Psicosi da Brexit

La parola Brexit, che risuona ormai da tempo nello scenario europeo, si riferisce al noto referendum britannico indetto per chiedere al popolo di esprimersi sulla volontà di restare o meno nell’Unione Europea. Si è svolto il 23 giugno 2016 e si è concluso con la vittoria del fronte favorevole all’uscita (52%).

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Per la messa in pratica dell’uscita occorre però tempo, come prevede l’Articolo 50 del Trattato UE. Theresa May con un emendamento alla Repeal Bill, la legge quadro sul divorzio dall’UE, ha fissato infatti la data dell’uscita per venerdì 29 marzo 2019.

Ma come è la situazione a due anni esatti dal referendum?

Al termine di numerosi e difficili round di negoziati tra la Gran Bretagna e l’UE, ed una serie di accordi che tracciano provvisoriamente la via futura, è il momento di fare un bilancio sull’impatto della Brexit per l’economia britannica. “È una guerra civile a malapena nascosta”, afferma il giornalista britannico Will Hutton, senza mezzi termini. Sull’economia si manifestano  più marcati gli schieramenti: il fronte pro-Ue sottolinea che l’economia del paese è passata da essere la più dinamica in Europa a essere all’ultimo posto del G-7. La crescita annuale del Pil, che era di 2,3% al 2015, è rallentata all’1,7% del 2017. Le incertezze hanno impedito all’economia di sfruttare il vento a favore della ripresa globale sincronizzata. I sostenitori della Brexit preferiscono invece rimarcare la capacità di resistenza che l’economia britannica ha dimostrato nel periodo di incertezza successivo al referendum. L’indebolimento della sterlina, ha certamente penalizzato i consumatori, ma ha rilanciato le esportazioni, aumentate del 6% lo scorso anno. La convinzione è che superata la fase di transazione, l’economia potrà tornare a spiegare le ali una volta liberatasi dai freni imposti dall’appartenenza all’Ue. Per quanto concerne il fronte della politica monetaria, la Gran Bretagna potrebbe allinearsi alla Fed americana anziché alla BCE. Dopo un decennio di tassi invariati ai minimi storici, la Bank of England, ha alzato i tassi allo 0,5% nel novembre 2017 e la previsione, dato che l’inflazione anche se in calo resta ancora ben oltre il tasso programmato, è che la BoE proceda con altri due ritocchi al rialzo.

Per quanto si debba ammettere che la verità stia in “medias res”, la realtà è che da un lato non c’è certamente stato il tanto temuto esodo di banche e banchieri al di fuori della City e che gli studenti UE presenti in Gran Bretagna posso stare relativamente tranquilli per il loro percorso di studi; ma dall’altro lato il clima di incertezza ed instabilità fa tremare il Paese. Secondo le recenti stime del Fondo Monetario Internazionale sull’andamento del PIL globale infatti, il Regno Unito si vede retrocesso nella “serie B occidentale”, assieme ad Italia e Giappone, situazione a cui certamente il Paese non era abituato; e la situazione, secondo l’FmI, tenderà a restare uguale o addirittura peggiorare a prescindere dai possibili scenari sull’uscita dall’Ue: che sia una soft Brexit, hard Brexit o divorzio senza alcun accordo.

Altro dato catastrofico è il lavoro in picchiata: dal 2016 il Regno Unito ha perso 130.548 posti. Si teme infatti che Rolls Royce e Aribus chiudano gli stabilimenti. Quest’ultima soprattutto ha dichiarato, il 22 giugno, che ritirerà i suoi investimenti se non sarà garantita la permanenza del Regno Unito nel sistema europeo di certificazione della sicurezza aerea, nel mercato unico e nell’unione doganale. Ma oggi, sostiene la Airbus, questo non può essere garantito perché non c’è chiarezza su quale potrà essere il regime economico adottato dal Regno Unito alla fine del periodo di transizione che porterà all’uscita dall’Unione. L’abbandono del Paese da parte dell’azienda sarebbe un bel colpo, da infatti lavoro a 14mila persone direttamente e 100mila indirettamente. La fabbrica che costruisce le ali degli aerei nel Nord del Galles, una regione dove la maggioranza ha votato per la Brexit, ha 6mila dipendenti.

Quello che succede nel campo della sicurezza aerea vale anche per la medicina. L’Agenzia europea del farmaco, che si sta spostando da Londra ai Paesi Bassi, fissa gli standard farmaceutici continentali. Anche in questo caso serve un continente intero per fare ricerca, sviluppare prototipi, fare test e mettere in commercio un farmaco. Fuori da questo quadro normativo e commerciale, e con un servizio sanitario nazionale vacillante, un’altra colonna portante dell’economia britannica potrebbe crollare.

Anche l’industria automobilistica da chiari segnali. La Bmw ha annunciato che una hard Brexit la costringerebbe a costose misure di compensazione. La Tata invece, ha già annunciato che sposterà la produzione della Discovery Land Rover in Slovacchia.Ed anche l’industria spaziale sta per essere danneggiata data la possibile esclusione dal sistema di posizionamento satellitare Galileo, sviluppato in Europa.

Non si può poi tralasciare l’insostenibile aumento dei prezzi, ed il settore della manifattura sarà tra i più colpiti. L’11% delle imprese ha registrato una diminuzione degli ordinativi o un taglio dei contratti, in base ad un’indagine condotta dal Chartered Institute of Procurement and Supply.

Ma nonostante questo scenario, a cui si deve aggiungere il deprezzamento della sterlina, calata di più del 10% dal giugno del 2016; la riduzione degli investimenti e la frenata economica, i sostenitori della Brext sono indifferenti perché sostengono che tutto questo, ed in particolare l’indebolimento delle attività produttive britanniche, sia un prezzo che vale la pena pagare nella prospettiva di una politica commerciale indipendente. Ma con chi si commercerebbe poi?Le uniche economie di peso fuori dalla rete di accordi dell’Unione sono gli Stati Uniti, l’India e la Cina, che non possono essere disposte a firmare un accordo con Londra, dato il periodo di importanti guerre commerciali.

“Diventa sempre più chiaro quanto fosse conveniente l’accordo tra il Regno Unito e l’Unione. Il Paese poteva essere una potenza mondiale, invece la politica britannica è paralizzata”, sostiene W. Hutton. Per questo motivo, un numero sempre più crescente di politici di entrambi gli schieramenti, pensa che l’unico modo di uscire da questo vicolo cieco sia tornare al voto popolare; il 23 giugno infatti, si è svolta a Londra una marcia che chiedeva un nuovo referendum. Una seconda possibilità che aprirerebbe nuovi scenari.