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La polveriera libica

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Nonostante la complessa questione delle “Libie” sia negli ultimi tempi passata in secondo piano, le scintille degli ultimi giorni rischiano velocemente di far divampare nuovamente un incendio a pochi chilometri dalle nostre coste. Nei giorni scorsi, infatti, le principali città libiche sono state scosse da una serie di manifestazioni violente (a Tobruk è stato dato alle fiamme il palazzo della Camera dei rappresentanti), scatenate presumibilmente da un drastico deterioramento delle condizioni di vita (il prezzo dei generi alimentari, ad esempio, è aumentato esponenzialmente, anche a causa della crisi ucraina). Tuttavia, scavando affondo nel contesto socio-politico libico, possiamo constatare come la violenza sia riconducibile ad un disagio più profondo, ascrivibile alla profonda crisi politica generata dalla frattura difficilmente sanabile tra Tripoli e Tobruk. 

La radice di questa ulteriore crisi, che aggrava ulteriormente lo scontro tra Tripolitania e Cirenaica, ha origine nel voto del 10 febbraio, che ha visto la Camera dei Rappresentanti (HoR) di Tobruk prendere le distanze dalla roadmap fissata dall’Onu ed incaricare l’ex ministro dell’Interno del Gna Fathi Bashagha di formare un governo parallelo – che ha ricevuto la fiducia del parlamento libico il 1° marzo – a quello installato nella capitale e guidato dal premier Abdulhamid Dabaiba. L’iniziativa è frutto di un accordo tra il presidente dell’HoR Aguila Saleh, e il comandante dell’Esercito nazionale libico, Khalifa Haftar. Ciò consente a Bashagha un consenso trasversale tra parte delle milizie tripolino-misuratine e cirenaiche.

Haftar, quindi, persiste nel voler mettere le mani su Tripoli, stavolta avvalendosi del cavallo di Troia Bashagha. I tripolitani fedeli a Dabaiba si preparano a difendere la capitale, o meglio la loro sopravvivenza, non solo politica. Finora i tentativi di Bashagha di rovesciare politicamente il capo del Governo di unità nazionale – il cui mandato avrebbe dovuto concludersi in coincidenza con le elezioni del 24 dicembre 2021, poi rimandate – e insediarsi a Tripoli sono falliti ed il primo ministro ad interim Dabaiba, forte del supporto degli USA e della Turchia, ha ribadito la volontà di restare in carica, impedendo fisicamente al suo avversario di raggiungere Tripoli mediante la chiusura dello spazio aereo libico e il conseguente blocco dei voli interni (ma non di quelli internazionali) e schierando le milizie a lui fedeli all’aeroporto di Mitiga.

Le valutazioni che sino ad ora hanno impedito un’azione decisa di Bashagha sono di natura prettamente tattica, poiché l’obbiettivo dichiarato dell’ex ministro non è tanto quello di porsi a capo di una delle molteplici fazioni libiche, quanto piuttosto ricomporre il fratturato quadro libico. L’operazione sarebbe fattibile grazie alla triangolazione con Saleh ed Haftar, che gli assicurano il loro sostegno e quello dei loro sponsor (Russia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia). In quanto misuratino ed ex membro del Governo di accordo nazionale, poi, gode del supporto (o comunque della non ostilità) di parte dell’opinione pubblica della Tripolitania e della Turchia. Sostegno quest’ultimo, che potrebbe perdere se muovesse direttamente verso la capitale con il supporto delle milizie tripolino-misuratine a lui fedeli per destituire forzatamente Dabaiba. Ankara, infatti, ne potrebbe negoziare la sostituzione “politica”, ma non un rovesciamento violento.

Allo stallo concorrono, parallelamente, l’indisponibilità degli attori esterni coinvolti nel teatro libico a lanciarsi in un nuovo conflitto. La Turchia, dal canto suo, si è spesa negli ultimi tempi in grandi sforzi diplomatici per normalizzare i rapporti con Emirati Arabi Uniti ed Egitto (è in corso una difficile riconciliazione con quest’ultimo). Abu Dhabi e Il Cairo, d’altro canto, sono memori della “sconfitta” subita nel 2020 (scenario che potrebbe con molta probabilità ripetersi nel breve) e sono alle prese con complesse congiunture geopolitiche (l’Egitto con la drammatica questione alimentare e gli Emirati con l’intricata questione iraniana). La Russia, infine, è alle prese con il conflitto contro l’Ucraina e non sembra voler impiegare grandi risorse attualmente sul fronte libico.

Ciononostante, il precario equilibrio di questo stallo mantenuto sino ad ora potrebbe non reggere l’esplosione delle forti proteste di questi giorni. Le dinamiche dell’ultimo mese confermano che, in assenza di un’iniziativa violenta volta a rovesciarlo, Dabaiba potrebbe essere in grado di conservare il suo potere a Tripoli, reprimendo con forza i tumulti infiltrati, secondo lo stesso premier, da elementi dell’opposizione. D’altra parte, la prolungata inazione rischia di logorare Bashagha, che in seguito all’accordo con i cirenaici e con le milizie tripolitane uscite dal fronte anti-Haftar allestito da Ankara nel 2020, ha perso gran parte della sua autonomia ed è sempre più ostaggio dei suoi stessi sponsor, che, anche in ragione della politica dura ed intransigente adottata nei loro confronti da Dabaiba, intendono spingere l’ex ministro dell’Interno a passare all’azione. O addirittura prendere l’iniziativa nelle loro mani, mettendo Bashagha di fronte al fatto compiuto. Infine, ma non per importanza, lo stesso Haftar potrebbe cavalcare l’onda delle difficoltà del fronte tripolitano, alimentando le proteste e muovendo nuovamente su Tripoli.

La complessità interna, poi, potrebbe precipitare ulteriormente a fronte delle dinamiche di riassestamento nei rapporti tra Usa-Turchia-Russia. Il fattore che ha maggiormente contribuito a stabilizzare lo spazio libico nell’ultimo anno e mezzo è stata l’intesa informale tra Ankara e Mosca, con la quale le due potenze si erano spartite il territorio libico lungo la linea Sirte-Jufra; ciò con il placido silenzio-assenso degli Stati Uniti che hanno sempre osservato da lontano, e senza grande interesse, il disastro libico. L’aggressione russa all’Ucraina e l’intenzione della stessa di rivedere l’assetto securitario globale potrebbero indurre Washington a rivedere la propria postura in Nord Africa. Un confronto diretto USA-Russia in Libia andrebbe escluso, ma Washington potrebbe chiedere all’alleato turco (anche alla luce del nuovo “Concetto strategico NATO”) di rivedere la sua postura accomodante negli ultimi tempi, così da mettere alla prova la narrazione centrata sul contenimento della Russia con cui i turchi hanno legittimato agli occhi degli americani le loro iniziative libiche e, parallelamente, aprire un nuovo fronte che indebolisca Mosca. 

Paradossalmente in una fase in cui le “Libie” sono scivolate nella lista delle priorità delle potenze regionali, distratte da questioni geopolitiche e vicende interne decisamente più pressanti, l’instabilità politica e sociale potrebbe nuovamente far esplodere la polveriera libica, trascinando i principali attori regionali (e globali) in un ulteriore fronte.

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