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TematicheItaliaLa presenza militare italiana nei Balcani

La presenza militare italiana nei Balcani

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Le Forze armate italiane sono presenti nell’area balcanica dal 1991. Lo sforzo dei militari italiani è stato lodevole, ma da allora gli impegni della Difesa italiana sono aumentati vertiginosamente, mentre le risorse non sono cresciute in maniera proporzionata agli impegni. Senza una Strategia di Sicurezza Nazionale, la politica di interventi militari all’estero rischia di risultare inefficace.

Articolo precedentemente pubblicato su Scenari, inserto di geopolitica dell’Editoriale Domani.

Fin dalla fine della Guerra Fredda, l’Italia ha investito notevoli risorse per contribuire alla stabilità dei Balcani, in particolare quella del Kosovo. I recenti scontri a cui abbiamo assistito nel Paese nelle scorse settimane, durante i quali sono rimasti feriti undici militari italiani, invitano a una riflessione su quello che è stato il contributo italiano nell’area. Questa riflessione non può fare a meno che concentrarsi su quello che è stato uno dei principali – se non addirittura il principale – strumento di politica estera italiana nei Balcani, ovvero le Forze armate. In effetti, sin dalla fine della Guerra Fredda, la regione dei Balcani ha rappresentato per almeno dieci anni la principale area di interesse della politica di interventi militari all’estero della Difesa italiana. Le Forze armate italiane sono infatti state impiegate in tutte le missioni militari che si sono avvicendate nell’area in relazione alla diverse crisi che di volta in volta hanno colpito i Paesi della regione. Sebbene a partire dal 2001 la politica di interventi militari all’estero abbia cambiato focus, il contributo dei militari italiani nei Balcani resta ancora oggi molto rilevante. 

La scelta di Roma di concentrare in quest’area lo sforzo principale delle sue Forze armate all’estero rispondeva a tre diverse necessità. In primo luogo, aderendo alle iniziative delle principali organizzazioni internazionali di riferimento in materia di difesa – al tempo, soprattutto ONU e NATO – l’Italia poteva accrescere il suo prestigio sul palcoscenico internazionale e guadagnare fiducia nei confronti dei suoi alleati. In secondo luogo, per l’Italia, come per tutti i Paesi dell’Europa occidentale, gli interventi militari all’estero rappresentavano un’utile soluzione per garantire maggiore legittimità al proprio strumento militare dopo che la scomparsa della principale minaccia militare alla loro sicurezza aveva gettato le Forze armate europee in una nuova crisi di identità. Infine, la scelta di Roma rispondeva a un’esigenza di maggiore sicurezza. Dato che i conflitti nei Balcani rappresentavano una seria minaccia alla sicurezza dell’Italia, gli sforzi dell’Italia contribuivano a garantire maggiore stabilità all’area, oltre che a tutelare la sua storica influenza nella regione, in particolare in Albania.   

Gli interventi

È proprio in Albania, infatti, che hanno inizio gli interventi italiani nei Balcani. Nel settembre del 1991, allo scopo di fornire supporto umanitario alla popolazione albanese alle prese con straordinarie difficoltà socioeconomiche, l’Italia avviò l’operazione Pellicano. L’iniziativa rappresentò un passaggio di estrema importanza, non solamente perché l’Italia era praticamente nuova a questo tipo di interventi, ma anche perché Pellicano rappresenta uno dei pochi casi – all’epoca il primo caso – di missione nazionale all’estero svolta dall’Italia in assenza di una cornice di supporto internazionale e realizzata in virtù del solo accordo bilaterale tra Italia e Albania. Negli anni successivi, Roma non mancò di offrire nuovamente il suo supporto militare a Tirana. Le Forze armate italiane intervennero nuovamente, questa volta con un mandato internazionale da parte dell’ONU, nell’aprile del 1997, con il compito di favorire l’attività di soccorso umanitario delle organizzazioni internazionali presenti nella zona. L’operazione Alba, la prima forma di intervento multinazionale promossa e guidata dall’Italia, durò solo qualche mese, ma non rappresentò il termine degli interventi militari italiani in Albania. Qualche anno dopo, nell’aprile del 1999, un contingente italiano venne nuovamente schierato in supporto delle autorità civili. In quel frangente, i militari italiani vennero impiegati nell’ambito dell’operazione Allied Harbour, a guida NATO, per fornire assistenza umanitaria in Albania ai profughi provenienti dal Kosovo e dal Montenegro. 

Nonostante l’Italia abbia promosso particolari sforzi in Albania, l’impegno militare italiano nei Balcani non è stato limitato a questo Paese. Tra il 1992 e il 1995, infatti, Roma ha contribuito a tutte le operazioni avviate dalle principali organizzazioni internazionali di riferimento durante la guerra serbo-bosniaca. Essa ha infatti contribuito sia alle operazioni navali della NATO e dell’Unione europea occidentale per assicurare l’applicazione delle sanzioni economiche e l’embargo delle armi nei confronti della Jugoslavia (operazione Sharp Guard), sia alle operazioni aeree NATO volte a interdire il volo sull’interno spazio aereo della Bosnia ed Erzegovina (operazione Deny Flight). In seguito agli accordi di Dayton, poi, l’Italia ha partecipato all’operazione IFOR, in seguito divenuta SFOR, prendendo parte con più di 2.000 uomini al gigantesco schieramento di forze messo a disposizione dai Paesi NATO per garantire il rispetto degli accordi. 

Anche durante la successiva guerra del Kosovo, Roma non ha mancato di fornire il suo solido sostegno alle operazioni avviate dai suoi alleati. Le forze italiane hanno partecipato a tutte le operazioni ONU, OSCE e NATO per dissuadere la Serbia da iniziative militari, per controllare la cessazione delle ostilità, e per garantire l’evacuazione dei civili. L’Italia ha preso parte, poi, ad una delle operazioni più controverse in assoluto, ovvero l’operazione Allied Force, divenuta poi famosa come guerra del Kosovo. In quel frangente, l’Italia non si limitò a fornire le basi, ma venne coinvolta direttamente nei raid contro la Serbia, contribuendo alla campagna di attacchi aerei e missilistici contro obiettivi militari serbi in Kosovo e giocando un ruolo tutto sommato considerevole. 

Dopo la guerra, i militari italiani non hanno più lasciato i Balcani. In particolare, negli anni successivi, l’Italia ha sempre fornito un importante contributo di uomini, mezzi e materiali alla Kosovo Force (KFOR), un contingente internazionale guidato dalla NATO istituito nel giugno del 1999 allo scopo di ristabilire l’ordine e la pace in Kosovo e dissuadere la Serbia dall’intraprendere nuove iniziative militari. Inizialmente, i compiti di KFOR prevedevano esclusivamente il contributo alla sicurezza e il monitoraggio delle forze serbe. Successivamente, essa ha modificato il suo mandato, che oggi comprende anche missioni di assistenza alle organizzazioni di sicurezza kosovare e di supporto alle organizzazioni e agli enti della comunità internazionale. L’impegno italiano nella KFOR è molto notevole. Dalla data di inizio della missione, l’Italia ha espresso sette generali comandanti e otto generali vicecomandanti, e il contingente italiano ha sempre figurato tra i più numerosi. Nel 2022, il contingente italiano di KFOR, pari a 638 unità, era il più numeroso in assoluto. 

L’assenza di una strategia

Nei prossimi anni, se opportunamente finanziate e impiegate per le finalità per cui sono costituite e addestrate, le Forze armate italiane potranno rappresentare una pedina importante nell’ambito di una chiara strategia di politica estera per i Balcani. Nel lungo termine, tuttavia, l’efficacia del contributo dei militari italiani alla politica italiana nell’area dipenderà dalla capacità degli esecutivi italiani di superare uno dei problemi più annosi che affligge la Difesa italiana, e cioè l’assenza di una chiara strategia di sicurezza nazionale. Questo è, infatti, il tema vero che la classe politica italiana – ma più in generale tutta la società civile, inclusa l’accademia – dovrebbe affrontare quando si discute dell’impiego dei nostri militari. 

In assenza di una chiara strategia che definisca le principali minacce alla sicurezza dell’Italia e le modalità per farvi fronte, l’impiego all’estero dei nostri militari rischia di essere oggetto di un eccessivo grado di discrezionalità da parte dell’esecutivo di turno. Tale discrezionalità risulta ancora maggiore se si considera che in Italia sia il Parlamento che l’opinione pubblica sono elementi assolutamente marginali nelle scelte dell’esecutivo in materia di difesa. L’eccessivo grado di discrezionalità di cui gode l’esecutivo in materia di impiego dei militari all’estero solleva il rischio che lo strumento militare venga impiegato per scopi che privilegiano obiettivi di corto termine, spesso anche contrastanti tra loro, invece che per fini che rientrano nell’ambito di una strategia di politica estera e sicurezza di lungo termine. Si tratta di un’ipotesi niente affatto remota, data la tradizionale instabilità degli esecutivi italiani, che inficia negativamente sull’efficacia dello strumento militare e della politica estera italiana.

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