Una Primavera marocchina alle porte?

Negli ultimi dieci giorni il Regno del Marocco è stato pervaso da un’ondata di manifestazioni pacifiche che hanno riacceso lo spauracchio di un malcontento sociale sempre più difficile da contenere.

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Il motivo? L’uccisione ad opera della polizia di un giovane venditore ambulante originario del Rif, regione montuosa nel Nord del Marocco in cui marginalità sociale e risveglio identitario costituiscono da tempo la miccia di una bomba sociale pronta ad esplodere da un momento all’altro.

Mouhcine Fikri, pescivendolo trentunenne di lingua e cultura amazigh (termine che significa “Uomini liberi” e che definisce gli abitanti autoctoni dell’Africa del Nord, più comunemente noti come “berberi”) è stato ucciso nella città di Al-Hoceima, situata  nella regione settentrionale del Rif, da un camion della nettezza urbana nel tardo pomeriggio di venerdì 28 ottobre.

Quel pomeriggio Fikri stava solo svolgendo il suo lavoro, quando ha avuto la sfortuna di imbattersi in una polizia marocchina sempre più corrotta e pronta ad estorcere denaro. Gli agenti gli hanno sequestrato un carico di pescispada, la cui pesca è proibita nelle acque nazionali tra i mesi di ottobre e novembre, offrendogli in un secondo momento la possibilità di riappropriarsene se avesse pagato una somma di denaro sottobanco.

Di fronte al rifiuto del ragazzo la polizia ha gettato l’intero carico di pesce in un camion della nettezza urbana. Con l’aiuto di quattro amici Fikri si è quindi avventato sul camion per recuperare almeno una parte del pesce, fonte di sostentamento per lui e la sua famiglia. In quel momento, su ordine della polizia, la pressa per lo smaltimento dei rifiuti è stata attivata e il corpo del giovane è stato tritato a morte.

A poche ore dall’accaduto una serie di testimonianze e video ripresi dagli abitanti di Al-Hoceima hanno iniziato ad invadere il Web in segno di denuncia verso il Makhzen, la rete di funzionari, agenti di polizia e gendarmeria che ruota attorno alla figura del re marocchino Mohammed VI.

Negli ultimi anni gli esponenti del Makhzen sono stati più volte al centro di episodi di abuso di potere e violazione dei diritti umani, soprattutto nei confronti della popolazione Amazigh. Questi episodi vengono spesso censurati dall’informazione marocchina per tutelare l’integrità di una monarchia a orientamento apparentemente democratico.

Ondate di indignazione sono iniziate poche ore dopo la morte del giovane ragazzo. Migliaia di persone hanno invaso le strade di Al-Hoceima, urlando la loro rabbia  all’unisono e  sventolando bandiere Amazigh e della Repubblica del Rif.

In pochi giorni le proteste si sono diffuse in maniera capillare in tutto il Marocco. I manifestanti sono scesi in piazza a Rabat, Casablanca, Marrakesh, Tangeri, Tetouan e Agadir al grido di “Assassini!” e “Siamo tutti Mouhcine!”, mentre sui social network continuavano ad imperversare video ed immagini di sdegno verso un governo centralizzatore spesso accusato di esacerbare le sperequazioni sociali anche su base geografica.

L’evento dello scorso 28 ottobre non è passato inosservato agli occhi dell’Occidente. I media occidentali ne hanno immediatamente sottolineato le analogie con la morte di Mohamed Bouazizi, venditore ambulante tunisino che il 17 dicembre 2010 decise di darsi fuoco di fronte alla sede del governo della cittadina di Sidi Bouzid. Il sacrificio voleva essere un segno di protesta contro un sopruso subito da una vigilessa che aveva sequestrato la merce.

In Tunisia il gesto di Bouazizi spinse uomini e donne di qualsiasi età e provenienza sociale a scendere nelle piazze per rompere un silenzio che durava ormai da anni, per protestare contro la mancanza di libertà, la disoccupazione e l’esistenza di un futuro manipolato dalla corruzione e dai meccanismi di tipo mafioso del regime dell’allora presidente in carica Ben Ali.

Iniziava così la rivoluzione tunisina, nota anche come “Rivoluzione dei gelsomini”, da cui si sarebbero scatenate come per effetto domino le ondate di rivolta che avrebbero coinvolto i regimi arabi nel corso del 2011 e che sarebbero state definite dai media occidentali con il termine “Primavera araba”.

In quel contesto il Marocco fu in grado di gestire abilmente le mobilitazioni capitanate dai giovani del “Movimento del 20 febbraio”. Scegliendo la via della collaborazione e lavorando ad un percorso di riforme politiche attraverso un cambiamento imposto dall’alto, Mohammed VI riuscì infatti a dare vita ad un modello di “transizione democratica” marocchina, evitando così il doloroso processo di regime change che interessò molti altri Paesi dell’area, Tunisia e Egitto in primis.

Oggi in Marocco le cose sono in parte diverse. Il sopruso ai danni del giovane Fikri si inserisce in una fase politica delicata in cui si attende la formazione di un governo di coalizione che sia in grado di governare il Paese.

In occasione delle elezioni che si sono tenute lo scorso 7 ottobre nessun partito ha infatti ottenuto la maggioranza necessaria per poter governare da solo. Il Partito Giustizia e Sviluppo (PJD), partito di ispirazione islamista alla guida del Regno magrebino dal 2011, è arrivato primo per numero di seggi (125 su 395), seguito dal Partito Autenticità e Modernità (PAM), suo principale rivale filomonarchico e liberale, che ha totalizzato 102 seggi. Quest’ultimo ha fin da subito chiuso le porte all’eventualità di formare un governo di coalizione con il PJD di Abdelillah Benkirane e potrebbe ora cavalcare l’onda del malcontento popolare per minacciare ulteriormente la stabilità politica del Paese.

La Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (COP 22), attualmente in corso a Marrakesh, ha permesso al governo di archiviare in breve tempo la vicenda Fikri senza dover ricorrere a forme di censura diretta. Sui media locali (e internazionali) spopolano infatti immagini del grande evento internazionale che il Regno pubblicizza da mesi con smisurata fierezza.

Tuttavia, la Conferenza mondiale sul clima volgerà al termine tra pochi giorni e a quel punto il Marocco dovrà fare i conti una “lungo inverno” impregnato di sperequazioni sociali, diritti negati, disoccupazione giovanile e corruzione dilagante. Posizioni autoritarie e poco collaborative da parte del governo di coalizione che guiderà il Paese potrebbero far vacillare gli equilibri interni da un momento all’altro, scatenando così una vera e propria “Primavera marocchina” che questa volta potrebbe essere in grado di mettere in discussione la legittimità del regime al potere, come accaduto per Tunisia ed Egitto nel 2011.