Le pressioni cinesi sulle aziende straniere: “assurdità orwelliana” secondo il Dipartimento di Stato USA

Il Governo di Pechino sta cercando di imporre la propria censura e la propria ideologia politica – rimaste ferme al “Jurassic Park” comunista –  sulle compagnie aeree internazionali e su altre società multinazionali di diversi Paesi, tra i quali l’Italia. Nel mirino è finita, ad esempio, la catena alberghiera Marriott, colpevole di aver inserito Taiwan (più Hong Kong, Macao e Tibet) come “Paesi” nelle loro indagini sui clienti. Queste pressioni e ricatti sono aumentati negli ultimi mesi nei confronti di numerose imprese. L’escalation – che lascia gli osservatori stupefatti per la insensatezza e l’arroganza che caratterizzano le modalità e i toni cinesi-  ha colpito grandi marchi internazionali del lusso quali Bulgari, Chanel e Van Cleef & Arpels, la catena di abbigliamento Zara e molte compagnie aeree straniere facenti parte della IATA.

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Si tratta di azioni che, oggettivamente, vanno ad infrangere la sovranità e le Leggi di altri Paesi: il comportamento cinese, manipolatorio e irragionevole, rappresenta infatti un tentativo di far subire la propria giurisdizione amministrativa e la propria ideologia – entrambe espressione di un regime a partito unico che non ammette alcuna libertà democratica nella vita civile, politica, sindacale, di stampa, per non parlare della sfera religiosa – alle società e ai cittadini di altri Paesi. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, nei giorni scorsi, si è opposto pubblicamente al tentativo della Cina di limitare i servizi disponibili ai clienti sui siti web delle compagnie e società statunitensi, esprimendo la propria viva preoccupazione. E una dichiarazione della portavoce della Casa Bianca ha descritto le azioni di Pechino come “assurdità orwelliana”, aggiungendo che “gli sforzi della Cina, per esportare la sua censura e la sua impostazione politica agli americani e al resto del mondo libero, saranno contrastati”.

Il Governo australiano, a sua volta, ha affermato che le imprese private non devono lasciarsi influenzare dalle richieste cinesi. Proprio sul fronte americano ci sono segnali incoraggianti: alcune compagnie aeree – ad esempio la United Airlines, la American Airlines, la Hawaiian Airlines – non si sono piegate ai diktat cinesi. Purtroppo, invece, si è subito adeguata la nostra Alitalia la quale, evidentemente, ignora un dato di fatto incontrovertibile e correttamente ribadito anche dal Ministero degli Esteri italiano, ovvero che “la personalità giuridica internazionale di Taiwan non può essere messa in dubbio in quanto questa viene attribuita alle entità che siano organizzazioni sovrane di una comunità territoriale. In tale categoria appare evidentemente rientrare anche Taiwan la cui soggettività internazionale viene contestata per motivazioni politiche e non in base a riscontri fattuali”. Come rilevato da giuristi specializzati in questa specifica materia, le azioni del governo cinese creano ostacoli al commercio e rappresentano una violazione dei meccanismi del libero mercato: in base all’articolo VI dell’Accordo Generale sugli Scambi di Servizi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), e le disposizioni relative ai sistemi di prenotazione, di marketing e computer, stabilite con l’Allegato sui Servizi di Trasporto Aereo, “ogni membro deve assicurare che tutte le misure di applicazione generale che incidono sugli scambi di servizi siano amministrate in modo ragionevole, obiettivo e imparziale”. Il regime di Pechino ha quindi agito, e continua ad agire, in aperta violazione delle regole dell’OMC.

Le Leggi, gli Accordi e le decisioni giudiziarie di tanti Paesi, tra i quali Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Svizzera e Canada, ritengono, correttamente, che Taiwan e Cina siano due entità giurisdizionali diverse. Ad esempio, il Taiwan Relations Act – la Legge approvata dal Congresso degli Stati Uniti nel 1979 alla quale, nel marzo scorso, si è aggiunto il Taiwan Travel Act – afferma chiaramente che Taiwan è un’entità politica autonoma. Quando la richiamata Legge fa riferimento a Paesi e governi stranieri, include anche Taiwan (Sezione 4 della Legge). Le aziende statunitensi hanno quindi tutte le ragioni per considerare Taiwan come un Paese individuabile sui loro siti web. Ciò è in linea con la definizione dello status internazionale di Taiwan e ne consegue che, se accettate, le azioni e pretese di Pechino porterebbero le aziende statunitensi a violare una Legge del loro stesso Paese.

Quanto tutto questo sia grottesco, e sfidi il ridicolo, è dimostrato dal fatto che, dal suo insediamento sul continente cinese, nemmeno per un solo giorno dei passati 69 anni il regime comunista di Pechino ha esercitato alcuna sovranità e/o controllo sul territorio, sulla popolazione, sullo spazio marittimo e aereo di Taiwan, e che i suoi 23,5 milioni di cittadini – i quali eleggono democraticamente il proprio Presidente e il proprio Parlamento – viaggiano nel Mondo con il Passaporto di Taiwan internazionalmente riconosciuto valido, con il quale liberamente entrano, senza nemmeno il Visto, in 166 paesi e territori.