Presidenziali americane: cosa leggere tra le righe dei sondaggi

Per chi dovesse essersi preso una vacanza dal dibattito sulle elezioni americane i dati odierni dei sondaggi sulla corsa alle presidenziali dell’8 novembre potrebbero risultare sorprendenti: secondo FiveThirtyEight.com ad oggi i due candidati sarebbero separati da circa diciassette punti percentuali in favore della Clinton. Certamente non pochi, ma vale la pena ricordare che in agosto il vantaggio della leader democratica aveva altre proporzioni.

Presidenziali americane: cosa leggere tra le righe dei sondaggi - GEOPOLITICA.info (cr: Jay LaPrete/Getty Images)

L’analisi spicciola delle intenzioni di voto registrate dai sondaggisti americani negli ultimi mesi sembrerebbe rivelare incertezze nelle opinioni degli americani riguardo chi dovrà sostituire Barack Obama alla Casa Bianca. Fuori da ogni dubbio che la proposta democratica riscontri e abbia finora sempre riscontrato maggior successo di quella repubblicana nella guerra dei sondaggi, ma è altrettanto vero che il margine tra le due ha subito nell’arco dei mesi cambiamenti repentini.

Sulla base dei dati dell’aggregatore, a giugno il già segretario di Stato Clinton poteva contare su  un vantaggio di oltre trenta punti nelle chance di vittoria che lasciava presagire un risultato scontato. Eppure, col protrarsi dell’estate un inaspettato colpo di coda di Trump riusciva a ridurre progressivamente il distacco fino a minimizzarlo a questione di pochi decimali – 0,2% al 30 luglio – tra lo stupore dei media nazionali e d’oltreoceano. Tuttavia, con lo stesso stupore i commentatori di tutto il mondo constatavano in pieno agosto che le pagine del New York Times proclamavano un’imminente trionfo per acclamazione di Hillary Clinton: circa l’87% delle possibilità di diventare Presidente, una partita ormai definitivamente chiusa.

A cosa imputare quest’incertezza? Un primo suggerimento arriva dalla politica di casa. Donald Trump  tanto ricco quanto ignorante e sprezzante del galateo politichese incarna perfettamente il modello di candidato anti-sistema disprezzato dal sentito comune, ma sostenuto nel segreto dell’urna. Puó ricordare la dinamica vissuta in Italia durante la parabola ascendente di Silvio Berlusconi, come pure l’improvviso exploit del Movimento Cinque Stelle nell’ultima tornata per il rinnovo del parlamento, quando più di un quarto degli elettori ha votato per il non-partito di Beppe Grillo senza darsi pena di avvertire per tempo gli istituti statistici.

Non casualmente già in maggio Thomas Edsall sul NTY si chiedeva quante persone sostenessero l’immobiliare più famoso d’America senza volerlo ammettere in pubblico in quanto candidato ancora “socialmente poco accettabile”. Va da sé allora che qualsivoglia rilevazione degli umori elettorali dovrebbe essere pesata sulla base delle modalità – intervista frontale, intervista telefonica, web – con cui è stata condotta, tenendo a mente che dato quanto premesso l’attendibilità delle prime potrebbe essere compressa.

Il secondo fattore, per lo più vincolato al primo, lo esplicita Jon Weiner sulla più antica tra le riviste statunitensi, The Nation, e attiene alla natura dei campioni delle rilevazioni condotte. Rilevamenti condotti considerando valide solo le opinioni di chi si è già recato al voto nelle due precedenti elezioni presidenziali tagliano fuori quell’elettorato astensionista che potrebbe essere richiamato al seggio dal candidato anti-sistema. Dipende quindi dal criterio dei “likeky voters”.

Al dunque se ne può solo trarre che a un mese e poco più dal voto e alla vigilia del primo confronto televisivo il risultato è tutt’altro che scontato.