Prima e oltre Putin, i quattro “fattori persistenti” della cultura strategica russa

Il consenso strategico che, in una determinata epoca, ispira e indirizza la politica estera di un paese discende da una più ampia e diffusa cultura strategica che, a sua volta, affonda le proprie radici nelle esperienze storiche, culturali, politiche e sociali di una collettività stanziata su un determinato territorio. Per comprendere a fondo la cultura strategica russa, su cui il Cremlino costruisce oggi una narrazione capace di giustificare alla popolazione determinate scelte di politica estera, occorre quindi analizzare per prima cosa quelle persistenti problematiche – e annessi timori – geografiche, socioeconomiche, identitarie e culturali che la collettività russa ha dovuto affrontare nei secoli.

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Questo articolo è il primo di una serie di interventi che nelle prossime settimane approfondiranno i modi in cui la Russia di Vladimir Putin si è rapportata a quelli che vengono definiti i quattro “fattori persistenti” della cultura strategica russa. 

Cultura strategica e continuità storica

La cultura strategica di un paese discende dall’esperienza storica della sua collettività. Nel corso dei secoli essa si forma attraverso la stratificazione delle risposte che la collettività ha elaborato per affrontare le minacce esistenziali a cui la Storia la ha posta di fronte. Nel loro naturale processo di accumulazione queste risposte formano nel tempo presente un mosaico di idee, convinzioni, emozioni, comportamenti e norme il cui amalgama funziona da collante fra i vari gruppi sociali. 

E’ quindi proprio facendo costanti richiami di “appartenenza” a questo comune sostrato storico-culturale condiviso dalla maggior parte della popolazione russa che il Cremlino guidato da Vladimir Putin è stato finora in grado di fabbricare, veicolare e giustificare in maniera abbastanza convincente agli occhi della società russa determinate scelte politiche di politica estera che in Occidente sono apparse invece insensate, controproducenti o addirittura nocive. Nel suo ultimo libro, Putin’s World, Angela Stent, una delle più importanti studiose contemporanee della Russia, mette però in guardia i politologi dalla tentazione di identificare la politica russa con il solo volto di Vladimir Putin. Fare ciò costituirebbe una ingenua semplificazione poiché l’esistenza di una secolare cultura strategica russa ha radicato in seno alla società russa delle eredità storiche e delle consapevolezze che così come hanno preceduto l’avvento di Putin allo stesso modo gli sopravvivranno.

Tutte le comunità politiche hanno una cultura strategica che può essere però più o meno recepita ed interiorizzata dalle elites al potere e dalla popolazione. Nel caso russo, tale cultura strategica è particolarmente sviluppata e condivisa trasversalmente dai diversi gruppi sociali. Essa si manifesta in modo incostante tendendo a rimanere quiescente la maggior parte del tempo per emergere con forza nei momenti di maggiore criticità. Alcune idee universalistiche (da “Mosca, Terza Roma”, dopo la caduta di Costantinopoli, al Marxismo-Leninismo, dopo la guerra civile russa) ed avvenimenti fondanti (dal giogo mongolo alle due guerre patriottiche, contro Napoleone prima e Hitler poi) hanno infatti impresso nella variegata popolazione russa una dose di unità morale che le ha permesso di sopperire ai problemi derivanti dalla sua grande eterogeneità etnica nonché dalla smisurata vastità del territorio su cui essa è stanziata. 

E’ proprio analizzando quel mosaico di idee, comportamenti, e norme che costituiscono la cultura strategica russa che ci si trova di fronte a quello che Angela Stent qualifica come il principale “rompicapo” che si trova ad affrontare chiunque approcci lo studio della politica estera russa, vale a dire la “tentazione di attribuire allo schiacciante peso del passato qualsiasi cosa sia fatta dal Cremlino”. Studiando la storia russa, è infatti impossibile non identificare peculiari somiglianze nelle diverse fasi del suo sviluppo culturale, economico e politico dal XV-XVI secolo ad oggi. Allo stesso tempo, Stent non può fare a meno di riconoscere come “in Russia, il passato perseguita il presente più intensamente di quanto non avvenga in molti altri paesi”. Secondo lo storico Alfred Rieber, quando si cerca di spiegare la politica estera russa, il rischio che corre lo studioso è dunque quello di “cadere in teorie deterministiche e mono-causali”. 

L’espediente teorico con cui il mondo accademico ha cercato di fornire una risposta a questo rompicapo è stato quella della “continuità storica” dello stato russo nelle sue diverse conformazioni sociopolitiche. La continuità storica infatti, da una parte consente di rifiutare spiegazioni deterministiche che privino la storia russa delle sue sfumature e variazioni, ma, dall’altra, permette di rilevare al suo interno l’esistenza di ripetute somiglianze. Per rendere l’idea di una continuità capace di tenere conto al contempo delle trasformazioni e delle somiglianze che hanno caratterizzato lo stato russo nei secoli, il direttore del Centro Carnegie di Mosca Dmitrij Trenin, nel suo ultimo libro Russia, accosta la Russia a una “fenice che ripetutamente si trasforma in cenere per rinascere sotto una nuova veste”. Per Trenin, la chiave di comprensione di tali trasformazioni risiede proprio nell’esperienza collettiva delle genti russe, cioè nella loro cultura strategica.  

La Russia si presenta così come una successione di stati che periodicamente è andata incontro a grandi stravolgimenti pur conservando ogni volta dei fattori fondamentali che permettono di identificare quella continuità storica divenuta oggetto privilegiato di molti studiosi della Russia. 

I quattro “fattori persistenti” all’origine delle grandi paure strategiche russe 

A partire da un influente saggio pubblicato da Alfred Rieber per la prima volta nel 1993, successivamente rivisto nel 2007 e nel 2014, il mondo accademico tende a riprendere, seppure con termini diversi, la classificazione quadripartita fornita da Rieber per indicare quei fattori persistenti rintracciabili in tutte le conformazioni statali della Russia, dal Granducato di Mosca di Ivan III alla Federazione Russa di Vladimir Putin. Questi quattro elementi investono la sfera geografica, economico-sociale, identitaria e culturale del Paese e coincidono con la porosità delle sue frontiere, la sua arretratezza economica relativamente all’Occidente, la sua società multinazionale e la sua alienazione culturale. Pur variando in alcune loro caratteristiche o modalità di interazione, da sempre questi fattori sono stati all’origine delle principali minacce che Mosca ha dovuto affrontare nella sua Storia e da cui tuttora discendono le grandi problematiche che l’odierna politica estera russa deve affrontare.

Estesa su due continenti, e dotata di un’unica barriera naturale a nord, la Russia ha da sempre trovato nella sua vastità e nella fluidità delle sue frontiere sia una “benedizione” che una “maledizione”, per citare le parole di Trenin. La geografia ha così posto il potere russo davanti a un dilemma. Da una parte, la perenne tentazione di aggiungere nuovi territori sotto il suo controllo e, dall’altra, la costante ossessione di perdere territori in seguito ad invasioni da parte di nemici esterni difficilmente arginabili. Le invasioni mongola, napoleonica e nazista hanno così instillato nel potere russo una vera e propria ossessione volta a rendere sempre più sicuri i propri confini. Dalla realtà geografica trae dunque origine la prima grande paura strategica russa: la vulnerabilità del suo territorio. 

La geografia ha influito anche sul secondo dei fattori persistenti della cultura strategica russa: l’arretratezza economica rispetto all’Occidente. La grande estensione del Paese e il suo clima inospitale hanno ostacolato la produzione agricola e gli scambi commerciali con l’Europa ritardandone lo sviluppo economico e tecnologico. Ma a decretare l’arretratezza economica russa è stata soprattutto la sua organizzazione sociopolitica. L’autocrazia zarista osservò sempre infatti con profonda diffidenza i tentativi di liberalizzazione economica temendo che questi conducessero al rafforzamento di una borghesia che, in prospettiva, avrebbe potuto contestarne il potere assoluto. In continuità con questo timore l’avvento del sistema comunista impedì per altri settant’anni lo sviluppo di un’economia di mercato. 

Al contempo, va anche osservato come la diffidenza per l’economia di mercato occidentale non abbia mai impedito alla Russia di prendere a modello lo sviluppo tecnologico europeo. Per la Russia, infatti, il modello di modernizzazione a cui ispirarsi è sempre stata l’Europa, puntuale termine di paragone e riferimento fin dai tempi di Pietro I (1672-1725). Tuttavia, come precisano sia Rieber che Trenin, sebbene la Russia abbia da sempre guardato con fascinazione l’Europa dimostrandosi desiderosa di raggiungerne lo stesso grado di sviluppo tecnologico, i suoi governanti si sono sempre assicurati che questa ambizione non si trasformasse in una forma di dipendenza innanzitutto politica oltreché economica. Una dipendenza che avrebbe inficiato in primis il potere assoluto dei suoi governanti e più in generale anche la sovranità dello Stato russo. Si delinea dunque un secondo rilevante timore strategico: il dilemma tra la paura che la sovranità del Paese risulti in un qualche modo inficiata, anche solo da dipendenze economiche e tecnologiche, e la consapevolezza che l’economia russa sia affetta da debolezze strutturali che sarebbero colmabili soltanto rivolgendosi ad occidente.

La centralità dello Stato in un paese multinazionale è il terzo dei fattori che ricorrono nella storia della Russia, un paese grande come un continente su cui sono stanziate centinaia di popolazioni di etnia, religione e lingua diverse che nel tempo sono state conquistate dai russi. Alcune di queste popolazioni non hanno posto una particolare resistenza alle ondate di colonizzazione, altre, situate soprattutto nelle zone frontaliere come i ceceni e i polacchi, hanno sempre contestato il dominio russo opponendovi una strenua resistenza. Altre popolazioni ancora, come i tedeschi del Volga, per via di contingenze storiche sono passati dall’essere considerati fonte di sviluppo per il Paese a improvvise minacce. 

La diversa appartenenza culturale di queste comunità, docili o remissive che fossero, è in ogni caso sempre stata vista come una minaccia di potenziale ribellione attribuibile a una lealtà politica che poteva essere sempre messa in questione. La soluzione adottata dal potere centrale per fronteggiare questo problema fu quella di cercare di attuare un rigido controllo centralizzato su tutto il Paese imponendo una russificazione forzata delle popolazioni e deportazioni di massa. La presenza, su un territorio privo di barriere naturali, di popolazioni culturalmente non russe introdusse così un terzo grande timore strategico, quello della sovversione interna. Un rischio fatalmente intrecciato a quello dell’invasione esterna che bene viene riassunto dalla sindrome della “fortezza sotto assedio”. Uno dei carburanti principali che alimenta la cultura strategica russa risiede infatti nella convinzione – sapientemente orchestrata e rafforzata dal potere centrale – che la Russia  viva in uno stato di costante accerchiamento da parte di potenze esterne ostili intente a ingaggiare quinte colonne che destabilizzino la Russia dall’interno per indebolirla. 

L’ultimo fattore persistente che caratterizza la cultura strategica russa è l’alienazione culturale dall’Europa. Sia per i russi che per gli europei, il rapporto fra la Russia e l’Europa è sempre stato ambivalente. Citando Trenin, “la Russia è europea, ma non fa parte dell’Europa”. Questa separazione dall’Europa viene attribuita a vari fattori fra cui la distanza geografica, la religione ortodossa e il giogo mongolo che ha impedito alla società russa di sperimentare un vero Rinascimento. Allo stesso tempo, per quanto caratterizzata da una tensione e fascinazione verso l’Europa, la Russia ha sempre rivendicato il proprio eccezionalismo. Orgogliosa della propria unicità culturale ed esperienza storica segnata da grandi prove di strenua resistenza, la Russia ha sviluppato una cultura strategica che attribuisce un valore capitale alla sovranità dello Stato.  Quello Stato che Trenin definisce per il popolo russo “il valore nazionale supremo” e che “unisce le genti russe al di là della loro etnia e religione”. A fare da sintesi emerge così la vera e grande preoccupazione strategica russa, vale a dire la perdita della sovranità politica, economica, e culturale dello Stato russo e quindi della sua capacità di determinare in maniera assoluta il proprio futuro. 

Giulia Ginevra Nascetti,
Geopolitica.info