Il Principe, il Machiavelli e il vecchio mondo

Il trattato de Il Principe, composto nel 1513, in origine era dedicato a Giuliano de’ Medici, ma dopo la sua morte avvenuta nel 1516, venne dedicato a Lorenzo de’ Medici, duca di Urbino e nipote di Giuliano. D’altronde la dedica al duca e la natura dell’opera indicano la volontà dello stesso Machiavelli di accreditarsi come consigliere della famiglia più illustre di Firenze i Medici  per realizzare un  nuovo principato mediceo.

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Infatti, ne Il Principe Machiavelli dimostra la sua capacità di focalizzare l’attenzione politica non solo sulla classificazione, ma soprattutto sulle difficoltà che un principe può avere nella sua azione di governo. Nel suo saggio “Il Principe ovvero le origini della geografia politica”, edito dalla Società Geografica Italiana, Alessandro Ricci, docente di Geografia, Rappresentazione e Potere all’Università di Roma Tor Vergata, raccoglie le testimonianze di altri esperti quali Edoardo Boria, Alessandro Ferrara, Francesca Izzo, Giorgio Mangani e Franco Salvatori, perché come tiene a ribadire nella sua introduzione: “La geografia non si vede, nel Principe, ma c’è sempre e costituisce una base essenziale per uno studio organico della dinamica politica, nel Cinquecento di Machiavelli, come nell’età contemporanea”.

E’ pur vero che con Machiavelli inizia una “rivoluzione metodologica” che coinvolge la teoria politica, la storiografia e la filosofia: “La comprensione storica diviene base per l’azione, per un’arte della politica che trasformi consapevolmente la realtà”. Il Principe può, quindi, essere considerato un trattato di geografia politica e nonostante sia trascorso circa mezzo millennio può  identificarsi per certi aspetti come una lezione utile anche  nella democrazia  d’oggi, sempre si hanno lafortuna e il popolo dalla propria parte.  La prima lezione de Il Principe consiste nella decisività della dimensione politica, separata dalla morale, anche se per Machiavelli la politica è un’arte difficile, che incontra molti ostacoli, come la durezza delle cose, la variazione dei tempi e la natura degli uomini. Perciò il Principe alla fortuna deve far intervenire la virtù. Ma quella di Machiavelli non è la virtù aristotelica, è semplicemente l’adozione dei mezzi migliori per raggiungere il fine politico: gloria, onore, successo, visibilità. Insomma, una virtù straordinaria, una fortunata astuzia.

Il Principe di Machiavelli deve essere “egemone”, anche se l’egemonia non coincide, con la politica “ordinaria”, perché ne costituisce una qualità aggiuntiva, una versione potenziata.  La contrapposizione tra Principato e Repubblica è intesa da Machiavelli come la forma politica e costituzionale che più compiutamente realizza il regno della legge e della libertà. Egli affronta così il tema di come governare Stati, che, prima della conquista vivevano con le loro leggi e in libertà, elogiando la maggior vitalità dell’uomo nei regimi repubblicani. Tuttavia, per Machiavelli “un’istituzione dura se riesce a trovare i compromessi necessari per rimanere stabile”, con questa analisi egli paragona gli Stati e le istituzioni al corpo che nasce, cresce e muore attraverso tre tipi di processi: “I fenomeni degenerativi propri di ciascuna forma istituzionale (la monarchia degenera in tirannide, l’aristocrazia in oligarchia, la democrazia in anarchia); l’alternarsi delle tre forme istituzionali; la conquista ad opera degli Stati più forti”. Quindi, secondo Machiavelli sono gli Stati misti a base popolare a reggere nella storia, le Repubbliche vanno in rovina se non riescono ad adeguarsi al mutamento dei tempi. Naturalmente, Machiavelli, dall’Italia, guardava a Francia e Spagna, ai primi due grandi stati moderni in via d’affermazione. È proprio alla fine dell’opera che emerge con passione l’obiettivo della liberazione e unificazione dell’Italia. L’Italia per Machiavelli non era semplicemente flatus vocis, la condizione italiana era pessima: l’Italia è “battuta, spogliata, lacera, corsa”. Il suo appello è pieno di pathos. Machiavelli vuole muovere la volontà dei Medici a liberare l’Italia dai barbari e a riprendersi il Paese.

Il Principe è uno dei trattati più importanti nella storia della cultura europea ed è un messaggio per le democrazie vecchie e nuove che lottano per la sopravvivenza. Ma chi è veramente il Principe, se non lo stesso Machiavelli, mentre per Alessandro Ricci “l’attore protagonista di tale teatro è il Vecchio Mondo, che ha fatto seguito al periodo medievale e che sulla proiezione esterna ai propri confini continentali ha tratto le basi esistenziali.”