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Prospettive di politica energetica e ambientale. Parla Marco Alberti (Enel)

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A margine degli eventi della US Climate Week e durante il Leaders Summit on Climate, i principali leader del pianeta hanno avuto modo di esprimersi riguardo a come affrontare la crisi climatica. Quest’ultimo evento, voluto fortemente dal presidente Biden e dalla Casa Bianca, ha dato avvio ad una nuova fase di cooperazione multilaterale nell’affrontare la questione. L’evento era già stato preceduto da una serie di viaggi intrapresi dall’Inviato Speciale per il clima degli Stati Uniti John Kerry, che hanno avuto lo scopo di intavolare un dialogo e mostrare quanto l’America sia pronta a riprendere un ruolo di primo piano nella lotta al climate change, dopo gli ultimi 4 anni. Importante, oltre al ruolo degli Stati e dei leader, saranno anche le azioni che le imprese sono chiamate a compiere. Abbiamo avuto la possibilità di affrontare questi temi con Marco Alberti, Senior International Institutional Officer di Enel.

Intervista precedentemente pubblicata nell’ottavo numero della newsletter “A Stelle e Strisce”. Iscriviti qui

Da quando è entrato in carica, Biden ha subito predisposto un cambio di rotta rispetto al suo predecessore in materia energetica ed ambientale. Gli obiettivi della nuova amministrazione sono molto ambiziosi, così come le politiche finora messe in campo. La lotta al climate change può essere un’importante spinta per il rilancio dell’economia degli Stati Uniti dopo la pandemia? 

Nell’aprile 2020 gli USA annunciavano la perdita di oltre 20 milioni di posti di lavoro e un tasso di disoccupazione al 14,7%, cioè il più alto dalla Grande Depressione del 1929. Oggi, e meno di un anno dal great lock-down, l’economia è già tornata a correre. Nonostante il persistere di qualche incertezza dovuta all’andamento della pandemia, nel solo marzo 2021 sono stati creati oltre 900.000 nuovi posti di lavoro. La Federal Reserve prevede per il 2021 un Pil in crescita al 6,5%, con inflazione contenuta e una disoccupazione stimata in calo al 4,5%, cioè in netto calo. Gli obiettivi climatici dichiarati dal Presidente Biden sono certamente ambiziosi. Tagliare le emissioni del 50-52% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005 significa compiere una scelta molto netta a favore del contrasto alla crisi climatica in atto, allineata a quella della UE di ridurre le emissioni del 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Il piano infrastrutturale da 2 mila miliardi di dollari annunciato dal Presidente è centrato sul clima e punta su energie rinnovabili, mobilità elettrica, adeguamento delle reti. Come lo ha definito lo stesso Biden, rappresenta il più grande investimento in posti di lavoro dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Dal mio punto di vista, l’entità di tali misure, la tempestività e la forza politica con la quale sono state proposte, esprimono novità interessanti. Innanzitutto, la scelta di considerare l’ambiente, e la sua protezione, non solo come oggetto di tutela diretta, ma come criterio di elaborazione delle diverse politiche, ed elemento integrato in ogni azione amministrativa. In secondo luogo, l’intenzione di concepire il contrasto alla crisi climatica come fattore necessario a rilanciare l’economia nazionale, trasformarla e renderla più competitiva. Infine, credo traspaia la volontà del Presidente di rendere in un certo senso “irreversibili” le scelte fatte in materia, poiché mantenere gli impegni presi richiederà una trasformazione radicale di interi settori economici. Le misure adottate rappresentano dunque un acceleratore del rilancio economico in atto, ma, al tempo stesso, anche un potenziale strumento per superare iniquità distributive, innovare il sistema e rendere più sostenibile crescita e sviluppo. La sfida è indubbiamente di grande portata. Vedremo come e quanto rapidamente gli impegni presi diverranno iniziative e progetti. 

Questo ruolo di guida verso un modello maggiormente sostenibile che gli Stati Uniti si stanno assumendo quale impatto avrà sul piano internazionale? John Kerry, inviato speciale per il clima, ha dichiarato che senza la Cina è impossibile risolvere la crisi climatica. Quali prospettive di cooperazione vede fra le due potenze in tal senso?

Non c’è dubbio che il contrasto alla crisi climatica stia diventando anche un ambito di confronto e di competizione internazionale fra i più strategici. Lo vediamo nella scelta delle aziende di porre la sostenibilità al centro dei propri modelli di business. Ma lo constatiamo anche nella “race to green” espressa negli annunci dei governi. Si tratta senz’altro di una buona notizia, sia dal punto di vista della transizione energetica, che sotto il profilo di un rilancio del dialogo multilaterale. Nessuna grande trasformazione, peraltro, è priva di implicazioni geopolitiche. Neppure questa lo sarà. Tale consapevolezza ha spinto l’Amministrazione USA a cercare di recuperare (subito) la leadership globale in un settore altamente strategico e segnato da grande potenziale economico, per evitare, come accaduto in altri casi, di trovarsi in ritardo e dover inseguire. L’impegno americano solleciterà altri Paesi, in primis Cina e Russia, a mantenere un passo accelerato nella transizione energetica. Tutti dovranno investire grandi risorse, con la differenza che agli USA, verosimilmente, risulterà più agevole che ad altri finanziarsi sul mercato globale dei capitali, e dunque sostenere la transizione ecologica del Paese e la competitività (ambientalmente sostenibile) del suo sistema economico. Dal canto suo, la Cina vuole presentarsi al mondo come “responsible stakeholder”, anche in ambito ambientale, e sta facendo notevoli progressi da questo punto di vista. Alla fine del 2020, la National Energy Administration ha comunicato che la capacità installata rinnovabile del Paese aveva raggiunto il 42,4% del totale nazionale e che l’energia generata da fonti rinnovabili copriva il 29,5% del consumo elettrico totale, in aumento del 9,5% rispetto al 2012.

Tuttavia, la Cina rimane il primo Paese al mondo per emissioni, con una quota pari a circa il 28% del totale. L’impegno di neutralità climatica al 2060 assunto da Pechino è molto ambizioso e richiede ingenti risorse. Secondo l’università Tsinghua, la Cina avrebbe bisogno di 15.000 MLD di dollari entro il 2050 per abbandonare il carbone nella generazione di energia. Una sfida non solo di politica climatica ma anche molto economica, legata alla competitività del Paese. A mio modo di vedere, dunque, le parole di John Kerry da lei citate si prestano a due letture. Senz’altro come proposta di collaborazione rivolta alla Cina per affrontare insieme la principale sfida globale del XXI secolo, sulla base di obiettivi condivisi. Ma anche come possibile strategia di inclusione del clima nel confronto bilaterale, spingendo Pechino ad accelerare il ritmo della transizione per restare al passo con gli impegni presi, riconvertire velocemente milioni di lavoratori, attuare riforme complesse e indifferibili per raggiungere la neutralità climatica nei tempi indicati. In entrambi i casi, per l’Europa si aprono grandi opportunità. Green Deal e Recovery Fund rappresentano strumenti formidabili per consolidare il ruolo politico ed economico dell’Europa sul piano internazionale, ma anche per avviare lo sviluppo di nuove filiere industriali collegate alla green economy, rafforzando così l’autonomia strategica dell’Unione. Gli impegni annunciati da Biden, quindi, rendono ancor più tangibile la possibilità di creare uno spazio transatlantico di “innovazione tecnologica pulita”, in chiave di accentuata cooperazione politica ed economica. 

Anche il Presidente del Consiglio Mario Draghi è intervenuto al “Leaders summit on climate”. Quale ruolo può svolgere il nostro paese nella lotta ai cambiamenti climatici, anche alla luce dei notevoli investimenti previsti dal PNRR?

Il presidente Draghi ha sottolineato più volte, e in maniera decisa, che la transizione ecologica, insieme a digitalizzazione, semplificazione e riforme strutturali, rappresenta un asse portante per il rilancio del Paese e il recupero di competitività economica. Del resto, circa 70 miliardi dei fondi previsti nel Recovery Plan, cioè una fetta molto rilevante del totale, saranno destinati alla “rivoluzione verde e alla transizione ecologica”. L’Italia pesa per circa il 10% delle emissioni europee che, a loro volta, sono più o meno l’8% di quelle a livello mondiale. Anche ottimizzando la sua prestazione ambientale, dunque, da solo il nostro Paese non inciderebbe molto sulla transizione ecologica globale. Ma il successo di quest’ultima dipende anche, e forse soprattutto, da alleanze multi-attoriali e dalla capacità di esercitare influenza, a vari livelli. In questo senso, l’Italia può giocare un ruolo importante. E di fatto lo sta giocando, sia in ambito bilaterale che multilaterale, agendo sulla convergenza di interessi condivisi. Il ministro Cingolani ha richiamato “Europa e Stati Uniti a convincere tutti gli altri Paesi che la decarbonizzazione è un obiettivo comune”. Appena qualche giorno fa, John Kerry ha risposto sottolineando il ruolo di leadership che l’Italia può svolgere nel contrasto ai cambiamenti climatici e l’impegno USA a sostenere l’azione del nostro Paese in questa direzione. “Il successo dell’Italia” – ha dichiarato Kerry – “sarà il successo di tutti noi”. Da qui, l’importanza veramente strategica della presidenza G20 e della co-presidenza Cop26, affrontate congiuntamente dall’Italia nel 2021, primo Paese europeo ad occupare tali posizioni di leadership dopo l’approvazione del Green Deal e primo ad interfacciarsi con la nuova amministrazione USA. I tre pilastri dell’agenda di presidenza G20, People, Planet e Prosperity, richiamano i Paesi membri, e ogni altro attore internazionale, a un impegno deciso per la transizione ecologica e la riconversione del modello economico in senso inclusivo e sostenibile. Un appello rivolto anche all’ambito produttivo. Nel tempo, l’industria ha giocato un ruolo decisivo nel guidare i cambiamenti, e sarà così anche per la transizione ecologica. L’Italia ha il primo operatore privato al mondo per capacità rinnovabile installata e le nostre imprese sono innovative e sensibili alla green economy. Occupiamo i primi posti dei ranking in alcuni indici di circolarità. Siamo presenti con le nostre migliori aziende nelle Alleanze industriali UE, che hanno prodotto buoni risultati nei settori delle batterie, della plastica e della microelettronica e che ultimamente sono state estese anche all’idrogeno. Direi dunque che l’Italia può esercitare un “potere aggregativo” importante ai fini della transizione. 

A margine della US Climate Week si è discusso delle azioni che le imprese sono chiamate a intraprendere, che verranno poi affrontate anche in preparazione alla Cop26 e agli altri appuntamenti di quest’anno: ENEL quale strategia sta mettendo in campo e quali obiettivi si pone sul medio-lungo periodo?

Enel ha scommesso prima di altri sulla transizione energetica e oggi occupa una posizione di leadership globale. È la prima utility in Europa e la seconda al mondo per capitalizzazione di mercato. La sua produzione a zero emissioni ha già raggiunto il 65% della generazione totale, e il suo obiettivo resta la completa decarbonizzazione al 2050. Al 2030, la Società prevede di investire nel complesso 190 miliardi di euro, triplicando la propria capacità rinnovabile installata e portando il numero di utenti finali a 90 milioni nel mondo, digitalizzati al 100%.  Questa strategia consente al Gruppo di aumentare il proprio valore, ma – indirettamente – contribuisce anche ad accelerare la transizione ecologica del nostro Paese e a rafforzare il suo posizionamento internazionale. Nella storia recente di Enel c’è un dato molto importante: la forza trasformativa del suo modello. A differenza di altre aziende, Enel ha optato per una completa riformulazione strategica ed organizzativa, realizzata con modalità diverse da quelle tipiche delle utility. Cogliendo l’urgenza del cambiamento, e le nuove sfide in arrivo, il Gruppo ha costruito un ecosistema dell’energia formato da start-up, piccole e medie aziende, centri di innovazione e università, italiane e straniere, accelerando la sua trasformazione in una platform company agile, aperta e digitalizzata, per la quale l’energia non è più intesa solo come commodity, ma anche come servizio innovativo, tecnologico e sostenibile per milioni di persone. 

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