Processo di normalizzazione tra Israele e Paesi del MENA quale strumento di pace

L’inizio della distensione formale tra Israele ed alcuni Paesi del MENA della scorsa estate, avvenuta con i c.d. Accordi di Abramo, ha rappresentato uno dei grandi avvenimenti geopolitici che hanno caratterizzato il 2020 e che segna di fatto un cambio di direttrice nello sviluppo degli equilibri del Medio Oriente. Questa tipologia di processo però va analizzata su più fronti, da quello geopolitico a quello economico-tecnologico e commerciale.

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Partendo dal primo punto, emerge in maniera evidente e chiara come all’interno dello scacchiere geopolitico Israele e gli EAU, primo paese firmatario, nell’area del Mediterraneo Allargato, che si estende dal Golfo di Guinea all’Oceano Indiano, si siano ritrovati dalla stessa parte nel tentare di contenere le politiche espansive dell’Iran e della Turchia, con particolare riferimento al Golfo Persico. Al contempo, il secondo punto sottolinea come tali accordi potrebbero portare a benefici economici ad entrambe le parti necessarie, tra l’altro, anche nella ripresa post-Covid 19. Tale processo distensivo può essere analizzato partendo da un framework teorico che lo rapporti ai concetti sia di security regime e sia di una sua evoluzione, ovvero il tacit security regime (TSR) per poi giungere, infine, agli stessi accordi di Abramo. In particolare, bisognerebbe capire se lo strumento nozionistico del security regime, che può essere definito come “i principi, regole e norme che permettono alle nazioni di essere limitate nei loro comportamenti nella convinzione che gli altri Attori ricambino” è idoneo per spiegare quanto sta accadendo, anche perché tale processo non è terminato.

Impiegando le definizioni di security regime si evidenzia come abbraccino anche il mutuo riconoscimento di interessi vitali, la propensione verso guadagni strategici a lungo termine rispetto a quelli immediati e il fatto che tale equilibrio sia dovuto soprattutto ai comportamenti degli Stati invece che dalle proprie capacità di infliggere danno. Ma ciò è veramente limitativo e di certo potrebbe non essere sufficiente a definirne correttamente l’ambiente. Ed è proprio per tale motivo che si potrebbe propendere verso la definizione di Klieman che amplia le caratteristiche dei security regime sviluppando la teoria dei c.d. “tacit security regime”. I TSR vengono descritti come “una cooperazione non istituzionalizzata, non contrattualizzata, non occidentale, non egemonica e non di superpotenza”. Il termine “tacit” si riferisce non solo all’informalità delle regole, ma anche all’inferenza indipendente di tali regole da parte dei membri del regime. Alcuni autori, pensano che i TSR sono principalmente monotematici lungo i quali le parti antagoniste possono far convergere i loro interessi vitali, pur rimanendo limitato in altre aree. Si tratta di una comprensione basata su interessi reciproci, con una forma limitata e dal carattere informale, piuttosto che sul potere perché l’obiettivo basilare è quello di coordinare la questione essenziale, ovvero quella della sicurezza, non necessariamente per guadagni relativi rispetto ad altri ma per ottenere guadagni in termini assoluti.

Gli elementi del TSR prevedono ed abbracciano una serie di attività, ma alla fine riconoscono che l’aspetto relativo alla sicurezza rimane l’elemento base sul quale si determina il livello di impegno. Ma, pur rimanendo sempre il vincolo della sicurezza e della politica di deterrenza e contenimento nei confronti dell’Iran, con la stipulazione degli accordi di Abramo, in particolare si va oltre tanto da non considerarli più parte integrante del TSR, che comunque rimane modello e base solida sul quale essi si sono costruiti, ma quale loro naturale prosecuzione, che offrono un’occasione di pace e prosperità mai vista prima nella regione. Infatti, tali accordi scaturiscono per motivi che superano gli aspetti religiosi ed ideologici e che vanno a frantumarsi con la dura realtà regionale, ovvero l’ascesa di due potenze regionali che vanno al più presto arginate, la Turchia ed Iran, anche con la formazione di alleanze che fino a ieri erano impensabili. È, dunque, importante tenere a mente come il teatro mediorientale, ed in generale quello del MENA, sia costituito di una serie di Paesi che una volta interconnessi economicamente tra di loro, come ha spinto e voluto fortemente Trump, con lo scopo di collaborare per far fronte comune verso un nemico unico, in questo caso l’Iran e forse anche la Turchia, possano creare un equilibrio di potenza che garantisca la pace regionale senza un intervento esterno. Pertanto, il libero scambio di merci, persone ed idee potrebbe generare quel concerto fra i Paesi del golfo che prevenga il manifestarsi di dispute violente.


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Inoltre, va tenuto a mente che la guerra oggigiorno ha un costo che non è sostenibile per i Paesi della regione, soprattutto nell’era post-Covid 19 che si sta delineando. Perciò mediante un’interconnessione di una parte di Paesi del Golfo e deterrenza nei confronti del nemico unico, può mantenersi e rendersi efficace il nuovo status quo raggiunto. Questa è solo la base di partenza, poiché molte questioni rimangono ancora aperte, prima fra tutte la partecipazione dell’Arabia Saudita e Qatar in questi Accordi ma soprattutto ciò che riguarda la Palestina che è stata di fatto sacrificata per fini superiori. La retorica rimane lo strumento essenziale per il raggiungimento di fini ideologici, e con l’aver lasciato la causa palestinese in disparte, i Paesi Arabi firmatari degli accordi di normalizzazione non possono non concedersi di oltrepassare il proposito strumentale, ovvero includere Israele nelle loro relazioni. Bisogna ora far digerire tutto questo all’opinione pubblica araba, sempre alimentata dalla vecchia retorica, al fine di evitare di avere violenza interna e stemperare eventuali tensioni sul nascere, cortocircuitando tutto ciò che per eccesso di ideologia potrebbe portare all’annullamento di una maturazione della regione. Tale progresso, ricercato da circa un secolo è stato quasi faticosamente raggiunto anche se a discapito di ciò che rappresentava la barriera stessa, ovvero l’entità palestinese. L’amministrazione Biden non potrà far altro che proseguire in tal senso, ed un’eventuale ulteriore mossa per re-includere l’Iran negli Accordi sul Nucleare per rendere più stabile l’area e ricreare un collegamento con la repubblica islamica è molto improbabile a meno che la stessa non accetti tutti i termini. In aggiunta, la nuova amministrazione USA dovrà muoversi con molta cautela per scongiurare una disgregazione del nuovo asse tra Israele ed i Paesi Arabi. Israele è riuscita dopo un lunghissimo periodo a far cessare il suo isolamento regionale e potrà porsi come guida per alcuni Paesi di essi, in primis gli EAU, in settori dove risultano più deboli, primo fra tutti quello tecnologico.