Il problema della legittimità. Le Rivolte Arabe e la controrivoluzione sunnita

I moti di ribellione che nel 2011 scossero il mondo arabo possono essere interpretati attraverso il paradigma della crisi del potere legittimo dello Stato. Il timore per un effetto contagio e l’allargamento degli spazi di manovra iraniani nell’area, spinsero le monarchie sunnite verso una politica di contenimento e ingerenza che finì per assumere le caratteristiche di una controrivoluzione.

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Tra la fine dell’inverno e gli inizi della primavera del 2011, per un effimero momento si ebbe la sensazione che i regimi autocratici mediorientali fossero travolti da una sincera ondata riformatrice. I fatti tunisini e di piazza Tahrir in Egitto sembravano aver dato sfogo ad un nuovo ceto medio che chiedeva riforme e democrazia liberale, ma soprattutto reclamava a gran voce la fine di quei longevi regimi che avevano sottratto loro la prospettiva di un futuro. In poco tempo, tuttavia, l’euforia e la febbre rivoluzionaria divennero paralisi e forze politiche preesistenti – come l’esercito o le organizzazioni religiose nelle campagne – si rivelarono assai più forti di quella confusa moltitudine scesa nelle piazze le settimane precedenti. La Primavera Araba, termine giornalistico che a posteriori risulta assai fuorviante, non innescò un mutamento ma accelerò l’inevitabile disvelarsi delle profonde contraddizioni in seno al mondo arabo-islamico. Le richieste di chi era sceso – e morto – nelle piazze furono soppiantate dalla contesa tra il laico autoritarismo dei militari e l’ideologia dei partiti islamisti. Di per sé questa non fu una novità, semplicemente si riproposero dinamiche che avevano caratterizzato l’intera storia del Medio Oriente dal crollo dell’Impero ottomano.

Una delle chiavi di lettura per comprendere le ragioni strutturali e storiche della crisi acuitasi dopo le rivolte del 2011 è quella del paradigma del potere legittimo. Senza voler escludere le questioni settarie, etniche e religiose – le quali assumono comunque rilevanza non indifferente – il disfacimento della legittimità del potere statuale nell’area mediorientale è problema ineludibile. Con il crollo dell’Impero ottomano, le potenze occidentali ridisegnarono la regione secondo l’archetipo dello Stato-nazione europeo sorto nel 1648 a Munster e Osnabrück, impiantando artificialmente il risultato di un processo storico che in Europa era durato secoli. Una scatola perfettamente funzionante all’esterno ma che all’interno era priva di radici culturali comuni, dunque incapace di anestetizzare la congiuntura tra potere politico e potere religioso del mondo musulmano. Il cortocircuito, riemerso con prepotenza all’indomani del 2011, tra i gruppi di ispirazione islamista – come i Fratelli Musulmani – e quelli “laico-militari” nasce da questo equivoco. Lo Stato-nazione mediorientale, fin dalla sua nascita, fu dotato di potere ma non di legittimità. Per costruirla, inizialmente, leader come Nasser e Assad fecero appello all’unità del mondo Arabo inteso come comunità culturale, linguistica, religiosa, vendendo ai propri popoli una versione arrangiata del socialismo e un comodo nemico esterno quale Israele. Ma questi tentativi non riuscirono a rendere meno blasfemo il tentativo di separare Dio dalla politica per creare un “popolo” che si riconoscesse nei confini della Nazione, narcotizzando le pretese universaliste dell’Islam. Anwar al-Sadat, successore di Nasser, fu vittima di questo contrasto. Quando nel 2011 i dimostranti di piazza Tahrir chiesero la rimozione di Mubarak lo fecero in nome del “popolo”, ma nessuno è mai riuscito a definire chi fosse questo “popolo”.

Poiché il paradigma dello Stato legittimo è entrato in crisi in tutta l’area del Grande Medio Oriente, le rivolte del 2011 non possono essere esaminate come singole concatenazioni di eventi ma solo in un quadro più ampio. Sebbene fattori domestici possano aver influito maggiormente sulle risultanze finali, non c’è stato un solo caso – con la eccezione forse della Tunisia – in cui influenze esterne non abbiano giocato un ruolo. La caduta di Ben Alì, Hosni Mubarak, Muhammar Gheddafi, Ali Abdullah Saleh, iniziò nelle piazze gremite di manifestanti le cui motivazioni e aspirazioni ebbero diffusione transnazionale. Fattori internazionali e locali contribuirono poi ad incrinare i precari equilibri di potenza interni e plasmare i risultati politici delle rivolte.

È eccezionalmente difficile pensare di spiegare il corso degli eventi di Libia, Egitto, Sudan, Yemen, Siria, Bahrain, senza fare riferimento all’Arabia Saudita, agli Emirati Arabi Uniti, al Qatar o all’Iran. Ognuno di questi attori è stato infatti trascinato, volente o nolente, in un logorante processo di ridefinizione della propria politica estera al fine di tamponare gli effetti delle rivolte e guadagnare spazi di manovra ai danni dei vicini. Il timore delle monarchie sunnite nella Penisola Arabica fu infatti fin dall’inizio quello del contagio e di una eventuale offensiva iraniana che potesse approfittare della situazione di incertezza. L’Arabia Saudita fu la prima ad assumere un ruolo maggiormente assertivo poiché direttamente esposta, come custode dei luoghi santi di Mecca e Medina, alle ripercussioni di un certo linguaggio islamista che, già nel 1979, durante l’assedio della Grande Moschea, aveva posto con drammatica urgenza il problema della legittimità della monarchia. Il Regno divenne così inizialmente l’architetto di una politica di contenimento della diffusione dei fervori rivoluzionari e più avanti di una vera e propria controrivoluzione sunnita. Tuttavia, poiché la Lega Araba aveva dimostrato già in precedenza la sua fragilità e al suo interno vi erano Stati in procinto di lasciare il controllo del potere ai partiti islamisti, il contenitore politico entro cui agire divenne il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC). La speranza era che quest’ultimo – corteggiando altre due monarchie sunnite quali Marocco e Giordania – potesse sul lungo periodo sostituire la morente Lega Araba e rilanciare un nucleo più ristretto che avesse in comune l’ordinamento monarchico, la tradizione sunnita e un mai sopito desiderio di panarabismo per superare le contraddizioni dello Stato-nazione emerse negli ultimi decenni. I sauditi avrebbero voluto in sostanza ricevere il testimone del ruolo che era stato ricoperto in passato dall’Egitto di Nasser e Sadat, scalzando definitivamente i tentativi di Qatar ed Emirati Arabi Uniti di indebolire la propria leadership nella Penisola. Inoltre, alla paura per la sopravvivenza della dinastia, si aggiungevano le preoccupazioni di un Iraq – all’epoca guidato dallo sciita Nuri al-Maliki – sempre più vicino a Teheran.

Una delle prime risposte di Riyad alle rivolte del 2011 fu infatti quella di puntellare il trono di Re Hamad al-Khalifa inviando truppe in Bahrain e denunciando l’Iran come il fomentatore nascosto delle rivolte che lì si stavano intensificando. Questa mossa servì inoltre a segnalare agli altri Stati del GCC che i sauditi erano determinati ad impedire che quanto stava avvenendo in Nord Africa potesse raggiungere la Penisola Arabica.

Ragioni di forma e di sostanza, oltreché di opportunità politica, si condensarono tanto da rendere il contenimento non più sufficiente e ad immaginare una vera controrivoluzione. La compiacenza, cioè, non poteva più essere considerata una opzione, soprattutto dal momento in cui gli Stati Uniti si espressero a favore delle rivolte in Tunisia, Egitto e più avanti in Libia. A cominciare dal febbraio 2011, prima che dimostrazioni e proteste esplodessero nelle province orientali a prevalenza sciita, l’Arabia Saudita approvò un piano da 130 miliardi di dollari per finanziare l’aumento dei redditi, costruire ulteriori 500.000 unità abitative a basso costo e rimpinguare le casse delle organizzazioni religiose wahabite. Misure simili furono prese in Kuwait e il GCC, su pressioni di Riyad, promosse un progetto di sviluppo da 20 miliardi di dollari per l’Oman e il Bahrain. Secondo Richard Beeston, reporter del The Times, l’Arabia Saudita: “is using its influence, money and force to stamp out regional fires”.  Dopo la caduta di Mubarak e il rischio concreto – come poi avvenne – dell’arrivo al potere dei Fratelli Musulmani di Mohammed Morsi, i sauditi decisero di prestare a fondo perduto 4 miliardi di dollari all’Egitto per evitare una ulteriore radicalizzazione delle piazze e, come anticipato, promossero attivamente l’ingresso di Marocco e Giordania nel GCC. In Yemen il Consiglio riuscì poi a gestire, almeno inizialmente, la transizione che portò al potere Rabbo Mansour Hadi sebbene, pochi mesi dopo, la ribellione Houthi costrinse una coalizione militare a guida saudita ad intervenire in quello che sarebbe divenuto un sanguinoso pantano.

La politica messa in campo dai sauditi fece attrito con le resistenze poste dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti, in special modo Abu Dhabi. I due piccoli sceiccati chiarirono fin dall’inizio la loro reticenza nel riconoscere a Riyad una rinnovata leadership nella Penisola perché ritennero che le rivolte avessero aperto loro la strada per una diplomazia più spregiudicata, pericolosa, ma al tempo stesso più redditizia. Doha appoggiò le forze ribelli del CNT libico contro Gheddafi, fornendo loro supporto economico, logistico e militare, mettendo altresì pressione sugli europei – in special modo i franco-britannici – per giungere ad un intervento militare occidentale. La strategia del Qatar e di Abu Dhabi, forse velleitaria nel suo orizzonte di lungo periodo ma di certo non priva di coraggio, puntava ad inserire la propria forza economica negli spazi lasciati vuoti dal crollo dei vecchi regimi e capitalizzare così durante il periodo di transizione un patrimonio politico e diplomatico da spendere in campo commerciale. I due sceiccati miravano infatti a divenire la “porta di accesso” al promettente mercato nordafricano: il Qatar favorendo, insieme alla Turchia, i movimenti islamisti in ascesa, gli Emirati, insieme ai sauditi, le vecchie élite imprenditoriali, militari e anti-islamiste.

Questa spericolata diplomazia non favorì la costituzione di un fronte unitario in seno al GCC ma i sauditi furono sufficientemente accorti da non forzare la mano ai propri interlocutori, consapevoli del pericolo che avrebbe corso spingendoli verso l’Iraq e l’Iran. Poiché la posta in gioco non era – e non è – soltanto l’affermazione di una leadership ma la sopravvivenza della monarchia stessa, l’unica politica possibile era quella di separare, almeno momentaneamente, ideologia e rapporti di forza, bilanciando i rapporti tra membri del GCC e tra quest’ultimo e Teheran. Trovare un equilibrio tra ambizioni politiche e sicurezza regionale – un aspetto che include la presenza americana nell’area – è infatti l’unica politica che può garantire un certo grado di stabilità.

Ciò nonostante, le contraddizioni che le rivolte del 2011 avevano disvelato con una potenza politicamente rilevante e mediaticamente mortale, non si risolsero nel contenimento delle fasi iniziali o nei tentativi controrivoluzionari successivi. I nodi vennero al pettine rispettivamente in Libia – dove alla caduta del Colonnello è seguita la disgregazione del paese secondo logiche spartitorie tra un fronte cirenaico influenzato da Egitto ed EAU con il supporto di Francia e Regno Unito, e uno tripolino condizionato dal Qatar con il supporto di Italia e Turchia – e in Siria. In entrambi i casi sia il blocco rivoluzionario sia il blocco controrivoluzionario non riuscirono a tenere il controllo della situazione: Stati profondamente indeboliti nella loro legittimità, crollarono sotto il peso di settarismi, conflitti religiosi, tribali, clanici, e sotto l’offensiva del neonato Stato Islamico. Nella Siria alawita degli Assad, la conflagrazione fu talmente drammatica da coinvolgere, come le tessere di un domino, oltre agli Stati Uniti, alla Turchia e all’Iran con le sue milizie, anche la Russia e Israele.

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