motivazioni alla base di certe politiche. Oltretutto, non è ancora giunta alcuna smentita ufficiale da parte statunitense sul fatto specifico.

Certamente, però, il nodo cruciale di tutto il dialogo, quello che avrebbe dovuto fare i titoli dei principali quotidiani italiani, i quali hanno invece preferito trascurare quasi totalmente quella che molti definiscono una storica intervista, è la disponibilità dichiarata più volte da Putin – sottolineata soprattutto nel finale dell’intervista – a pervenire a negoziati con l’Ucraina e la perseveranza occidentale nel reiterare le sanzioni e la difesa ucraiana. In parte smentisce ciò che aveva dichiarato poco prima: a domanda esplicita di Carlson sul “perché non chiama Biden e risolve questo problema”, è lui stesso che sostiene che non ha intenzione al momento di dialogare con l’amministrazione statunitense, ritenuta la vera interlocutrice della proxy war, che da par sua dovrebbe terminare la fornitura di armi, non ricordando nemmeno quando abbia parlato l’ultima volta con Biden.

Ebbene, l’altro elemento storico è la diretta accusa a Boris Johnson di aver volutamente sabotato i negoziati che erano stati avviati dopo le prime battute dell’invasione, un’accusa che peraltro non ha lasciato silente l’ex premier britannico, il quale ha genericamente risposto che Putin ha rilasciato dichiarazioni false. Queste accuse di Putin fanno poi il paio con quel mantra, ripetuto spesso in questi due anni, dell’allargamento a Est della Nato e della minaccia percepita dalla Russia.

Smentendo poi la davvero debole argomentazione di molti media occidentali, relativa a una presunta volontà russa di estendere il proprio raggio d’azione a Occidente, Putin ha semplicemente risposto a Carlson che la minaccia russa viene enormemente “gonfiata dai media occidentali”, perché non “abbiamo interessi né in Polonia né in Lettonia e risponderemmo solo in caso di un attacco ricevuto” e “non abbiamo interesse ad allargarci territorialmente che porterebbe a una guerra globale”.

C’è un’ulteriore questione su cui Putin si è soffermato in diversi momenti dell’intervista: la differenza culturale tra l’Occidente e la Russia. È, questo, un aspetto poco considerato nelle analisi di questi giorni, che per lo più si sono basate su attacchi personali al giornalista statunitense e non sulla lettura delle parole del presidente russo, ma che risulta centrale nella narrazione putiniana: non solo perché si è riferito agli elementi in comune della storia, della cultura e della religione con l’Ucraina, ma ancor di più perché ha fatto riferimento a quelle radici identitarie su cui sa di poter fare leva sul proprio popolo e, forse, anche su una certa sensibilità occidentale a quei valori religiosi e più in generale tradizionali evocati da Putin. Infine, la questione comunicativa: piaccia o meno, quello di Carlson è un colpo di enorme importanza comunicativa e politica, sottolineata dallo stesso leader russo, che ha implicitamente apprezzato il lavoro del suo interlocutore affermando che “I giornalisti lavorano come medici, perché un mondo suddiviso in due è come una persona bipolare, che va curata”. Non solo il giornalista ex Fox news ha inaugurato – d’intesa con Elon Musk – un nuovo modo di comunicare senza filtri di editori esterni, e con enormi numeri di spettatori, ma ha forse aperto nuovi spazi mediatici, in cui il pubblico sembra sempre più affidarsi a giornalisti freelance piuttosto che alle piattaforme tradizionali. E sarebbe bello che questo modo di fare giornalismo trovi interpreti anche da noi, piuttosto di alimentare una visione unilaterale, troppo spesso dettata da wishful thinking e da pressioni esogene, che non contribuiscono alla pacificazione mondiale e alla ricostruzione vera e oggettiva dei fatti storici. Il potere dei media è ancora effettivo. E giornalisti veri potrebbero, in tal senso, fare davvero la differenza

Alessandro Ricci

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