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Cosa ci dicono le proteste in Francia su identità e territorio

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A una settimana dall’uccisione da parte di un poliziotto francese di Nahel, il giovane di origini algerine, a Nanterre, continuano i disordini che configurano una mappa piuttosto diffusa delle contestazioni e di un malcontento che ormai, dopo le altre numerose rivolte nelle banlieue, dopo i diversi attentati terroristici ad opera dello Stato Islamico (qui, abbiamo ricordato pochi giorni fa il processo V13), dopo la protesta dei Gilet jaunes durata 50 settimane e fermata solo dalle restrizioni pandemiche, sembra essere una costante in Francia. Sono oltre 80 gli arrestati solo a Parigi nel fine settimana, e molti altri a Rennes, Nizza, Lione, Marsiglia: la maggior parte di loro sono giovani, o giovanissimi, anche di 12-14 anni, di quarte generazioni di immigrati, accomunati non solo dal disagio sociale – la cui manifestazione più evidente è l’assalto ai negozi di beni materiali – ma anche dal recupero di un forte senso identitario, che non trova riscontro nella realtà politica francese.

Le maggiori questioni che la vicenda sta drammaticamente portando a galla sembrano essere due, che si intrecciano drammaticamente l’una con l’altra: una di natura sociale, legata a una disparità tra classi abbienti e classi meno agiate, sempre più evidente e che trova nella inflazione di questi anni e nel disagio delle periferie detonatori ulteriori; e poi la questione identitaria, vero elefante nella stanza del caos francese.

Sbaglia chi dice che il caos di questi giorni è il sintomo del fallimento del modello multiculturale tout court: esistono una miriade di casi contrari a quello francese, in cui l’integrazione è avvenuta con un discreto successo e senza violente ripercussioni. Sembra invece essere il fallimento, piuttosto, dello Stato laico e centralizzato – in Francia notoriamente fortissimo, per tradizione storica e d’impianto culturale – quale collante sociale e politico. Sembra essere il fallimento, ancor di più, di uno Stato che ha implicitamente ritenuto che gli individui possano essere interscambiabili da un luogo a un altro e senza vera integrazione, ha edificato quartieri che erano di fatto la riproposizione territoriale di identità sradicate.

È il fallimento, in altre parole, di una logica distorta dell’inclusione, in cui il territorio è visto in termini meramente funzionali e non come veicolo identitario o di possibile contatto tra diversità. In cui, peraltro, si è ritenuto di favorire l’inserimento massiccio di flussi migratori in presenza di un sostanziale dislivello di valori: da una parte un certo annichilimento culturale, di cui oggi vediamo le fasi ultime e forse più drammatiche, di una laicità dello Stato che si trasforma in vacuo e diffuso laicismo, e conseguente annientamento identitario; dall’altro, un forte senso delle proprie radici e dell’identità religiosa, che riemerge con forza anche a distanza di generazioni, complice la configurazione territoriale di molte città francesi, nella rapidità dei flussi che hanno fatto seguito allo smantellamento (apparente) del colonialismo francese.

Oggi infatti assistiamo ancora una volta – e violentemente – all’affacciarsi prepotente di un tema che avevamo dimenticato o riposto in un angolo, quello dell’identità religiosa ed etnica, che nella crisi sociale e nelle periferie urbane trova un terreno fertilissimo per esplodere. La tragedia, sia nelle questioni geopolitiche sia in quelle socio-territoriali a scala nazionale, sembra infatti verificarsi proprio allorquando dimentichiamo che l’esistenza umana assume pieno significato in rapporto alle proprie origini, ai luoghi di appartenenza e, più in generale, a un senso identitario che dà profondità al nostro sguardo, tanto che esso appare spesso ineliminabile e rappresenta un elemento esistenziale primordiale ed essenziale.

Questo geopoliticamente lo si è visto nel caso delle guerre etniche e nazionalistiche nei Balcani durante tutti gli anni Novanta, proprio mentre in Occidente si prospettavano le teorie di una globalizzazione che avrebbe soverchiato ogni genere di identità nazionale. Lo si è visto nel caso dello Stato Islamico, emerso drammaticamente nell’estate del 2014 a seguito dei disordini interni alla Siria e all’Iraq, quando cioè le potenze occidentali sono intervenute militarmente in quei territori per imporre un proprio modello politico-culturale. Lo si è visto, poi, con il terrorismo islamico, che è stata la risposta, in termini belligeranti, di un Islam radicale e politico che si sente pienamente in guerra contro l’Occidente e che vede nelle operazioni militari in Medioriente un atto di guerra contro il quale non rimanere inermi.

Ora, i maggiori rischi all’orizzonte sono tre, al di là delle singole analisi socio-territoriali e di natura storica: a) una più forte spaccatura socio-identitaria tra francesi e francesi d’origine extraeuropea: tra un riemergere dell’identità francese quale risposta politica (e non solo) alle rivolte di queste settimane e quella che già si sta drammaticamente vedendo nelle periferie francesi; b) l’ulteriore riduzione, che già si sta vedendo, degli spazi di libertà da parte dello Stato, con restrizioni ai movimenti e all’uso di internet: è già circolata la notizia di divieti all’uso del web nelle fasce orarie notturne, quasi in una riproposizione su scala e con presupposti diversi, delle limitazioni e dei coprifuoco vissuti durante il periodo pandemico; c) la risposta dello Stato francese, che ha già schierato 45.000 agenti sul proprio suolo e che di certo non tarderà a vedersi. Macron non si sottrarrà alla funzione di ristabilire la centralità dell’État e l’ordine mediante l’uso della forza di polizia, rischiando così di far ulteriormente deflagrare la situazione, intensificando il livello dello scontro e le manifestazioni anti-statuali. La risposta statuale rischia in conclusione di essere non un elemento di forza, ma di ulteriore debolezza.

Alessandro Ricci

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