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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaIl concetto di “profondità strategica” nella dottrina militare del...

Il concetto di “profondità strategica” nella dottrina militare del Pakistan

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Il termine “profondità strategica” nella letteratura militare indica la distanza tra la linea del fronte e i centri fondamentali per la prosecuzione dello sforzo bellico da parte del paese coinvolto, quali aree industriali, città altamente popolate e centri che ospitano le sedi delle strutture statali della suddetta nazione. Il presente articolo è volto ad analizzare il concetto di profondità strategica con particolare riferimento alla sua applicazione dottrina militare pakistana e a come il suo perseguimento abbia determinato una progressiva destabilizzazione del paese.

Esempi dell’applicazione della profondità strategica   

I due precetti chiave di cui i comandanti militari devono tenere conto quando si occupano di profondità strategica sono la vulnerabilità degli obbiettivi da difendere (risorse economiche o strutture amministrative ) da attacchi nemici e l’effettiva distanza geografica tra queste ultime e il fronte. È proprio sulla base di queste due fondamentali variabili che una nazione modula la propria strategia di difesa. Una nazione caratterizzata da un’ampia estensione geografica potrà infatti impostare una strategia incentrata sul ritirarsi entro il proprio territorio al fine di assorbire l’urto iniziale e sferrare una successiva controffensiva, viceversa, una nazione di dimensioni ridotte dovrà impostare una strategia atta a distruggere le forze nemiche nelle primissime fasi del conflitto, così da impedirgli di danneggiare le risorse fondamentali per la prosecuzione del conflitto. Un esempio del primo caso è rappresentato dall’URSS durante la Seconda Guerra Mondiale. Di fronte al repentino crollo delle proprie forze in Bielorussia e Ucraina, Stalin ordinò il trasferimento degli impianti industriali sovietici al di là dei Monti Urali. Sfruttando l’immensità geografica del paese i sovietici riuscirono ad incrementare notevolmente la distanza tra queste fondamentali risorse e il fronte bellico, ponendole al sicuro da attacchi nemici. La messa in sicurezza degli impianti industriali consentì all’URSS di assorbire l’offensiva tedesca e di sferrare successivamente una potente controffensiva. Viceversa, lo Stato d’Israele essendo caratterizzato da una limitata estensione geografica ha adottato una strategia finalizzata a distruggere le forze avversarie nel minor tempo possibile e ad occupare il loro territorio. Paradossalmente questa dottrina si rivelò fondamentale nel permettere ad Israele di guadagnare profondità strategica tramite l’occupazione della Penisola del Sinai e delle Alture del Golan durante la Guerra dei Sei Giorni. Grazie all’occupazione dei territori egiziani e siriani Israele poté allontanare notevolmente la linea del fronte dalle principali città, ciò permise allo stato ebraico di adottare una postura maggiormente difensiva tramite la costruzione di un sistema di fortificazioni noto come “Linea Bar-Lev”. Nel caso del Pakistan la ricerca della profondità strategica è derivata dalla necessità di impiegare il territorio afghano come asset strategico contro un nemico militarmente superiore, nonché dalla volontà di evitare un accerchiamento del paese tra potenze ostili.

Le origini della dottrina

Sin dalla sua fondazione nel 1947 il Pakistan ha costantemente convissuto con due dispute territoriali. La prima con l’India lungo la sua frontiera orientale, riferita allo stato dello Jammu e Kashmir. La seconda con l’Afghanistan lungo la sua frontiera occidentale. Il confine internazionalmente riconosciuto tra le due nazioni, popolarmente noto come “Linea Durand”, venne tracciato nel 1893 in epoca coloniale a seguito di un accordo tra l’Emiro dell’Afghanistan Abdur Rahman Khan e il diplomatico britannico Mortimer Durand. La nuova linea di confine divise molte tribù Pashtun (l’etnia maggioritaria in Afghanistan) tra le due nazioni e ad appena due anni dopo l’ottenimento dell’indipendenza da parte del Pakistan, il governo afghano dichiarò di non riconoscere tale confine, giudicandolo come un’imposizione da parte di una potenza coloniale.

Le relazioni tra Kabul e Islamabad si rivelarono molto turbolente negli anni successivi, con numerosi problemi alla frontiera tra i due stati. L’abbattimento della monarchia afghana da parte del progressista Mohamed Daoud Khan condusse ad un ulteriore peggioramento delle relazioni tra le due nazioni. Il Presidente Daoud supportò infatti l’operato di gruppi armati anti governativi nel Pakistan così da ottenere l’appoggio della popolazione Pashtun del suo paese. Questo condusse il Governo di Islamabad a concedere il proprio supporto a gruppi quali Jamiat e-Islami, con l’obbiettivo di installare un governo amico a Kabul. Solo a partire dal 1976 le relazioni tra i due stati migliorarono, allorché il Presidente Daoud riconobbe ufficialmente la Linea Durand come il confine ufficiale tra le due nazioni e pose fine alla sua politica di supporto di gruppi anti governativi in Pakistan.

La Rivoluzione di Saur nel 1978 e la successiva invasione sovietica dell’Afghanistan determinarono l’insorgere di un vero e proprio incubo strategico per il Pakistan, stretto in una morsa tra il suo principale avversario, l’India, e un Afghanistan controllato da un altro importante rivale. Fu proprio in questo periodo che il Generale Mirza Aslam Beg, professore alla National Defense University del Pakistan, iniziò a sostenere la necessità di instaurare un governo amico in Afghanistan. Il primo obbiettivo perseguito attraverso tale politica risultava essere la rottura della condizione di accerchiamento nella quale si trovava Islamabad, il secondo era invece relativo alla possibilità di impiegare l’Afghanistan come asset strategico contro l’India attraverso due differenti modalità. La prima modalità attiene alla possibilità di utilizzare il territorio afghano come punto di raggruppamento strategico in caso di un’invasione indiana. Laddove infatti l’India riuscisse ad invadere con successo il Pakistan, le forze di Islamabad potrebbero ritirarsi in Afghanistan e qui, protette dalla morfologia del territorio, riorganizzarsi e sferrare un possente contrattacco. La seconda modalità attraverso cui impiegare l’Afghanistan come asset contro l’India consiste nella possibilità di impiegarne il territorio come base d’addestramento per movimenti insurrezionalisti nello stato indiano del Jammu e Kashmir, consentendo al Pakistan di destabilizzare il tradizionale nemico senza assumere impiegare direttamente le proprie forze. Il territorio afghano è inoltre geograficamente distante dall’India che per colpire le infrastrutture dei gruppi ivi localizzate dovrebbe attraversare lo spazio aereo del Pakistan. Tale politica venne posta in essere già durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan, fu infatti proprio negli anni Ottanta che i due gruppi armati Lashkar-e-Taiba e Jaish-e-Mohmad costruirono campi di addestramento in Afghanistan, i quali risultarono determinanti per il lancio dell’insurrezione del Jammu e Kashmir nel 1989. 

L’applicazione della dottrina negli anni Ottanta e Novanta

Durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan il Pakistan svolse un ruolo fondamentale nel supportare i Mujaheddin, fornendo un rifugio sicuro ai leader dei Mujaheddin all’interno della città di Peshawar e gestendo buona parte degli aiuti finanziari forniti dalla CIA nell’ambito dell’Operazione Cyclone. I servizi segreti pakistani (ISI) fornirono armi e addestramento ai guerriglieri anti sovietici, consentendogli di utilizzare il territorio come base sicura per lanciare attacchi in territorio afghano. Il ruolo del Pakistan fu determinante nel costringere i sovietici ad abbandonare l’Afghanistan.

Il ritiro dell’URSS dal paese nel 1989 determinò la fine dello stato di accerchiamento di Islamabad. Gli anni successivi videro la prosecuzione degli sforzi da parte del Pakistan di instaurare un governo amico in Afghanistan allo scopo di conseguire gli altri obbiettivi precedentemente citati, nello specifico l’impiego del territorio afghano come luogo di ritiro in caso di un’invasione Indiana e come base per l’addestramento delle milizie islamiste del Kashmir. Inizialmente il principale gruppo armato supportato dal Pakistan per il raggiungimento di tale scopo era Hezb e Islami guidato da Gulbuddin Hekmatyar, a seguito dei ripetuti fallimenti da parte di quest’ultimo nel prendere il controllo del paese, Islamabad scelse di sostenere un nuovo movimento fondato dal Mullah Omar, la cui ossatura era costituita da giovani rifugiati afghani che studiavano nelle madrase al confine tra le due nazioni. In virtù dell’ampia presenza di studenti tra le sue fila, il gruppo prese il nome di Taliban. Entro il 1996 i Taliban avevano preso il controllo della maggior parte del paese instaurando l’Emirato Islamico dell’Afghanistan. Il Pakistan si rivelò uno dei principali sponsor di tale regime, risultando una delle sole tre nazioni a riconoscerlo diplomaticamente.

L’instaurazione dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan rappresentò il pieno conseguimento della profondità strategica a lungo perseguita da Islamabad nel corso degli anni Ottanta, ma segnò anche l’inizio di un fortissimo “blowback” che ha avuto conseguenze nefaste per Islamabad. La prima di tali conseguenze è rappresentata dal mancato riconoscimento da parte dei Taliban della Linea Durand, in quanto essi ritenevano futile la presenza di frontiere tra popoli musulmani. Il secondo grave problema è invece sorto dal costante supporto prestato dai Taliban al movimento terroristico Al Qaeda, in aperto contrasto agli Stati Uniti d’America. Gli attentati dell’undici settembre condotti da Al Qaeda scatenarono il successivo intervento militare statunitense in Afghanistan e l’inizio della Guerra al Terrore. L’intervento americano determinò il collasso dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan e la conseguente fuga di migliaia di militanti in territorio pakistano. Islamabad si ritrovò così a dover gestire due situazioni estremamente complesse. La prima rappresentata dall’instaurazione di un nuovo governo afghano avente posizioni decisamente meno favorevoli al Pakistan rispetto al precedente. Il nuovo Presidente afghano Hamid Karzai si espresse infatti in maniera fortemente contraria alla Linea Durand, criticò duramente il supporto fornito da Islamabad ai Taliban e rafforzò notevolmente i legami con l’India conducendo ad un progressivo peggioramento alle relazioni tra i due stati. Il secondo generato invece dall’afflusso di miliziani provenienti dall’Afghanistan, molti dei quali si rivelarono difficilmente controllabili e assieme ad alcuni gruppi tribali situati nelle aree più impervie del paese fondarono il gruppo armato Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP). Il nuovo gruppo avviò nel 2004 una violentissima insurrezione nel nord del Pakistan tutt’ora in corso. 

L’applicazione della dottrina a seguito dell’undici settembre

Il nuovo assetto strategico instauratosi a seguito dell’intervento statunitense in Afghanistan determinò una riproposizione della situazione di accerchiamento già percepita dal Pakistan negli anni Ottanta. Islamabad risultava infatti nuovamente stretto tra un governo afghano avente posizioni contrarie agli interessi pakistani (nonché ottime relazioni diplomatiche con l’India) ad ovest e il tradizionale rivale indiano ad est. Nel tentativo di ripristinare la profondità strategica Islamabad ha quindi perseguito una strategia basata sul “double game”, schierandosi formalmente al fianco degli Stati Uniti nell’ambito della Guerra al Terrore, così da ottenere supporto nel contrastare i gruppi armati interni al proprio territorio e supportando al contempo i Talebani al fine di riguadagnare influenza sull’Afghanistan. Il supporto fornito ai Talebani da Islamabad si è rivelato decisivo nel consentire a questi ultimi di riorganizzarsi dopo le disastrose sconfitte iniziali e riguadagnare influenza tra le aree Pashtun al confine tra i due stati. La combinazione tra il supporto pakistano ai Talebani, la corruzione e la debolezza del Governo di Kabul e la perdita della “pazienza strategica” da parte degli Stati Uniti hanno determinato il ritorno al potere dei Talebani nel 2021, salutato dal Primo Ministro Pakistano Imran Khan come la rottura delle catene dell’oppressione. La vittoria dei Talebani ha sancito il ripristino della profondità strategica a lungo cercata da Islamabad, ma similmente a quanto avvenuto nei primi anni Duemila ha generato un forte ritorno di fiamma su Islamabad. Il territorio afghano è infatti divenuto un rifugio sicuro per il gruppo armato Tehrik-i-Taliban Pakistan, il quale dopo essere stato molto vicino alla disintegrazione si è ripreso sotto l’intelligente guida di Noor Wali Mehsud, inaugurando una nuova stagione di attacchi alle forze di sicurezza pakistane. Islamabad si è rivelata incapace di convincere i Talebani ad impedire al TTP di utilizzare il territorio afghano come base per lanciare attacchi in Pakistan, il nuovo governo di Kabul ha invece deciso di svolgere il ruolo di mediatore, ottenendo la firma di un cessate il fuoco temporaneo nel 2021. Il cessate il fuoco è però terminato il 10 dicembre dello stesso anno, da allora gli attacchi del TTP provenienti dalle basi in Afghanistan si sono moltiplicati portando Islamabad a condurre attacchi aerei in territorio afghano al fine di colpire le basi del gruppo. 

Conclusione 

Sin dagli anni Ottanta il raggiungimento della “profondità strategica”, intesa come strumento atto ad evitare un accerchiamento e ad impiegare il territorio afghano come asset nei confronti dell’India ha rappresentato un pilastro fondamentale della politica di sicurezza del Pakistan. La possibilità di poter sferrare un violento contrattacco dall’Afghanistan in caso di invasione indiana risulta essenziale data l’inferiorità convenzionale di Islamabad, pertanto è improbabile che il Pakistan interrompa la sua politica di supporto ai Talebani che con tutta probabilità proseguirà nei prossimi anni. Tuttavia, tale politica ha generato numerose conseguenze decisamente negative per Islamabad. Il supporto fornito dal Pakistan ad interlocutori fondamentalisti e inaffidabili ha infatti condotto ad una progressiva destabilizzazione del paese, nonché al suo allontanamento dagli Stati Uniti tradottosi in una riduzione degli aiuti americani negli ultimi anni. In ultima analisi i Talebani stanno fallendo completamente nello sradicare lo Stato Islamico dalle aree orientali dell’Afghanistan. Inoltre il paese asiatico potrebbe rappresentare il luogo ideale per una rinascita dell’ISIS, ormai fortemente indebolito nell’area MENA. Una rinascita dell’ISIS rappresenterebbe una fortissima minaccia per le nazioni confinanti, su tutte il Pakistan, i cui territori settentrionali sono stati tradizionalmente molto sensibili a infiltrazioni terroristiche. In conclusione, il ritorno dei Talebani in Afghanistan ha rappresentato un enorme successo nell’ottica della politica estera pakistana, ma le conseguenze di tale avvenimento impatteranno in maniera profondamente negativa sulla stabilità di Islamabad nel lungo termine.      

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